Classe 1992, chitarrista, cantante e compositrice: Irene Loche, cuore blues, continua ad intraprendere un percorso di crescita musicale costante, affascinante e totalmente originale.

Quanto è complicato, specie in questo periodo, scegliere la musica come strada lavorativa?
È una scelta coraggiosa, e non solo per chi sceglie la musica, ma per chiunque voglia seguire se stesso e la propria passione. Tuttavia, nonostante le difficoltà del caso e il poco lavoro, credo fermamente che sia l’investimento più importante, duraturo e funzionale che si possa fare. La musica qui e oggi è strattonata e “vestita” di un gusto che più che per comunicare o piacere serve per apparire, e non funzionerà mai, non per sempre. Nel mondo sta accadendo di tutto, le persone hanno bisogno di sentirsi veramente coinvolte e considerate e sta crescendo sempre di più la necessità di esprimere se stessi e di confrontarsi con gli altri.

Quando hai capito che la chitarra sarebbe stata la tua fedele alleata per la vita?
L’ho capito da subito. Non ho idea del perché, sebbene sia cresciuta in un ambiente pieno di musica nessuno mai mi ha “forzato” a suonare o ad ascoltare i dischi. Quando ero bambina ero sempre in un mondo tutto mio, giocavo e fantasticavo quasi come se vivessi un film e la chitarra ha dato colore a queste immagini. In seguito mi ha dato la possibilità di raccontare ciò che pensavo o che vivevo. Lei è sempre stata con me.

Quale band o quale artista ascoltavi durante la tua adolescenza? Esiste un artista che ha cambiato la tua visione della vita e dato una scossa per intraprendere il tuo percorso musicale?
Quando ero adolescente ascoltavo di tutto e tuttora è così. Ho sempre avuto (per fortuna) la mente aperta e molte cose che anni fa non apprezzavo le ho riscoperte oggi con altri occhi. Principalmente sono cresciuta con il soul, rhythm and blues, swing e tanto Battisti. Ho passato ore e notti ascoltando musica di qualsiasi tipo, ero completamente coinvolta. Poi venne il blues e da lì un tassello si mise al suo posto.

Il tuo è un blues carico di energia, ma allo stesso tempo aggraziato e delicato: ci puoi spiegare questa sorta di contrasto?
Quello che suono è esattamente ciò che sono nella vita. Sono una persona timida ma allo stesso tempo determinata. Alcuni direbbero che sono dolce, altri direbbero che sono burbera. Ho i miei contrasti belli forti e credo che si senta anche quando suono.

Hai suonato sia in una band, sia da solista: quali sono le differenze d’approccio al pubblico in un concerto live?
Le differenze nascono dalla cosa più semplice: la responsabilità nel suonare in una band è dare rispetto e fiducia alle persone con cui suoni e così anche il coinvolgimento del pubblico cambia. Quando si è da soli, ovviamente, si è più esposti: in questo caso bisogna cercare di condividere se stessi al massimo e coinvolgere chi ascolta.

Ascoltando molto attentamente il tuo disco “Garden of Lotus”, si nota un carattere molto pacato e riflessivo, una sorta di inno alla meditazione. Non manca però la carica e la grinta da rockstar: ti senti un’artista completa sotto questo punto di vista?
Assolutamente no, dall’uscita del disco ad oggi ho scritto tanti altri brani e sono cambiata tantissimo. Le esperienze segnano e si fanno sentire anche e soprattutto in musica, e penso sia giusto così. Molti artisti che amo hanno fatto dischi bellissimi e diversi gli uni dagli altri e penso sia un modo sincero di fare musica. Tutti quanti cambiamo.

Quali sono i progetti per il tuo futuro? Cosa consiglieresti a chi coltiva la tua stessa passione, ma non ha il coraggio o il carattere per metterla in atto?
L’America è da mesi il mio pensiero quotidiano e so che sarà un’esperienza importante. Sto lavorando al nuovo disco e da qui a gennaio conto di girare e suonare tanto. Il mio consiglio? Prendete in mano il vostro cuore, stringetelo forte e perseguite voi stessi, sempre.