«Non ti chiedi come mai sia tutto a portata di bambino? Perché nascono così i nuovi maestri.»

Vai a trovare Chiara Vigo e ti ritrovi a disquisire di valore dell’arte, società e futuro dei giovani. Ma forse è proprio quello che “su maistu” vuole.

Riceve per appuntamento a Sant’Antioco nel suo laboratorio, luogo in cui, mentre lavora con minuzia quell’apparente disordine di fili, ti spiega perché c’è così tanto bisogno di stanze come la sua e di scambio di opinioni faccia a faccia.

È invitata a conferenze e meeting internazionali, ha vinto premi, esposto opere nei più importanti musei, tessuto gli stemmi di diverse città, creato opere per personaggi influenti e si adopera per la tutela dell’ambiente marino, eppure il timore di sentirsi in soggezione in sua presenza svanisce lasciando il posto a una sensazione di accoglimento.

Non ci sono regole e prassi da museo anche se Chiara un museo lo creò e lo fece brulicare di genti e iniziative dal 2006 al 2016, anno in cui il Comune la invitò allo sgombero con la motivazione di problematiche dovute all’impianto elettrico.

Come delinea in un’amara riflessione, a Sant’Antioco sono scomparsi i teatri, i cinema e le botteghe in cui gli abitanti si incontravano per confrontarsi, e ora si rischia di perdere anche quell’inestimabile tesoro che è il racconto orale della tradizione e delle arti, in un contatto diretto col maestro e l’osservazione delle sue mani che creano qualcosa partendo da una materia prima in origine amorfa.

È il caso del filamento secreto dalla Pinna nobilis, che a contatto con l’acqua si solidifica diventando un batuffolo grezzo e incolto.

Solo la sapiente lavorazione lo renderà bisso, un filo dorato sottile e leggero quanto resistente, perfetto per tessere con le unghie preziosi ricami che brillano al sole.

L’animale, un mollusco bivalve che può superare il metro di altezza, è presente solo nelle acque del Mar Mediterraneo e rischia l’estinzione, per questo è specie protetta dal 1992.

Il suo bisso apparteneva alla nonna materna e ne possiede per tantissimi anni ancora.

Leonilde Mereu si immergeva circa cento volte per ricavare 300 grammi di grezzo che divenivano 30 grammi di bisso e infine 21 metri di filo.

Piccolissima, Chiara decise di andare a vivere con lei dopo la morte del papà e da allora non esiste più un prima e dopo il bisso, ma solo una quotidiana simbiosi con le arti, la forte spiritualità e il legame con il mare che la nonna le trasmise.

A quattro anni filava e a dodici tesseva e fu naturale e doveroso farsi portavoce di tutto ciò che apprese: a ventisette anni, con il giuramento dell’acqua, la nonna le cedette il posto e Chiara, che fino a quel momento camminò simbolicamente dietro il maestro, iniziò la sua personale strada nel mondo del bisso.

Decise di far conoscere il filo del mare e la terra di Sardegna oltre i suoi confini perché tessere “non deve avere solo fini pratici, ma anche divulgativi, scientifici e interpretativi”.

Conservare e salvaguardare le arti dovrebbe essere un dovere civile, dice appassionata, e un maestro è proprio colui che crea per tramandare e donare, le sue opere non sono in vendita.

Chiara incarna un’idea di museo paradossalmente innovativa perché eco di un passato in cui gli spazi, gli antichi gesti e i racconti del maestro erano a disposizione di tutti senza pagare il biglietto.

Il suo è un turismo emozionale e andando a trovarla scopri che, all’età di 64 anni, si alza ogni mattina alle tre e prega per la pace nel mondo; passa la giornata all’interno del laboratorio e riceve le persone per spiegare come può un ammasso di fibra diventare un ricamo su lino che ritrae soggetti della tradizione antiochense quali l’albero della vita, cervi e asfodeli, per citarne alcuni.

Questa fibra viene dissalata per venticinque giorni cambiando l’acqua dolce ogni tre ore e successivamente può essere conservata oppure utilizzata e quindi sottoposta alla cardatura (per eliminare le impurità e pettinarla) e all’immersione in un formulario naturale composto da alghe, succo di limone e cedro che la rendono color dell’oro. Con la filatura e infine la torsione tramite l’ausilio del fuso in ginepro, il bisso è finalmente filo, pronto per la lavorazione sul telaio manuale.

Sul suo tavolo da lavoro ci sono un cardo a spilli celeste e una pinzetta a forma di donna che appartengono alla nipotina Alessia, di cinque anni, colei alla quale la tradizione si sta nuovamente trasmettendo per discendenza familiare. “Nonna andiamo a fare bisso”, le dice, e lei la lascia fare.

Vado via pensierosa perché i soldi raccolti col crowdfunding per l’acquisto del locale non sono sufficienti e Chiara, che vive di donazioni, non saprebbe come andare avanti.

“Dov’erano le donne di Sardegna quando hanno chiuso il mio museo?”, tuona lei che de “Il leone delle donne”, disegno donatole da Eugenio Tavolara, ha fatto la sua opera distintiva.

Mentre scrivo queste parole ripenso a quando, durante la nostra chiacchierata, un gruppo di turisti francesi ha invaso la stanza costellandola di espressioni stupite.

Nonostante la sua controversa e dibattuta personalità, forse sarebbe un peccato perdere ciò che ha costruito e quello spazio comune in cui imparare l’arte e parlare sì di bisso, ma soprattutto di vita.