Un cuore di pochi abitanti posto quasi al centro della Sardegna: nelle sue caratteristiche Austis (NU) è tanto vario quanto unico, dal buon cibo fino a movimenti geologici che hanno dato vita a fenomeni leggendari come Sa Crabarissa. Un tale modo di distinguersi è evidente anche nelle attività comunitarie come il Carnevale, evento che ogni anno diventa il palcoscenico privilegiato de Sos Colonganos.
Festeggiato solitamente nel mese di febbraio, su Carrasegare austese anima annualmente le vie del centro con profumi, voci e la presenza de Sos Colonganos, maschera che fin dall’origine del nome emana un certo fascino che ancora oggi lo precede. Derivante dal greco “kolos”, esso avrebbe infatti il significato di “colui che veste di pelli”, tipico abbigliamento che è possibile riscontrare anche in s’Urtzu, figura designata a vittima che partecipa al corteo assieme agli stessi Colonganos e a Sos Bardianos, veri e propri suoi guardiani.
Vestiti con indumenti in pelle di pecora e pellami di martora o volpe sul capo, Sos Colonganos sono i primi ad apparire il 16 gennaio durante l’accensione dei fuochi di Sant’Antonio, in un totale silenzio seguito da una danza rituale attorno al falò dove, muniti di bastone e forcone, procedono organizzati in due file ordinate saltando all’unisono. Un movimento di penitenza che mette in evidenza ulteriori elementi dell’abbigliamento, dalla maschera in sughero ricoperta di rami di corbezzolo – pianta sempreverde con fiori e frutta auspicanti continua fertilità – alle ossa d’animale poste sulla schiena evocanti invece morte e resurrezione.
Dal forte effetto simbolico, proprio il significato delle ossa richiama anche il futuro destino de s’Urtzu, che appare successivamente a Sos Colonganos col volto tinto di carbone e indossando sul capo una testa di cinghiale completa addirittura di zanne, denti, occhi e grugno. In un’azione frenetica egli cerca di scappare ai volti scuriti de Sos Bardianos, che avvolti in un cappotto con cappuccio nero in orbace (“su gabbanu”) non solo percuotono s’Urtzu col bastone fino a ucciderlo, ma annunciano anche il passaggio del corteo suonando un corno o una conchiglia.




Dalla quiete con cui Sos Colonganos inaugurano la propria uscita annuale ai versi di terrore de s’Urtzu percosso, il Carnevale austese rappresenta un’inesauribile fonte di memoria locale le cui radici risalirebbero almeno al 1700, così come sembra testimoniare la data della poesia del neonelese Bonaventura Licheri:
“E in su fogulone ballant sos Colonganos, cun urteddos in manos de bardaneris. Bricant che gherrieris cun fustes e furconese, cun peddes de matzones, craba e isbirru. Meres in dogni chirru che una suferentzia, che una penetentzia, dilliriados. De ossos carrigados in palas a muntone, e frunzas de lidone ant pro caratza. Sa pecadora ratza paret bestid’a dolu, de dimonios su ‘olu in terr’avallu.”
“Intorno al grande falò ballano sos Colonganos, con in mano coltelli da brigante. Saltano come fossero in lotta, muniti di bastoni e forconi. Sono coperti con pelli di volpe, di capra e di martora. Dovunque si vedono “printzipales” presi da frenesia, deliranti, come dei sofferenti in penitenza. Hanno le spalle cariche di ossi e sul volto una maschera di fronde di corbezzolo. Questa razza di peccatori sembra vestita a lutto ed è simile ad un volo di demoni che ha trovato riparo sulla terra.”
Una descrizione che rispecchia abbastanza ciò che ancora oggi si propone agli occhi del pubblico e che riflette un rito trascendente la semplice rappresentazione estetica, così come ci racconta anche l’aspetto poco gioioso delle maschere assieme all’atteggiamento penitente e alle ossa sulla schiena al posto dei campanacci, elemento che distingue Sos Colonganos da altre figure come quella dei Mamuthones mamoiadini.
Alla testimonianza storica si aggiunge nel presente anche un’attività costante di valorizzazione e recupero dei riti carnevaleschi austesi, portata avanti fin dai primi anni 2000 dall’Associazione culturale Sos Colonganos in collaborazione anche con la studiosa Dolores Turchi. In un processo di ricostruzione delle maschere e dei loro comportamenti è stato infatti possibile ottenere informazioni da testimonianze locali come quella della signora Franziscangela Meloni, classe 1907 che ha ereditato dal padre curiosità sul periodo tra fine ‘800 e prima metà del ‘900, quando non solo le maschere lanciavano crusca al posto di coriandoli ed erano munite di coltelli, ma legavano perfino le ossa sulle spalle con pezzi d’intestino.
Diversi elementi attualmente non più riproposti per svariati motivi, ma che nonostante tutto hanno fatto parte del percorso delle maschere contribuendo a dotarle di un fascino pressoché intramontabile.








































