Il Mar Mediterraneo è ormai considerato la regione marina più invasa al mondo. Negli ultimi decenni, a causa della sua tropicalizzazione, ha visto arrivare centinaia di specie aliene, talvolta invasive, che ne mettono a rischio gli equilibri e la biodiversità.
Dopo la grande attenzione prestata al granchio blu, oggi a preoccupare è soprattutto lo ctenoforo Mnemiopsis leidyi, meglio conosciuto come noce di mare.
Chiamato così per la sua forma ovale e compatta, questo invertebrato marino di circa 10 cm è un organismo trasparente e gelatinoso, spesso confuso con le meduse, che presenta lungo il corpo otto file di bande ciliate, gli cteni, cioè serie di pettini che usa per nuotare e che al buio brillano di una luce verde.
Pur essendo nativa dell’Oceano Atlantico, questa specie si è poi diffusa nel Mar Nero, nel Mar Caspio e nel Baltico, trasportata dalle acque di zavorra delle navi cisterna, fino ad arrivare ad essere avvistata in diverse aree del Mediterraneo. La minaccia ora riguarda le lagune italiane, in particolare quella di Venezia, e le coste della Sardegna.
La sua diffusione in mari diversi da quello d’origine, iniziata negli anni Ottanta, è favorita, oltre che dal surriscaldamento globale, da due fattori determinanti. Il primo è una straordinaria capacità riproduttiva. Questi organismi sono ermafroditi e possono autofecondarsi, tanto che un singolo esemplare può arrivare a rilasciare fino a 14.000 uova al giorno. Il secondo fattore è la grande adattabilità a diverse condizioni ambientali. Uno studio dell’Università di Padova ha evidenziato che possono vivere in acque con temperature comprese tra i 10 e i 32 gradi centigradi e con livelli di salinità tra 10 e 34 grammi per litro.
Nonostante le noci di mare non possiedano cellule urticanti e quindi non rappresentino un pericolo diretto per l’uomo, destano forte preoccupazione per la loro voracità. Nutrendosi di zooplancton, entrano in competizione con piccoli pesci che si alimentano delle stesse risorse, come le acciughe, con possibili ripercussioni per l’ecosistema e per gli operatori della pesca. Per questi motivi, l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN) ha inserito la noce di mare tra le cento specie invasive più dannose al mondo.
In Sardegna, la presenza di questa specie è stata documentata nel 2019 ad Arborea, in provincia di Oristano, dove avrebbe colonizzato la laguna di S’Ena Arrubia. Nel 2022 l’emergenza si è ripresentata nello stagno di Corru S’Ittiri, nei pressi di Marceddì, dove i pescatori hanno segnalato un’invasione senza precedenti.
L’impatto sul comparto ittico è significativo, essendo organismi gelatinosi, le noci di mare si accumulano nelle reti, rendendo difficile la cattura delle specie di interesse commerciale e danneggiando le attrezzature da pesca, spesso molto costose. Per questo, nelle ultime settimane a Oristano si sono riuniti diversi esperti per individuare strategie di contrasto alla diffusione del granchio blu e della noce di mare. L’incontro ha portato all’attivazione di un osservatorio dedicato alle zone umide e all’avvio del progetto Ricrea. Tra le azioni ritenute prioritarie emerge la pesca selettiva delle femmine di granchio blu nel sito di S’Ena Arrubia, che dovrebbe partire tra aprile e maggio.
A livello nazionale, si potrebbe invece attuare un monitoraggio coordinato per capire la distribuzione e l’evolversi dell’invasione. I ricercatori dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica sperimentale hanno anche sviluppato un’applicazione con cui segnalarne gli avvistamenti: avvistAPP.
Ma la noce di mare non smette di sorprendere anche per un’altra ragione. Secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica PNAS, questo organismo potrebbe essere tra le poche creature potenzialmente “immortali”. Anche se nel mondo animale l’immortalità non esiste, alcune specie sembrano sfuggire a questa regola. L’esempio più noto è quello della cosiddetta “medusa immortale” e a questa pare aggiungersi la noce di mare, che sembrerebbe in grado di invertire il proprio orologio biologico e tornare allo stadio larvale quando si trova in situazioni estreme.
La sua capacità di ringiovanire è stata scoperta quasi per caso. Il ricercatore Joan J. Soto-Angel, si accorse che in uno dei suoi acquari una noce di mare adulta era scomparsa, lasciando al suo posto una larva. Incuriosito dall’episodio, avviò un esperimento: 65 esemplari furono sottoposti a diverse condizioni di stress, come la mancanza di cibo. Subito dopo tredici individui iniziarono a perdere gradualmente le caratteristiche tipiche dell’età adulta, riacquistando quelle della fase larvale, mentre gli altri si fermarono a stadi intermedi, mostrando comunque una sorta di “ritorno indietro” nel proprio ciclo vitale.
Per gli scienziati la sfida ora è duplice: da un lato studiare la diffusione della specie, dall’altro comprendere i meccanismi molecolari che le permettono di regredire a uno stadio più giovane. Dietro la noce di mare si nasconde quindi un paradosso della natura: un organismo capace di mettere in pericolo gli equilibri degli ecosistemi marini e, allo stesso tempo, di custodire uno dei segreti più affascinanti della vita.


































