Tra gli enormi massi di granito e i lussureggianti boschi del Limbara, sorge un piccolo paese di circa quattromila anime di origini antichissime e misteriose, Calangianus. Grazie a numerosi reperti archeologici rinvenuti nelle grotte di Monti Biancu, si è potuta datare la presenza dell’uomo nuragico nel territorio di Calangianus già nel 2000 a.C.: basta recarsi nel complesso archeologico di Monti di Deu per ritornare magicamente all’età del bronzo grazie al fascino del Nuraghe Agnu, della Fonte Sacra di Li Paladini e delle Tombe dei Giganti di Pascaredda.

Secondo alcune informazioni, Calangianus alla sua origine si trovava però a oltre cinquanta chilometri dalla sua attuale collocazione, nei pressi della foce del fiume Liscia. I suoi abitanti, stanchi di essere attaccati continuamente dai pirati e dalle incessanti epidemie che ne derivavano, iniziarono ad allontanarsi dalla costa.

Ma la prima notizia ufficiale e documentata su Calangianus, che era conosciuta anticamente con il nome di Calangiani, risale però al 1162, citata nientemeno che in una bolla papale di Alessandro III. Si trattava di una città fortificata definita oppidum e non urbe, in quanto mancava l’essenziale pomerio, ossia il confine sacro. Anche l’origine del suo nome ha destato enorme curiosità negli studiosi e, nel corso degli anni, si sono fatte numerose supposizioni che non hanno ancora trovato certezza: secondo alcuni la forma “Calangianus” deriverebbe dal logudorese caragna (pianta, probabilmente carota) e, quindi, la traduzione sarebbe “luogo delle caragne”; secondo altri l’origine sarebbe latina e derivante da calangius, ossia abitanti di un fondo.

Questa seconda versione sembra essere confermata anche dalla presenza di numerosi resti romani, tra cui strade, antiche fonderie per la lavorazione del ferro, rovine architettoniche, anfore e, addirittura, il busto femminile di Demetra, divinità romana della terra e dell’agricoltura ritrovato a Monti di Deu.

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Oltre a questo affascinante mantello di storia e mistero, Calangianus ha assunto nei secoli una propria identità economica sfruttando tutte le risorse che Madre Natura ha fornito e con orgoglio ha imposto la propria tradizione culturale. Nel 1979, infatti, è entrata a far parte dei 100 comuni più ricchi e industrializzati d’Italia grazie alla produzione del sughero, registrando nel corso degli anni una notevole crescita produttiva.

Grazie alle sue indiscusse qualità isolanti, al fatto che la sua estrazione non reca danni né agli alberi da cui viene prelevato né all’ecosistema, verso il quale negli ultimi anni si è sviluppata una grande attenzione, il sughero è altamente richiesto sia per la produzione di tappi, sia dalle industrie edili che calzaturiere. Gli operai specializzati nella decortica, detti anche estrattori, devono imparare le leggi che impone la natura, oltre alle conoscenze tecniche indispensabili per ottenere delle porzioni di sughero perfette, dette plance, e per non danneggiare la pianta: deve infatti crearsi un profondo equilibrio tra forza e sensibilità.

Come per sugellare questo matrimonio felice e fecondo tra calangianesi e sugherete, nel cuore del paese, all’interno della splendida e suggestiva cornice dell’ex convento settecentesco dei Frati Francescani, sorge il Museo del Sughero, che racconta l’identità, la storia e la cultura di un paese attraverso macchinari, manufatti e fotografie del passato che si fondono in modo sapiente con il presente attraverso la sala multimediale che descrive gli attuali processi lavorativi del sughero.

Oltre al segno distintivo dell’economia, Calangianus ha fortificato nei secoli le sue tradizioni e il folclore con grande tenacia e questo fortissimo senso di appartenenza esplode nel periodo più profano e ludico dell’anno, durante il Carnevale dove tra le strade del paese lastricate di granito si riuniscono le maschere tradizionali.

Li Mascari in Linzolu

Le maschere di Calangianus si dividono in Li Mascari Brutti e Li Mascari in Linzolu. Tra le prime, essenzialmente definite “brutti” in quanto si tratta sempre di figure negative, sono famosissime: Lu Traicogghju che rappresenta un essere animalesco, selvatico e demoniaco vestito di pelliccia, campanacci e con una maschera di sughero, che trascina tra suoni inquietanti e passi lenti una grossa pelle (cogghju) di toro (trau). Il suo ruolo è quello di tormentare la vita degli umani. Non meno conosciuta La Reula, una sorta di processione formata da un gruppo di minimo cinque elementi che vestono con un lungo lenzuolo bianco legato in vita da una corda e il viso reso scuro dal carbone che rappresentano le anime in pena che vagano fino al crepuscolo allo scopo di espiare la propria colpa. Secondo la superstizione popolare questa processione non può essere interrotta se non se ne vogliono pagare terribili conseguenze.

Altra figura tradizionale è La Filugnana, ossia la filatrice, che personifica l’unione delle tre sorelle della vita: la nascita, la crescita e la morte. La filugnana avanza con grande solennità avvolta in un pesante mantello nero, con il viso coperto e porta tra le mani un fuso e le forbici: il filo di lana rappresenta la vita di ciascuno e, quando viene tagliato, è simbolo della vita che si spezza.

Decisamente più ludiche sono Li Mascari in Linzolu, che rappresentano l’evoluzione della maschera gallurese per eccellenza, il Domino, e che hanno lo scopo di stemperare l’aria tetra lasciata dalle anime malvagie.

Dopo questo breve ma intenso viaggio tra i monti del Limbara possiamo senza dubbio concludere che nessun paese, come Calangianus, riesce a unire in modo tanto sapiente quanto magico la concretezza dell’economia con il magnetismo imperscrutabile delle tradizioni popolari.

Lu Traicogghju e, in secondo piano, La Reula