Nel corso dei secoli, in Sardegna l’assenza o la limitata presenza dell’autorità ha influito in vari modi sullo sviluppo della criminalità, dando vita per esempio alle cosiddette bardane. Fenomeno peculiare dell’Ottocento, che prevedeva assalti alle dimore dei possidenti, in certi casi ha originato atti tanto violenti da essere ricordati tuttora in paesi barbaricini e galluresi.
Termine forse derivante dal germanico “gualdana” o “waldana”, in passato la bardana ha rappresentato un crimine dalle radici profonde, diffusosi più o meno a seguito della privatizzazione di terreni comuni a discapito di comunità pastorali. Caratterizzata da un’attenta pianificazione, tale consuetudine prevedeva che un gruppo di sconosciuti a cavallo si incontrasse appositamente e si dirigesse verso un villaggio o un insediamento rurale (“lu stazzu”) per rapinarlo. Tuttavia, l’assalto avveniva solo dopo che il capo, o “su bardaneri”, aveva verificato la presenza dei membri, dato che l’assalto non avveniva né in caso di assenti, né di venerdì, giorno in cui per scaramanzia non si svolgevano bardane.
Facilitata dalla carenza di un sistema di salvaguardia dei cittadini da parte delle istituzioni, la scorribanda in genere prevedeva l’assedio della caserma dei Carabinieri locale e il saccheggio delle case prescelte, da cui si sottraevano soldi, ma anche cibarie come formaggi, grano e fagioli. Una volta spartito il bottino, ciascun componente tornava poi alla propria dimora, riprendendo la vita quotidiana come se nulla fosse. L’intera operazione avveniva mettendo in conto anche il rischio di fare vittime, in quanto, essendo armati, i malviventi non si precludevano la possibilità di aprire il fuoco sugli oppositori.
Dalla natura non stabile a differenza delle associazioni a delinquere, le bardane nacquero come assalti isolati a proprietà scelte a monte con cura. Forse è stata proprio questa unicità a lasciare segni indelebili in diverse realtà locali, da Alà dei Sardi a Ussassai fino a Tortolì, sede dell’episodio forse in assoluto più violento. Nella notte tra il 13 e il 14 novembre 1894 un gruppo prese di mira la villa del cavaliere Vittorio Depau, possidente che in quel momento si trovava a Cagliari per affari e aveva lasciato nella dimora servitù e famiglia, salvatasi grazie al sacrificio di uno dei servi, che oppose resistenza ai malviventi. Dopo un combattimento contro popolani e rappresentanti delle autorità, come il brigadiere Pietro Giua rimasto ucciso e il carabiniere Francesco Bulciolu invece ferito, il gruppo criminale finalmente si allontanò col bottino, lasciando Tortolì nel terrore.
Dai risvolti inaspettati, tra le primissime bardane attuate in Sardegna è possibile invece ricordare quella di Esterzili del Venerdì Santo 1840, nella quale la nobile famiglia dei Capece fu presa d’assalto nella sua dimora, portando alla morte del capofamiglia Don Salvatore. La testimonianza della figlia Francesca fece accusare ed arrestare i cugini Giulio e Salvatore Tolu, giustiziati rispettivamente a Cagliari, tramite decapitazione – l’ultima esecuzione con rito militare in Sardegna – e impiccagione ad Esterzili. Due vittime innocenti in realtà, in quanto qualche anno dopo i veri responsabili furono individuati, la refurtiva fu recuperata e utilizzata come prova di colpevolezza.
Vessillo di terrore ed imprevedibilità, tuttora le bardane rimangono tanto impresse nelle memorie locali da aver ispirato anche prodotti culturali, dal murale di Palazzo Corda-Colonna sull’episodio criminale del 1870 ad Alà dei Sardi a poesie come quella dedicata proprio a Tortolì, a volte usata dalle nonne per raccontare questa pagina nera della storia isolana.


































