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Domenico Ruiu: dalla caccia alla fotografia

Dal fucile all’obiettivo: la straordinaria evoluzione del naturalista nuorese che ha dato voce alla fauna sarda e conquistato un posto tra i grandi della fotografia ambientale

di Diego Bono
5 Maggio 2019
in Ambiente & Natura
🕓 6 MINUTI DI LETTURA
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Alcune persone vivono la natura e l’ambiente in modo diverso, divenendo nel bene e nel male, tutt’uno con essa, cogliendo con gli occhi di un artista quella bellezza visibile da tutti, eppure da troppi non percepita, del proprio territorio.

Domenico Ruiu, fotografo naturalista nuorese (classe 1947) ha stretto il suo primo rapporto con la bellezza della natura locale come cacciatore, una carriera che ha protratto per trent’anni, sin quando, ammaliato dallo splendore della fauna sarda vista da un’ottica differente, al posto del fucile ha deciso di impugnare una macchina fotografica per consacrare nel tempo gli animali più caratteristici non solo della nostra Isola, ma di tutta Italia.

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I suoi scatti genuini, ma eleganti, che hanno il potere di trascinare lo spettatore in un affascinante contatto diretto con volpi, cervi, aquile e tante altre creature, valgono a Ruiu le prime collaborazioni con riviste, quotidiani e programmi televisivi tematici. Oggi, considerato massimo esperto del mondo fotografico naturalista, è autore di più di quindici libri, tra cui la celebre raccolta “Il fotografo dei rapaci” (unico libro da collezione di carattere ambientale mai pubblicato in Europa), distribuita in quattro lingue (tra cui il sardo). Nel 2014 l’Università di Sassari celebra la sua importanza con la consegna di una laurea magistrale ad honorem per gli “importanti meriti scientifici della sua attività”, mentre nel 2015 gli viene attribuito il riconoscimento nazionale di “Maestro della Fotografia” (Premio Le Gru), inoltre ad oggi è l’unico fotografo del settore presente nella prestigiosa Galleria Internazionale Alidem – L’arte della fotografia di Milano.

Per conoscere al meglio l’uomo che abbandonò la carabina per armarsi di Canon Mark III (con ottiche dal grandangolo da 500 millimetri), abbiamo posto a Domenico qualche domanda.

Salve Domenico, per prima cosa, come è nata la passione per la fotografia?             
Sembrerà strano ma mi ci sono avvicinato senza esserne appassionato, ma semplicemente perché volevo riprendere gli animali, che invece erano e sono la mia grande passione.

Quale è stato il suo percorso di crescita e apprendimento di quest’arte?  
Assolutamente da autodidatta sino all’incontro a metà degli anni ottanta con Giuliano Cappelli che è stato il vero pioniere della fotografia naturalistica in Italia. Lo accompagnai in giro per la Sardegna per un reportage e ne nacque una profonda amicizia che ci legò sino alla sua recente scomparsa. Fu lui il mio grande maestro. Senza forzature mi accompagnò nel difficile passaggio dalla foto cruda e violentemente spettacolare della natura, che era la componente principale delle mie immagini, alla composizione delicata e armoniosa dell’animale piccolo piccolo inserito nel paesaggio, possibilmente con luci tenui e soffuse; questo è il genere di fotografia che tutt’ora prediligo.

Come è passato da cacciare gli animali ad immortalarli su pellicola?                                                                                                  
Preciso subito che non si è trattato di un “pentimento” ma di una evoluzione. Quando ero ragazzino nessuno mi ha insegnato il rispetto per questi esseri viventi, anzi, allora più uccidevi più “balente” eri. Ho cacciato molto e di tutto sino a quando la cattura della selvaggina mi ha dato emozioni, ma quando ho iniziato a provare pena ho smesso perché non si può uccidere per gioco.

E le due passioni possono coesistere?      
Per anni hanno utilizzato le mie foto per le riviste venatorie, ma la coesistenza tra le due attività è sempre stata molto problematica. Una forte spinta per la scelta definitiva arrivò dalla schiettezza senza mediazioni dei bambini delle scuole elementari. Spesso venivo invitato per far conoscere loro la fauna sarda. Ricordo quanto mi mettevano spalle al muro domande tipo: “Ma se ti piacciono così tanto perché li uccidi?”.

Domenico Ruiu trai grifoni Foto GL Doa

Come agisce per uno dei suoi scatti?        
Il punto più importante è conoscere gli animali che si intende riprendere. Poi decidere come fotografarli. Se si sceglie quest’arte bisogna sapersi muovere nel modo più naturale possibile nell’ambiente dove le specie vivono. Mentre per le riprese dal capanno è necessario conoscerne molto bene le abitudini per posizionarlo al momento giusto nei punti più favorevoli.

