Sassari è caratterizzata da interi quartieri, ville private ed edifici pubblici che, da tempo, fanno parte del nostro arredo urbano e della vita personale di ogni sassarese, suscitando ricordi ed emozioni senza sapere chi però ne sia l’artefice.

Angelo Misuraca, autore di questi progetti, è rimasto infatti a lungo sepolto nell’oblio, come colpito da una sorta di damnatio memoriae seguita alla sua morte.

Architetto del regime fascista, nato a Roma nel 1893, giunse a Sassari da Genova, nel 1929, caratterizzando in breve tempo un periodo urbanistico estremamente importante della rivoluzione edilizia di propaganda e diventando un personaggio emblematico della classe dirigente.

Stimato e conteso dalla borghesia come libero professionista, dipendente della Provincia e salariato dal Partito, si ritrovò solo, disoccupato ed in miseria dopo la caduta di Mussolini, finendo per essere arrestato nel dicembre del 1943 con l’accusa di cospirazione finalizzata alla ricostituzione del partito fascista. Condannato ad un anno e otto mesi morì, poco dopo la sentenza, per una malattia pregressa aggravata dalle condizioni precarie della detenzione.

Di lui si perse ogni traccia, sia nei documenti che nella memoria cittadina, sino a che, nel 2016, Mario Pintus, figlio del disegnatore di fiducia di Misuraca, pubblicò la sua storia ricostruendola grazie ai progetti custoditi da suo padre Antonio ed alla testimonianza del diario tenuto dalla moglie dell’architetto, Eugenia.

Attraverso le pagine di Pintus scopriamo che, gran parte delle strutture, note in città come di “epoca fascista”, sono frutto della mente dell’architetto in camicia nera al quale va il merito di aver introdotto a Sassari le innovazioni dell’architettura di quegli anni.

Seguendo i dettami del Partito, volti a plasmare il volto delle città italiane con l’ambizione di emancipare la società, liberandola dal provincialismo verso il risanamento sociale, Misuraca, fu espressione di avanguardia futurista, sia nel rispetto dei codici del credo corporativo espresso negli edifici pubblici che, e soprattutto, nella maggiore libertà di progettazione del privato.

Nel ventennio sassarese gli furono commissionate tante opere, alcune mai realizzate come: la cittadella sanitaria, la caserma dei carabinieri e la casa del fascio, caratterizzate dal razionalismo ma con la sua impronta personale nell’uso di pareti curve e di balconi stondati sovrapposti agli angoli dei fabbricati.

In Via Manno è suo Palazzo Novecento, austero ed elegante nella simmetria, con un evidente richiamo a Mussolini nella grande M tra i vetri che sovrastano il portone.

Disegnò il plesso scolastico tra Piazza Marconi e Via Porcellana che inizialmente ospitò il Liceo Scientifico e l’Istituto Tecnico.

Ebbe l’incarico dalla Curia per la progettazione della chiesa di Padre Manzella ultimata dopo la sua morte sebbene con un disegno ridotto.

Curò per conto della Società Anonima l’espansione dell’isolato tra Viale Italia, Via Amendola, Via dei Mille e Via Matteotti che prevedeva sei blocchi di residenze semplici ed armoniose. Un successo sia dal lato economico, con i consensi del ceto emergente, che dal lato estetico, con soluzioni originali quali la parete finestrata di ispirazione anglosassone.

Ma è nelle ville private che ammiriamo la sua versatilità, ottenuta rivisitando le forme classiche attraverso la reinterpretazione del Liberty.

Su commissione di famiglie borghesi progettò Villa Rau in Viale Mameli tuttora splendidamente conservata, costruita grazie a maestranze ed imprese locali in una planimetria sviluppata in altezza, con ampi spazi luminosi dalle forme semicircolari, castelletti con torre e belvedere. Possiamo ancora ammirare le piastrelle, dipinte dalla moglie, incastonate tra gli spioventi del tetto ed i pavimenti originali del primo piano.

Suoi anche gli edifici tra il Ponte di Rosello e Via Pascoli, la Facoltà di Lettere, un fabbricato in Via Enzo e un altro in Via Rosello.

A Sennori progettò Villa Denti con un ampio rifugio dove fu ospitato, con la moglie, durante i bombardamenti.

Villa Conti in Viale Dante e le Ville Liberty in Via Porcellana a Sassari, furono invece demolite a partire dagli anni sessanta, per far spazio ad un albergo ed a insignificanti palazzoni, offuscandone ulteriormente la memoria ritrovata solo grazie alla curiosità e alla caparbietà del Pintus.