Nel cuore della Barbagia sorge un piccolo borgo, custode di tradizioni antichissime e di un patrimonio nuragico unico nel panorama sardo: Orune.
L’etimologia del nome non è chiara, ma secondo alcuni studiosi potrebbe derivare dal greco oros, che significa “montagna”. Orune, infatti, sorge a circa 750 metri sul livello del mare ed è incastonato in una cornice paesaggistica che spazia dalla Barbagia alla Baronia, dal Logudoro alla Gallura, tra formazioni rocciose e vallate ricche di boschi, attraversate da sorgenti.
Il paese fa parte del Parco Letterario Grazia Deledda ed è citato anche nel suo romanzo “Colombi e sparvieri”, in cui la scrittrice lo chiama Oronou e lo descrive così: “Il villaggio di Oronou, con le sue casette rossastre, fabbricate sul cucuzzolo grigio di una vetta di granito, con le sue straduccole ripide e rocciose, parve emergere dalla nebbia come scampato dal diluvio…”
Oltre a ispirare opere letterarie, Orune nell’Ottocento fu uno dei centri del banditismo sardo, dando i natali a figure temute come Dionigi Mariani e Giovanni Moni Goddi. Il paese ha avuto, comunque, anche figure illustri, come Margherita Sanna, tra le prime donne elette sindaco in Italia, e Antonio Pigliaru, importante filosofo e giurista.
Questo borgo rappresenta un’importante meta turistica, grazie soprattutto alla ricchezza dei siti archeologici disseminati nel suo territorio, risalenti al Neolitico.
In località Sant’Efisio, immersa in un fitto bosco di querce e lecci, si estende l’area archeologica di Sant’Efis. Del complesso fa parte anche il nuraghe di Sant’Efis, attorno al quale si sviluppava un villaggio nuragico in cui sono stati ritrovati numerosi oggetti di uso quotidiano. All’interno dell’area si conservano, inoltre, i ruderi della chiesa campestre di Sant’Efisio.





Un altro importante nuraghe è quello di Nunnale, costruito in prossimità di una singolare formazione rocciosa composta da grandi massi sovrapposti e in equilibrio tra loro, conosciuta come il Solitario di Nunnale, ma nota anche come Rupe di Nunnale o S’Impiccu. Attorno alla massa rocciosa sono ancora distinguibili le capanne di un piccolo insediamento nuragico.
Nelle campagne di Orune si trova una delle testimonianze più significative e meglio conservate della civiltà nuragica: la Fonte Sacra Su Tempiesu, un tempio a pozzo dell’età del Bronzo, appositamente dedicato al culto delle acque e scoperto solo nel 1953. Poco distante sorgono anche i resti del nuraghe di Santa Lulla e i ruderi dell’antica chiesa omonima.
Nel centro del paese risalta la Chiesa parrocchiale di Santa Maria Maggiore. Costruita tra il 1847 e il 1855, è considerata uno straordinario gioiello architettonico, tanto da essere definita la “Cappella Sistina della Barbagia” e da richiamare ogni anno migliaia di visitatori. Gli interni della chiesa furono arricchiti, all’inizio del Novecento, dagli affreschi del pittore cagliaritano Antonio Caboni, ma dopo circa un secolo vennero tinteggiati di bianco. I dipinti sono stati riportati alla luce solo grazie a un intervento di restauro conclusosi nel 2011.
Sempre nel centro storico, nei pressi del palazzo municipale, si trova Casa Murgia, un palazzotto signorile dei primi del Novecento fatto realizzare dal cavaliere del lavoro Battista Murgia. Nel giardino retrostante si conservano ancora un pozzo e un mulino artigianale in legno, un tempo utilizzato per alimentare la centrale elettrica che forniva energia all’intero paese.



Orune deve gran parte della sua fama all’arte manifatturiera, in particolare alla tessitura dei tappeti. Tipica è la produzione di un tappeto in lana di pecora chiamato “Sa Burra Puddichittada” – in riferimento a uno dei motivi che lo decorano, quello romboidale -, e realizzato con un particolare telaio verticale. La trama di questi arazzi presenta figure geometriche e motivi naturalistici, generalmente declinati nelle tonalità del giallo, del marrone, del bordeaux e talvolta del blu. Proprio per la complessità della lavorazione, sono ormai poche le artigiane che continuano a custodire e tramandare questa preziosa arte.
Un’altra risorsa fondamentale del paese, non solo dal punto di vista paesaggistico ma anche economico, è rappresentata dalle sugherete: maestosi alberi secolari che, oltre a essere meta di appassionati e studiosi, costituiscono la base di un’attività ancora viva, quella dell’estrazione del sughero, da cui derivano tappi, pannelli isolanti e manufatti artigianali.
Il legame profondo con la terra e con la cultura agro-pastorale si riflette nelle tradizioni di Orune, che trovano espressione nel canto a s’orunesa, tra i più apprezzati nel panorama del canto a tenore sardo, e nei piatti della cucina locale. Tra le eccellenze enogastronomiche spiccano i maccarrones de ordascia, un primo piatto povero della cucina sarda, a base di orzo, lavorato prevalentemente a mano e modellato in forme simili alla busa o ai cavatelli, da gustare con sughi di carne, in particolare con la salsiccia sarda. Tipici sono poi sas montecadas, dolci fritti simili alle origliettas, con la caratteristica forma di una cella di alveare, preparati in occasione di matrimoni, ricorrenze religiose e per deliziare il Carnevale, su Carrasecare Orunessu.







































