Era il 2009 quando incontrai per la prima volta Oreste Pili. Avevo 16 anni e partecipavo come guida alla manifestazione “Monumenti Aperti” presso la torre costiera di Su Loi, a Capoterra. Avevo illustrato per tutto il giorno la storia del sito a diversi gruppi di più o meno curiosi, fino a quando i professori tacquero per il suo arrivo. Assessore comunale all’urbanistica e alla lingua sarda, capoterrese doc, professore di tedesco al liceo classico di Villacidro, e figura di spicco per i suoi importanti studi di sardistica, tanto acclamati quanto contestati negli atenei, Oreste Pili amava la cultura della sua isola, e poco importava se a raccontarla era una voce imperfetta e talvolta esitante come la mia, carica di nervosismo e soggezione. Infatti, non è solo per le vittorie che si viene ricordati, ma anche e soprattutto per le sconfitte e i tentativi, come ci dimostra la sua vita di battaglie, che, vinte o meno, resteranno pur sempre eterne.

La prima tra queste è quella contro la giustizia nel 1979, quando viene condannato a tre anni e quattro mesi per la sua militanza nel Partito Sardo d’Azione e complicità di un presunto complotto separatista. Pili il “Pacifista”, un’allitterazione che non è affatto una coincidenza, ma quasi un secondo nome di battesimo, la caratteristica per cui era conosciuto e stimato da tutti – insieme al suo impegno e la sua dedizione in politica sin da giovane – e che stonava inevitabilmente con quella famosa sentenza.

La seconda, quella per la cultura, viene portata avanti fino alla fine, all’insegna di uno studio ben lontano dal mero accademismo e una passione senza confini. Il sardofono per eccellenza viene ricordato con profondo affetto dagli alunni ammaliati dalla sua parlata fluida e sicura, e con gratitudine dalla sua terra per aver contribuito a restituire dignità alla lingua sarda e forma e struttura a una delle sue varianti grazie alla redazione a più mani delle Arrègulas po ortografia, fonètica, morfologia e fueddàriu de sa Norma Campidanesa de sa Lìngua Sarda, adottate nel 2010 dal Consiglio Provinciale di Cagliari. Una lotta che parlava sardo per far sì che i sardi parlassero, capissero, pensassero sardo, come a sintonizzarsi sulla sua stessa lunghezza d’onda in merito a valorizzazione, promozione, istruzione, urbanistica e linguistica.

La terza e ultima, quella contro il cancro, era forse persa in partenza o vinta a mani basse, perché i grandi sardi non possono mica morire nell’isola eterna, perché chi parla e scrive in sardo per i sardi non muore mai. Is fradis, unica e ultima sua opera, resterà, così come il patrimonio delle “Arregulas”, per renderci custodi dei suoi moniti (“ogni limba in logu suo; s’italiana in Italia e sa sarda in Sardigna. Bois istudiades a Manzoni, Pascoli e D’Annunzio e nois a Lobina, Peppinu Mereu e Montanaru”), con quel rock importato e ospitato – in tutti i sensi – nella sua Capoterra a fare da colonna sonora.

Chissà quante altre battaglie aveva combattuto, silenziose e dignitose come la sua lingua, e chissà quante ancora dovremo combatterne noi affinché il suo impegno non sia stato vano, contro chi continuerà a considerare il frutto di quell’immensa collaborazione linguistica scientificamente irrilevante e affermare che la sua condanna non era stata abbastanza severa, vedendolo sempre e solo come l’indipendentista che si è re-inventato sardista e accademico. Quale che sia la sentenza di questa bilancia sociale, chi lo conosceva poco – come me – menziona la sua immensa cultura, mai ostentata e sempre al servizio della comunità, chi lo conosceva bene lo loda, sempre in sardo, per la sua pacatezza e ostinazione, e chi non lo conosceva per nulla – magari dopo aver letto i suoi interventi o ascoltato una sua intervista – non può che affermare che invece non c’è stata alcuna vittoria né sconfitta, perché non c’è stata alcuna battaglia. Oreste Pili, semplicemente, ha restituito ai sardi la voce che avevano perduto o che avevano dimenticato di avere.