William Shakespeare ne “La Tempesta” trasporta lo spettatore tra le vicissitudini di un’antica Isola, brulla e selvaggia, dispersa nel bel mezzo del Mediterraneo, abitata da un popolo longevo e fortemente legato alla propria terra. Un’isola misteriosa e lontana dal continente, figlia della magia e della storia.


Gianfranco Cabiddu
, regista cagliaritano classe 1953, già celebre per il suo documentario Faber in Sardegna & L’ultimo concerto di Fabrizio De André, e allievo e collaboratore di Eduardo De Filippo per 5 anni, coglie e rende proprio (assieme agli amici Ugo Chiti e Salvatore De Mola) l’evidente legame che esiste tra la celebre commedia del “bardo” e la sua isola di origine, trasformando la traduzione in napoletano antico del suo maestro (mescolando il tutto con “L’arte della commedia”, dello stesso De Filippo) della celebre opera di Shakespeare in un’opera cinematografica elegante, divertente e raffinata: La Stoffa dei Sogni.

Una piccola imbarcazione diretta in Sardegna si imbatte in una violentissima tempesta proprio nel mezzo della traversata; la forza della natura, devastante, se non il destino, ancora più crudele ove possibile, portano così gli strani personaggi che popolano il minuscolo battello a naufragare in una misteriosa isola carcere, a pochi chilometri dalla meta prefissata: un’Asinara del primo dopoguerra, ancora forte della nomea di “isola carcere”, aspra, incontaminata, selvatica e popolata da bizzarri personaggi.

Tra i pochi sopravvissuti al violento nubifragio sono presenti un’assurda compagnia di teatranti capitanata dall’irriverente capo comico “signor” Oreste Campese (magistralmente interpretato da Sergio Rubini) e da sua moglie Maria (Teresa Saponangelo). La scapestrata famiglia di attori si troverà suo malgrado, però a dare ospitalità ad altri superstiti, infiltrando tra le fila della compagnia tre pericolosi camorristi: lo stanco, ma risoluto, capo clan Don Vincenzo (eccellente prova attoriale di Renato Carpentieri), distrutto dalla scomparsa di suo figlio Ferdinando nella tempesta, e ai suoi due scagnozzi, arrivisti e infidi, Andrea (Francesco Di Leva) e Saverio (Ciro Petrone).

La strana combriccola se la dovrà presto vedere non solo con la rigidità e brutalità del territorio, ma anche e soprattutto con il burbero e severo direttore del carcere De Caro (uno splendido Ennio Fantastichini), che come un moderno Prospero comanda l’intera Isola con ferma regalità.

L’inflessibile direttore, conscio che tra gli attori si nascondano i tre famigerati camorristi, propone al capo attore una sfida: la comitiva avrà meno di una settimana per portare in scena “La Tempesta” di William Shakespeare, mentre, dal canto suo, il povero Oreste Campese avrà pochi giorni a disposizione per trasformare i tre pericolosi criminali in perfetti attori di teatro.

Alla vicenda principale si aggiungono le storie degli abitanti dell’isola: Miranda (Alba Gaia Bellugi), giovane figlia del direttore (nome non casuale, come gli amanti di Shakespeare possono facilmente comprendere), a modo suo “imprigionata” nell’Isola, che vede il proprio cuore conteso tra un misterioso naufrago e il tenente Franci (Jacopo Cullin), i carcerati, ognuno con la propria caratteristica, e il pastore Antioco (Fiorenzo Mattu), semplice e grottesco omone, odierno Calibano, vero Re dell’Isola e simbolo vivente della Sardegna più pura, nei suoi pregi e nei suoi difetti.

Dopo 8 anni di complicata gestazione, Cabiddu mette in scena una commedia meta-narrativa fresca e divertente, che non manca comunque di emozionare ogni genere di pubblico, ma che possiede soprattutto il grande merito di trasportare lo spettatore nella natura incontaminata dell’Asinara grazie ad una fotografia pulita, maestosa e inappuntabile, che prende i propri tempi per mostrare a tutti gli interessati un aspetto della Sardegna troppo spesso trascurato. Il tocco di Eduardo De Filippo è vivo e presente nell’opera dell’allievo (che omaggia l’insegnante con il caméo del figlio Luca, scomparso lo scorso anno) ed ogni personaggio presente sembra essere fuoriuscito direttamente dalla penna dello scrittore inglese e trascinato con cura nell’ambientazione sarda, adattandovisi perfettamente e consentendo alle più disparate culture (da quella inglese, a quella napoletana, passando per quella sarda) di incontrarsi e influenzarsi reciprocamente in un’isola molte volte dimenticata e senza tempo.