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Il villaggio fantasma di Monte Narba, una pagina della storia mineraria di San Vito

Attivo fin dal XIX secolo d.C., il villaggio abbandonato, tra ruderi, affreschi e leggende, racconta uno spaccato di vita non solo industriale, ma anche culturale e sociale del territorio. Un sito da visitare con attenzione!

di Chiara Medinas
18 Giugno 2024
in Itinerari
🕓 5 MINUTI DI LETTURA
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Il villaggio minerario di Monte Narba a San Vito. ? ales&ales. License: CC BY-NC-SA

Il villaggio minerario di Monte Narba a San Vito. ? ales&ales. License: CC BY-NC-SA

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Un’area fertile, che tra eccellenti produzioni di agrumi e tradizioni culinarie non può fare altro che alimentare orgoglio nostrano. Sito nella provincia del Sud Sardegna, il comune di San Vito si distingue per essere tra i centri più interni del Sarrabus, subregione dal ricco passato estrattivo. Un legame storico-geografico ben attestato anche dal villaggio minerario di Monte Narba, a pochi chilometri dall’abitato sanvitese.

Nato nel corso del XIX secolo d.C., il villaggio di Monte Narba porta con sé un’esistenza tanto peculiare quanto breve in virtù della relazione con l’attività mineraria locale. Malgrado fosse già noto nel ‘700 grazie a diverse esplorazioni, solo nel secolo successivo il sito conobbe infatti un periodo fiorente divenendo tra i più rilevanti giacimenti d’Italia, nonché un prolifico snodo della cosiddetta “Via dell’Argento”. Comprendente circa 10 aree minerarie sarde, l’azione di quest’ultima è documentata con foto e oggetti da lavoro nell’omonimo museo locale, attualmente non accessibile.

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Piena di aspettative, la ricchezza di Monte Narba ebbe un’importante conseguenza, ossia la nascita di un insediamento per ospitare i minatori operanti. Un progetto ambizioso, reso possibile dall’operato della Società Anonima Miniere Lanusei, gruppo genovese che nel 1864 ottenne in concessione il sito. Intuendo le potenzialità di Monte Narba, essa infatti avviò subito estrazioni d’argento e piombo, così instancabili da dover rivedere la situazione abitativa degli operai.

Oltre a pozzi e chilometri di gallerie, si decise quindi di far costruire un villaggio dotato di servizi essenziali quali un piccolo ospedale, una falegnameria, un’officina meccanica e un luogo di vendita di generi alimentari. L’area presto conobbe inoltre novità come energia elettrica e un telefono, seguite dalla costruzione di “Sa Macchina Beccia” (“la macchina vecchia”) – pozzo principale collegato a una dozzina di gallerie – e di una laveria per accogliere i minerali dei cantieri.

Una cittadina a tutti gli effetti, dove non mancavano anche le case di minatori, impiegati, dirigenti e la sede del direttore, chiamata Villa Madama. Cuore gravitante del villaggio, essa fu progettata dall’ingegnere e direttore della miniera Gian Battista Traverso con stile elegante a tre piani e due accessi, uno dei quali affacciava su un rigoglioso giardino. La raffinatezza strutturale si accompagnava inoltre a comodità all’epoca ritenute sfarzose, quali un refrigeratore e una caldaia a legna. Villa Madama accoglieva infine anche gli uffici amministrativi, dove tutt’oggi è possibile osservare una rastrelliera, formata da telaio con mensole dove si collocavano documenti e carte topografiche.

Il villaggio minerario di Monte Narba a San Vito. ? Sardegna Abbandonata
Il villaggio minerario di Monte Narba a San Vito. ? Sardegna Abbandonata
Il villaggio minerario di Monte Narba a San Vito. ? Sardegna Abbandonata
Il villaggio minerario di Monte Narba a San Vito. ? Sardegna Abbandonata
Il villaggio minerario di Monte Narba a San Vito. ? Sardegna Abbandonata
Il villaggio minerario di Monte Narba a San Vito. ? Sardegna Abbandonata
Il villaggio minerario di Monte Narba a San Vito. ? Sardegna Abbandonata
Il villaggio minerario di Monte Narba a San Vito. ? Sardegna Abbandonata

Efficiente e organizzata, l’esistenza del villaggio di Monte Narba procedette fino alla fine del XIX secolo, quando la miniera entrò in crisi a seguito della concorrenza e dell’impoverimento dei depositi metalliferi. Malgrado tentativi di ripresa, il sito minerario passò a diverse società fino a perdere la concessione nel 1935 ed essere abbandonato. Una precarietà colmata per un certo tempo da un’azienda agricola, che stabilì nel villaggio scuderie e magazzini anch’essi però poi definitivamente sgombrati.