Ci sono lavori che le hanno dato maggiore soddisfazione?
Le foto di una Cerva minuta nella vastità delle dune di Piscinas e del suo mare, di un Astore sardo in una giornata di nebbia e neve nei boschi del Gennargentu e di un maschio di Gallina prataiola nel tripudio dei colori della primavera sarda sono state utilizzate nella prima mostra sulla biodiversità del Mediterraneo, tenutasi a Roma una decina di anni fa, diventandone icona.

Quali sono i soggetti che preferisce ritrarre?            
La mia grande passione sono sempre stati gli uccelli rapaci. La fotografia agli uccelli da preda richiede una conoscenza molto approfondita delle caratteristiche comportamentali delle diverse specie; con quelle più sensibili occorre una grande capacità di autocontrollo per saper valutare il limite sin dove si può arrivare: nessuna immagine giustifica il superamento di tale limite.

Ci può descrivere le differenze principali che ha riscontrato tra il territorio sardo e gli altri?
Tenuto conto delle ovvie differenze climatiche e di vastità territoriale, il livello di naturalezza presente in molte parti della nostra isola è decisamente alto e giustifica l’idioma “Sardegna quasi un continente”. Inoltre il progressivo abbandono delle montagne e delle località più isolate sta facendo aumentare notevolmente tale livello e rendendo di difficile accesso molte zone che stanno diventando sempre più selvagge.

