Camminando per le vie centrali del piccolo borgo gallurese di Aggius, a pochi chilometri da Tempio Pausania, ci si imbatte in un particolarissimo museo. L’aspetto non è propriamente quello di un classico museo, e la sua storia ne è la prova: nato da un’idea di un fotografo aggese, Mario Saragato, trova spazio all’interno di un vecchio magazzino.

«Nel 2019 ho pubblicato un libro intitolato “tetralogia dell’amore perduto” – spiega – insieme a Chiara Cordeschi; abbiamo deciso di promuoverlo organizzando un’esposizione. Al posto della solita mostra, però, ho pensato di creare un vero e proprio museo dove ho dato spazio alle storie racchiuse nel libro e anche chiesto ai visitatori di inviare le proprie testimonianze. E ha funzionato».

Alle pareti trovano dimora le testimonianze di amori vissuti, raccontati da chi, seppur traducendo in parole una tangibile sofferenza, ha comunque voglia di raccontare ciò che è stato, quasi a voler compiere un rito di passaggio. Una volta scritta, la storia non riguarda più la vita privata dei suoi protagonisti, ma diviene di tutti. E così che ci si trova a immaginare ciò che sarebbe potuto essere, per esempio tra Floriana e Piero, il cui amore appare oggi, agli occhi della protagonista, come una condanna a cui non riesce a sottrarsi, allo stesso modo in cui non riesce a smettere d’inciampare di continuo nel ricordo di un “noi” ormai passato per sempre.

L’idea di rendere immortali le relazioni finite, sublimandone l’essenza stessa con pensieri indelebili, è davvero originale. La sensazione che si prova, percorrendo i pochi metri quadri del magazzino, dove antichi telai e tappeti compongono l’arredo, è quella di immergersi completamente nelle storie narrate. È il potere della parola che emerge, corredato soltanto da immagini evocative. L’atmosfera che si crea sembra appartenere proprio alle note della canzone di Fabrizio de André – che in quelle zone aveva scelto di vivere – a cui il nome del museo s’ispira.

È la poesia, ciò che nasce dalle ceneri di un amore: “il dialogo muto che non conosce musica” – per dirla con le parole di Valentina e Vittorio. È la prova che si può documentare tutto, non solo fatti concreti e storici, ma anche sentimenti, ricordi, sensazioni, se si ha la sensibilità necessaria ad entrare in affinità con la parte più intima – ed effimera – di noi stessi.

Il Museo si trova in Via G. Marconi, a pochi metri dal Museo MEOC e dal rinomato Museo del Banditismo. Oltre alla sede fisica, però, abbina anche un profilo Instagram, che lo rende “in continuo divenire”: tutti possono inviare testimonianze delle proprie storie interrotte – non necessariamente riguardanti relazioni tra uomo e donna – incrementando l’esposizione.

Non un cimitero dell’amore, quindi, ma un vero e proprio omaggio ai sentimenti, ai ricordi, a ciò che resta come cimelio e come esperienza nel corso delle nostre vite, per imparare ad accettare il passato e a guardare avanti con maggior consapevolezza. Una tappa sicuramente meritevole di attenzione, quella rappresentata dal Museo dell’Amore Perduto, che ben si integra in un percorso culturale e ricco di bellezze naturali del caratteristico borgo.