Nonostante l’oblio del che l’ha reso un luogo solitario, il villaggio di Monte Narba restituisce tutt’oggi una storia complessa e magnetica.Assieme a resti della laveria e dell’officina, il palazzo della direzione è centrale nell’evocare un passato illustre, a partire dalla sigla in ferro battuto “SL” (Società Lanusei) posta sopra l’ingresso.

A sua volta l’interno rivela altri particolari negli affreschi del soffitto e delle pareti al piano superiore, opera di un maggiore dell’esercito austro-ungarico. Grazie alla posizione remota e isolata, si dice infatti che durante la Prima Guerra Mondiale prigionieri austriaci venissero condotti al villaggio e costretti a lavori forzati. Nel 1916 fu la volta anche dell’autore degli affreschi, i quali malgrado gli agenti atmosferici mantengono ancora brillanti colori.

La zona mineraria di Monte Narba si trova a pochi chilometri da San Vito (SU). Dopo essere usciti dal paese per dirigersi verso Muravera lungo la Strada Statale 387, è necessario superare il ponte sul torrente Flumini Uri e seguire il cartello stradale che conduce a un percorso sterrato. Posto sulla sinistra, imboccandolo e percorrendolo si arriverà alla mèta.

Sebbene la visita sia libera e gratuita, a causa dello stato pericolante è sconsigliabile addentrarsi da soli negli edifici. Per ulteriori informazioni è possibile scrivere al Comune di San Vito all’indirizzo e-mail [email protected].

Tags: instanewsminiereMonte NarbaSan VitoSarrabus
Chiara Medinas

Chiara Medinas

Assidua frequentatrice di musei e grande amante delle pardule, la curiosità è la mia musa ispiratrice. Se è vero che la bellezza sta negli occhi di chi guarda, credo non ci sia sensazione migliore che provare stupore per le piccole cose.

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  • Forza, creatività e radici: sono gli elementi al centro di Donne dell’isola, il progetto nato da Gabriella Campus e Sabrina Maccioni per raccontare le donne sarde che costruiscono, innovano e valorizzano il territorio. 🌿  Attraverso Instagram, YouTube e Substack, le due ideatrici danno voce ad artigiane, imprenditrici, custodi di antiche tradizioni e pioniere del cambiamento. Dai mestieri del passato alle nuove attività, ogni storia mostra una Sardegna autentica, fatta di coraggio, dubbi, scelte e voglia di restare. ✨  📲 Scoprite il progetto e le sue protagoniste nell’articolo di Chiara Medinas: la storia completa è su SHmag.it
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Nell’Ottocento, tra Barbagia e Gallura, un fenomeno criminale unico ha segnato i villaggi sardi.  Gruppi di cavalieri armati, coordinati da “su bardaneri”, pianificavano assalti notturni a dimore e stazzi isolati. Niente venerdì: la scaramanzia faceva parte del codice. 🐴⚔️  Tortolì, 13-14 novembre 1894 🗡️
Un gruppo armato assalta la villa del cavaliere Vittorio Depau. Il possidente è a Cagliari, nella dimora restano servitù e famiglia. Un servo oppone resistenza e viene ucciso. Il brigadiere Pietro Giua cade in combattimento, il carabiniere Bulciolu resta ferito. I malviventi fuggono col bottino, lasciando il paese nel terrore.  Esterzili, Venerdì Santo 1840 ⚰️
La nobile famiglia Capece viene assaltata nella sua dimora. Don Salvatore, il capofamiglia, perde la vita. La figlia Francesca testimonia: i cugini Giulio e Salvatore Tolu vengono accusati, arrestati e giustiziati. Anni dopo si scopre la verità: erano innocenti. I veri colpevoli vengono individuati, la refurtiva recuperata. Due vite spezzate ingiustamente.  Due episodi che hanno segnato la storia sarda dell’Ottocento. 🏔️📖  🔗 Articolo completo di Chiara Medinas su shmag.it
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