Tags: Domenico RuiufotografianaturarapaciSardegna
Diego Bono

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È quella di Sant’Efisio.  Una vicenda di martirio, fede e memoria collettiva.
Una promessa nata nel tempo della peste.
Un voto che, secolo dopo secolo, continua a rinnovarsi.  Ogni 1° maggio, quella devozione riprende il cammino.
Attraversa strade, volti, abiti, silenzi e preghiere.
E racconta ancora oggi un legame profondo con la città e con la sua identità. ⛪🌺🐂  🔗 Chiara Medinas ricostruisce le origini e il significato di questa devozione: l’articolo completo è su SHmag.it.  📸 ©️Chiara Medinas e ©️Depositphotos
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  • 🏔️ Nel cuore della Sardegna più autentica, a 750 metri di altitudine, Orune si erge come un libro di pietra aperto sul passato. Il suo nome potrebbe derivare dal greco oros, “montagna”, e già questo racconta molto: un paese che domina vallate, boschi e formazioni rocciose tra Barbagia, Baronia, Logudoro e Gallura. 🌿  📜 Ma Orune non è solo paesaggio. È memoria viva di un’epoca in cui il banditismo sardo segnava la cronaca: qui nacquero figure leggendarie come Dionigi Mariani e Giovanni Moni Goddi. Eppure, accanto a loro, il borgo ha dato i natali anche a Margherita Sanna, tra le prime donne sindaco d’Italia, e ad Antonio Pigliaru, filosofo e giurista di grande rilievo.  ⚡Oggi Orune custodisce tesori che vanno oltre i nuraghi: Casa Murgia, palazzotto signorile dei primi del Novecento con un antico mulino ancora visibile nel giardino, racconta la storia dell’energia che illuminò per prima il paese.  🌳 E poi ci sono le sugherete secolari, maestose e silenziose, fonte di vita economica e meta di studiosi da tutta Europa. Il sughero estratto qui diventa tappi, pannelli isolanti, arte artigianale.  In tavola, Orune regala sapori intensi: i maccarones de ordascia, pasta d’orzo lavorata a mano, e sas montecadas, dolci fritti a forma di alveare che accompagnano il Carnevale barbaricino di metà febbraio. 🍯🎭  Un borgo che non dimentica, che resiste, che continua a vivere.  👉 Un viaggio tra archeologia, tradizioni e identità, l’articolo di Raffaella Piras continua su SHmag.it  📷 Nuraghe Nunnale: ©️Regione Autonoma della Sardegna
📷 Su Tempiesu: ©️Nurnet | Nicola Castangia e Nuraviganne
📷 Santa Maria Maggiore: ©️ales&ales
📷 Veduta di Orune: ©️trolvag
  • 🕯️ Nel cuore del quartiere Castello di Cagliari si cela un passaggio che da secoli sussurra segreti. Via Alberto Lamarmora, antica ruga Mercatorum dei mercanti pisani, dimora di nobili e argentieri, nasconde tra i suoi vicoli stretti il Portico delle Anime.  🌙 Un tunnel angusto illuminato solo da una lampada fioca, dove l’effige della Madonna delle Grazie veglia su un mistero inquietante. Gli abitanti raccontano di aver udito lamenti di anime in pena davanti al quadro sacro. Ombre che si muovono, voci indistinte che emergono dal buio.  ⚔️ Si narra che durante un Giovedì Santo, Sant’Efisio apparve minaccioso nel portico a un sabotatore intenzionato ad avvelenare le acquasantiere delle chiese cagliaritane. Il santo lo fermò sul nascere. Da allora, ogni anno, il suo simulacro sosta davanti alla Vergine in processione. Una tradizione che unisce fede e leggenda, viva ancora oggi.  🏛️ Tra palazzi segnati dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e archi gotico-catalani, il Portico conserva un fascino che sfida il tempo. Cagliari di giorno è luce, ma di notte Castello rivela il suo volto enigmatico.  👉 La storia completa di Raffaella Piras, con tutti i dettagli delle leggende e della storia del luogo, ti aspetta su SHmag.it 📰
  • 👹 Maschere nere, corna di cervo, pelli di montone e campanacci: a Lula, il Carnevale rivive ogni anno nel rito arcaico di Su Battileddu, la vittima sacrificale che incarna il ciclo eterno di morte e rinascita. Una tradizione intensa, misteriosa e profondamente legata alla terra e alla comunità.  👩🏻‍🍼👶🏻 Accanto a lui, le lugubri Sos Battileddos Gattias intonano canti funebri e mettono in scena gesti rituali che mantengono viva una memoria collettiva radicata nel mito e nell’identità della Baronia.  🔗 Nell’articolo su SHmag.it, Chiara Medinas ci guida alla scoperta della storia, del simbolismo e del fascino di uno dei Carnevali più enigmatici della Sardegna.  📷 Silvia Dengo
  • ✨ Cenerentola in Sardegna 🔥
Tra falò d’inverno e fiabe sussurrate accanto al fuoco, la magia della ragazza dal cuore puro rivive anche nell’Isola.  🏰 Molto prima del castello Disney, esisteva Rodopi: una fanciulla dell’Antico Egitto, destinata a diventare la prima “Cenerentola” della storia.
Dalle corti europee arriva in Sardegna, dove la fiaba trova nuove voci e nuovi nomi. E lì, tra montagne e mare, cambia per sempre volto.  🐦‍⬛🌾 Nel cuore del Campidano vive Maria Chisjnera, la più piccola di tre sorelle. Dalla gentilezza verso un uccello magico nascono noci, mandorle e prodigi. ✨
In ogni frutto, un incantesimo: abiti splendenti 👗, fate e servitori. E come nella fiaba, sarà una scarpetta 👠 a rivelare la verità.  👑 Il giovane che la sceglie non è un principe qualunque, ma l’uccello mediano, liberato dal suo incantesimo grazie a un gesto di bontà 💖.  Ogni versione di Cenerentola racconta la stessa verità: la gentilezza salva, e persino la sventura può diventare luce. 🌟  Dal mito egizio ai nuraghi, la fiaba di Cenerentola continua a vivere nei racconti di Sardegna.  🔗 Scopri la storia completa nell’articolo di Raffaella Piras su shmag.it
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Una vicenda fatta di scoperte, scomparse e domande ancora aperte, che ridisegna le origini più remote di Cagliari.  La storia continua nell’articolo di @medinolasss su SHmag.it: leggila per entrare nel cuore nascosto di San Bartolomeo 🔍📖
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La celebre opera popolare moderna con musiche di Riccardo Cocciante, tratta dal romanzo di Victor Hugo, torna in Italia dal 26 febbraio 2026 con una nuova grande tournée che attraverserà il Paese fino al 6 gennaio 2027. 🇮🇹  🎭 Dopo oltre vent’anni di repliche e milioni di spettatori, lo spettacolo si conferma un classico contemporaneo capace di raccontare emarginazione, paura del diverso, desiderio d’amore e ricerca di giustizia attraverso musica, danza e teatro. 
Una combinazione di linguaggi che ha trasformato “Notre Dame de Paris” in un punto di riferimento della scena live internazionale. 🌍  🌊 Tra le tappe annunciate spicca una data che interessa da vicino il pubblico sardo: dal 6 all’8 agosto 2026 lo show arriverà all’Olbia Arena, portando sull’isola uno degli eventi più attesi della prossima stagione estiva. 
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