Esattamente trent’anni fa, il 14 agosto 1996, la Sardegna finì al centro delle pagine di cronaca nera per uno dei delitti più efferati e sconvolgenti mai commessi nell’Isola.
Se il mese di agosto richiama il mare e le vacanze, fu proprio una località balneare a fare da sfondo a questa tragica vicenda.
Tutto accadde nel nord-ovest della Sardegna, al centro del golfo dell’Asinara, lungo il litorale di Platamona, da sempre considerato la spiaggia dei sassaresi, nonostante disti circa 15 chilometri dalla città. In un piccolo residence affacciato sul mare viveva Vicky Danji, una giovane ungherese di 21 anni arrivata in Sardegna in cerca di una vita migliore. A Sassari lavorava nei locali notturni fino a quando conobbe Michele Nuvoli, un criminale locale. Già sposato con Maria Antonietta Roggio, dalla quale aveva avuto due figli, Nuvoli lasciò la famiglia per iniziare una relazione con Vicky. I due si trasferirono a Platamona e poco dopo nacque un figlio. Ben presto, però, la donna si ritrovò sola con il neonato: Michele, già pregiudicato, venne arrestato nel maggio 1996 per una rapina da 400 milioni di lire al Banco di Sardegna.
L’ex moglie osservava a distanza la nuova compagna di Nuvoli, consumata dal dolore e dalla rabbia. Una sofferenza a cui assisteva ogni giorno il figlio Francesco, 17 anni. I due vennero a sapere che Vicky stava rinnovando i documenti validi per l’espatrio. La notizia li allarmò: sospettavano infatti che Michele Nuvoli le avesse affidato ciò che restava del bottino della rapina, con l’intenzione di raggiungerla una volta tornato in libertà.
Il 14 agosto Francesco, insieme all’amico quindicenne Riccardo Pintus, si recò a Platamona e suonò alla porta della donna che, riconoscendolo, lo fece entrare. Tra il figlio di Nuvoli e la compagna del padre nacque un confronto. Francesco le chiese se fossero vere le voci di una sua imminente partenza. Lei confermò, spiegando che il viaggio avrebbe avuto soltanto lo scopo di presentare il figlio alla propria famiglia. Fu allora che il giovane estrasse un coltello nascosto sotto il giubbotto e, nonostante la presenza del bambino, colpì più volte Vicky, causandone la morte. Intervenne poi anche Riccardo che, grazie all’esperienza nell’uso dei coltelli maturata lavorando saltuariamente in macelleria, decapitò il corpo della donna. I due inserirono poi la testa in una busta di plastica e si allontanarono dall’abitazione, lasciando il bambino ancora vivo e il corpo di Vicky sul pavimento.
Due giorni dopo, il 16 agosto 1996, la testa sottratta dal luogo del delitto venne ritrovata abbandonata non lontano da una casa già conosciuta agli inquirenti: quella di Maria Antonietta Roggio. I carabinieri iniziarono a ricostruire la vicenda e i sospetti si concentrarono su Francesco Nuvoli. Convocato dagli investigatori, inizialmente negò ogni responsabilità, ma poi cedette. Insieme a lui venne coinvolto anche il suo complice.
Francesco dichiarò di aver agito per sua madre, ma senza indicarla come mandante dell’omicidio. In casa Roggio, tuttavia, viveva anche l’altra figlia, Barbara, di 19 anni. Sarebbe stata lei, sei mesi dopo, a testimoniare davanti alla polizia di aver visto il fratello mostrare la testa di Vicky alla madre.
Francesco Nuvoli, Riccardo Pintus e Maria Antonietta Roggio furono arrestati e processati: Francesco ricevette una condanna a 19 anni di carcere, mentre Riccardo fu condannato a otto anni e sei mesi per concorso in omicidio. L’ex moglie di Nuvoli, che aveva sempre negato le accuse, venne indicata dagli inquirenti come mandante morale e materiale dell’omicidio. Condannata in primo grado dalla Corte d’Assise di Sassari a 25 anni di reclusione, in appello, con il riconoscimento delle aggravanti della crudeltà e del vilipendio di cadavere, le venne inflitto l’ergastolo.
Oltre a Vicky, un’altra vittima indiretta di questa tragedia fu il figlio nato dalla relazione con Nuvoli, che dopo la morte della madre venne dato in affidamento.
Anche Barbara, figlia di Nuvoli e Roggio, fu segnata profondamente da quella vicenda. Accolta in un istituto religioso a Genoni, riprese gli studi. Qualche anno dopo ottenne dalla Procura l’autorizzazione a incontrare il fratello, detenuto in un istituto penale per minorenni. Di quel colloquio non parlò mai con nessuno. Il 5 maggio del 2000 venne trovata senza vita nel suo letto, probabilmente a causa di un improvviso malore.
A distanza di tre decenni, resta ancora lo sconcerto per ciò che accadde a Platamona quel 14 agosto. Non fu un femminicidio né un delitto passionale, ma una tragedia maturata all’interno di una famiglia, segnata da una violenza estrema e da circostanze che hanno lasciato un segno indelebile nella memoria collettiva.



































