“El Niño si sta ingigantendo sotto i nostri occhi” e il mondo è “nella zona di pericolo” per gli eventi meteorologici estremi. È questo l’allarme lanciato dal segretario generale dell’Onu António Guterres. A confermarlo è anche la World Meteorological Organization (WMO), che ha comunicato che El Niño si sta rafforzando e che c’è una probabilità vicina al 100% che persista almeno fino a febbraio 2027, con conseguenze importanti a livello globale su temperature e precipitazioni.
Il nome El Niño affonda le sue radici nella tradizione dei pescatori sudamericani che secoli fa notarono che, lungo le coste del Perù e dell’Ecuador, intorno al periodo natalizio le acque dell’oceano diventavano più calde. Questa tendenza fu da loro chiamata «El Niño» – il bambino -, in riferimento a Gesù Bambino.
Ma dietro questo nome apparentemente innocuo si nasconde uno degli eventi meteorologici più complessi e influenti del pianeta.
El Niño non è semplicemente un periodo in cui l’oceano diventa più caldo, ma una fase di un complesso fenomeno climatico conosciuto come ENSO (El Niño – Southern Oscillation, cioè El Niño – Oscillazione Meridionale), che si sviluppa nel Pacifico equatoriale, dove non solo le acque raggiungono temperature insolitamente elevate, ma a cambiare sono anche i venti, la pressione atmosferica e la distribuzione delle precipitazioni.
Normalmente, lungo il Pacifico equatoriale soffiano gli alisei, venti che spingono le acque superficiali più calde verso occidente. Nella parte orientale dell’oceano, invece, favoriscono la risalita dalle profondità di acque più fredde. Durante El Niño, gli alisei tendono a indebolirsi e questo equilibrio viene alterato: le acque calde possono così spostarsi verso il Pacifico centrale e orientale, mentre diminuisce la risalita delle acque fredde profonde. Le variazioni delle acque influenzano anche i venti e le precipitazioni tropicali, creando un continuo scambio tra oceano e atmosfera. È proprio questo legame a far sentire gli effetti di El Niño anche a migliaia di chilometri di distanza e ad influenzare il clima in diverse parti del mondo.
El Niño non si verifica ogni anno, ma mediamente ogni due – sette anni. Un episodio dura generalmente tra nove e dodici mesi, si sviluppa tra marzo e giugno e raggiunge la massima intensità tra novembre e febbraio.
Questo fenomeno tende inoltre ad avere un effetto temporaneamente riscaldante sulla temperatura media globale, ma El Niño e il cambiamento climatico non sono la stessa cosa. El Niño è un fenomeno naturale che esiste da molto prima dell’attuale riscaldamento globale, causato invece soprattutto dalle attività umane e dall’aumento delle emissioni di gas serra. Il problema è che oggi esso si manifesta all’interno di un sistema climatico già più caldo e può contribuire ad accentuare alcuni effetti associati agli eventi estremi, come le ondate di calore e le precipitazioni intense.
Gli effetti di El Niño cambiano a seconda della regione interessata. In alcune parti del mondo, infatti, il fenomeno può aumentare la probabilità di piogge intense e alluvioni, mentre in altre può favorire periodi di siccità e temperature particolarmente elevate.
Questi cambiamenti hanno conseguenze anche sull’agricoltura. Siccità, caldo intenso, incendi e precipitazioni eccessive possono danneggiare i raccolti e mettere in difficoltà le popolazioni che dipendono maggiormente dalle colture per il proprio sostentamento.
Secondo il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite, il rafforzamento dell’episodio di El Niño in corso potrebbe spingere quasi 50 milioni di persone in più verso una condizione di insicurezza alimentare acuta entro la fine del 2027, soprattutto nelle aree del mondo già più vulnerabili. Non significa necessariamente che si verificheranno nuove carestie su scala globale, ma che in tanti potrebbero trovarsi in una situazione in cui non riescono ad avere un accesso regolare e sufficiente al cibo.
A preoccupare sono anche le possibili ripercussioni di El Niño sull’Italia, nonostante l’Europa e il Mediterraneo si trovino molto lontani dal Pacifico. Il clima italiano, caratterizzato negli ultimi decenni da un aumento delle temperature e da una crescente frequenza di alcuni eventi estremi, non dipende, in realtà, automaticamente da questo fenomeno, ma dall’interazione di diversi fattori.
Le grandi anomalie che si sviluppano nel Pacifico possono infatti modificare la circolazione atmosferica a livello globale, ma i loro effetti diventano generalmente meno diretti man mano che ci si allontana dalle aree maggiormente collegate all’ENSO. Per questo, El Niño va considerato come uno dei possibili elementi e non come la causa delle condizioni meteorologiche che stanno caratterizzando il nostro Paese.


































