«Sono nata in Sardegna. La mia famiglia, composta di gente savia ma anche di violenti e di artisti primitivi, aveva autorità e aveva anche biblioteca. Ma quando cominciai a scrivere, a tredici anni, fui contrariata dai miei. Il filosofo ammonisce: se tuo figlio scrive versi, correggilo e mandalo per la strada dei monti; se lo trovi nella poesia la seconda volta, puniscilo ancora; se va per la terza volta, lascialo in pace perché è poeta.»

E lei, Grazia Deledda, lo era. In un contesto internazionale, come la consegna del Premio Nobel per la Letteratura, ricevuto nel 1927, questa sua radice sarda, così fortemente dichiarata, provoca, indubbiamente, un certo effetto. Non lo nascondiamo. Le parole sono tratte dal discorso che la famosa scrittrice, tenne davanti alla platea dell’Accademia Svedese. Ma, faranno ancora più effetto, le parole che seguono perché si tratta di una vera e propria dichiarazione d’amore per la sua amata terra: “Ho vissuto coi venti, coi boschi, colle montagne. Ho guardato per giorni, mesi ed anni il lento svolgersi delle nuvole sul cielo sardo. Ho mille e mille volte poggiato la testa ai tronchi degli alberi, alle pietre, alle rocce per ascoltare la voce delle foglie, ciò che dicevano gli uccelli, ciò che raccontava l’acqua corrente. Ho visto l’alba e il tramonto, il sorgere della luna nell’immensa solitudine delle montagne, ho ascoltato i canti, le musiche tradizionali e le fiabe e i discorsi del popolo. E così si è formata la mia arte, come una canzone, o un motivo che sgorga spontaneo dalle labbra di un poeta primitivo”. Se dovessimo, in pochissime righe, concentrare tutta la poetica della scrittrice, non potremmo – certo – trovare parole migliori di queste.

Ed è proprio tutta questa “forza primitiva” dell’ancestrale terra di Sardegna, quella che sgorga dalle pagine dei suoi romanzi che, ancora oggi, rappresentano uno dei più densi momenti della Storia della Letteratura italiana. Se volessimo, per un attimo, far correre l’immaginazione, potremmo affermare – con un po’ di seriosa ironia – che, aprendo i suoi libri, potremmo benissimo sentire il vento della sua Nuoro, il frastornato rumore del mare di Sardegna, scagliarsi, violento e dolce, sui verdi scogli. E, magari, dopo aver scorso le pagine dei suoi romanzi, potremmo avere – addirittura – le mani sporche di salsedine, di fango. So bene che tutto ciò potrebbe sembrare una fiaba, ma – in fondo – era stato un noto critico letterario come Emilio Cecchi a scrivere, nella sua introduzione del 1941 all’edizione Mondadori di “Romanzi e novelle” della scrittrice: “Ciò che la Deledda poté trarre dalla vita della provincia sarda, non s’improntò in lei di naturalismo e di verismo (…) Sia i motivi e gli intrecci, sia il materiale linguistico, in lei presero subito di lirico e di fiabesco”. E, la biografia della Deledda, potrebbe definirsi proprio una fiaba.

“C’era una volta… una casa a Nuoro. Era il 28 settembre del lontano 1871. In questa casa, nacque Grazia Maria Cosima Damiana Deledda”. Sarà, poi, per tutti – semplicemente – Grazia Deledda. Era la quinta di sette figli. Il padre, Giovanni Antonio Deledda, laureato in legge, non esercitava la professione, preferendo, invece, la carriera di imprenditore e possidente. Sarà la madre, Francesca Cambosu, donna di “costumi severi” (così vorrebbe la dicitura nella fantomatica fiaba), a educare Grazia che, dopo aver frequentato le scuole elementari, venne seguita privatamente da un professore, ospite di una parente della famiglia: italiano, latino e francese, queste le lingue con cui, Grazia, cominciò a “giocare”. E poi, ci sarà la predominante presenza della nonna, una presenza quasi divina, simile alle piccole “fate sarde”, buone o cattive, a seconda della storia. E, in questo contesto dal profumo tutto familiare, si inserisce un’importante amicizia che segnerà la vita della giovane scrittrice. Questa amicizia ha un nome, un volto: Enrico Costa, scrittore, archivista e, seppur in maniera dilettantistica, noto storico sassarese. Fu quest’uomo a riconoscere nella ragazza-donna, dai tratti fortemente marcati, dagli occhi colmi di malinconica gioia di vivere, doti letterarie non comuni.

La diciassettenne Grazia, invia alla rivista romana Ultima moda”, il suo primo scritto. In questo, non poteva non parlare della sua Sardegna, di quella terra così fortemente presente nelle “sue vene”. Parliamo, infatti, di “Sangue sardo”. Tra il 1888 ed il 1890, collabora intensamente con riviste romane, sarde e milanesi, incerta tra prosa e poesia. L’opera che segna l’inizio della carriera letteraria è “Fior di Sardegna” (1892), che ottiene buone recensioni. Nel 1899 partirà alla volta di Cagliari, invitata da Maria Manca, direttrice della prima rivista femminile pubblicata in Sardegna “La donna Sarda”. Sarà una fondamentale tappa per “approdare” in un’altra città che, per lei, è sempre stata sinonimo di “futuro”: è la Città Eterna, Roma. Ci andrà con chi diventerà poi suo marito, il segretario all’intendenza di Finanza, Palmiro Madesani. Ma il ricordo per la sua Sardegna non vacillerà mai. Dirà, infatti, anni dopo, ormai affermata: “Talvolta mi avviene di pensare con commozione, che se io conto qualcosa nella letteratura italiana, lo devo tutto alla mia Isola santa. L’ho nel cuore, come si ha nel cuore la casa della madre e del padre”. Solo nel 1959, la scrittrice, rivedrà la sua Nuoro. Qui, ai piedi del Monte Ortobene, nella piccola chiesa detta “della Solitudine”, la immaginiamo – per concludere la nostra fiaba – ancora intenta ad ascoltare “la voce delle foglie”.