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Morto Richard Scolyer, medico che sperimentò su se stesso cura contro tumore cerebrale

di Redazione
8 Giugno 2026
in Italia & Mondo
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(Adnkronos) – È morto all’età di 59 anni Richard Scolyer, uno dei più importanti oncologi e patologi australiani, conosciuto a livello internazionale per il suo contributo rivoluzionario nella lotta contro il melanoma e per aver scelto di sottoporsi in prima persona a un trattamento sperimentale contro un aggressivo tumore cerebrale. La notizia della sua scomparsa, avvenuta il 7 giugno 2026, è stata diffusa dalla Bbc e ha suscitato profonda commozione nel mondo scientifico e medico internazionale, dove Scolyer era considerato una figura di riferimento e un simbolo di dedizione alla ricerca. La sua storia aveva attirato l’attenzione internazionale non soltanto per i risultati ottenuti in laboratorio, ma per la straordinaria decisione presa dopo una diagnosi che per molti avrebbe rappresentato una sentenza senza appello. Nel maggio del 2023, infatti, gli era stato diagnosticato un glioblastoma di quarto grado, una delle forme più aggressive e letali di tumore cerebrale. Le statistiche offrivano poche speranze: la sopravvivenza media per pazienti con la sua patologia era compresa tra i dodici e i quattordici mesi. 

Di fronte a quella prospettiva, Scolyer rifiutò di arrendersi. “Non mi sembrava giusto accettare una morte certa senza provare qualcosa di diverso”, aveva raccontato in una delle numerose interviste concesse durante il percorso di cura. Quella convinzione lo spinse a fare ciò che aveva sempre fatto nella sua carriera: cercare una nuova strada attraverso la scienza. 

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Per quasi trent’anni Richard Scolyer aveva osservato il cancro dal microscopio e dai laboratori di ricerca. Aveva dedicato la propria vita allo studio delle cellule tumorali, contribuendo in modo determinante allo sviluppo delle moderne strategie di immunoterapia per il melanoma avanzato. Poi, improvvisamente, i ruoli si invertirono. L’uomo che aveva aiutato migliaia di pazienti si ritrovò dall’altra parte della scrivania, costretto a confrontarsi con le stesse paure, gli stessi dubbi e la stessa incertezza che accompagnano ogni diagnosi oncologica. In un passaggio che molti hanno definito profondamente umano e simbolico, Scolyer raccontò di aver compreso davvero cosa significhi attendere il risultato di una risonanza magnetica. Per anni aveva comunicato esiti clinici ai propri pazienti; ora era lui ad aspettare una risposta capace di cambiare il corso della sua vita. Quell’esperienza lo segnò profondamente e gli permise di guardare alla malattia con occhi diversi. 

Accanto a lui c’era Georgina Long, collega, amica e co-direttrice del Melanoma Institute Australia. Insieme avevano costruito una delle partnership scientifiche più produttive degli ultimi decenni. Il loro lavoro aveva contribuito a trasformare radicalmente la prognosi del melanoma avanzato. Se all’inizio degli anni Duemila la sopravvivenza a lungo termine era inferiore al 10%, grazie all’immunoterapia e alle nuove combinazioni terapeutiche circa la metà dei pazienti riesce oggi a ottenere risultati impensabili fino a pochi anni fa. Quando Long venne informata della diagnosi di Scolyer, reagì come scienziata prima ancora che come collega. Se l’immunoterapia aveva rivoluzionato il trattamento del melanoma, perché non tentare di applicarne i principi anche al glioblastoma? L’idea appariva audace. Molti specialisti ritenevano che il tumore cerebrale presentasse caratteristiche biologiche molto diverse da quelle del melanoma e che i risultati ottenuti in un campo non fossero necessariamente trasferibili all’altro. Eppure la coppia decise di tentare. 

Nel 2023 Richard Scolyer diventò il primo paziente al mondo a ricevere una particolare combinazione di farmaci immunoterapici prima dell’intervento chirurgico per un glioblastoma. Si trattava di una strategia mai sperimentata prima. L’obiettivo era stimolare il sistema immunitario affinché imparasse a riconoscere e attaccare le cellule tumorali ancora prima della rimozione chirurgica della massa cerebrale. Successivamente, il trattamento venne integrato con un vaccino personalizzato costruito sulle caratteristiche genetiche del tumore di Scolyer. L’intero protocollo era altamente innovativo e comportava rischi considerevoli. Non esistevano precedenti clinici in grado di garantire sicurezza o efficacia. Lo stesso Scolyer era perfettamente consapevole di essere una sorta di “paziente zero”. Tuttavia riteneva che il potenziale beneficio scientifico giustificasse il tentativo. Anche se il trattamento non fosse riuscito a salvargli la vita, avrebbe potuto fornire informazioni preziose per i malati del futuro. 

Fin dall’inizio, Scolyer decise di condividere pubblicamente il proprio percorso. Attraverso i social network, interviste e aggiornamenti periodici, documentò ogni fase della terapia, dalle speranze iniziali ai momenti più difficili. Lo fece innanzitutto per lasciare una testimonianza ai suoi figli, ma ben presto il suo racconto assunse un significato più ampio. Migliaia di persone iniziarono a seguire la sua vicenda. Pazienti oncologici, familiari, medici e semplici cittadini trovarono nella sua trasparenza una fonte di informazione e ispirazione. A differenza di molte narrazioni eroiche della malattia, Scolyer non nascose mai la paura, la fragilità e l’incertezza. Raccontò la realtà per quella che era: una lotta quotidiana in cui la speranza conviveva con il rischio del fallimento. 

Nei mesi successivi all’intervento arrivarono segnali incoraggianti. Le analisi effettuate sul tessuto cerebrale mostrarono un aumento significativo delle cellule immunitarie attivate all’interno del tumore. Per la prima volta si osservavano evidenze concrete che l’immunoterapia potesse avere un impatto biologico rilevante anche nel glioblastoma. La comunità scientifica internazionale seguì il caso con enorme interesse. I risultati furono successivamente pubblicati sulla prestigiosa rivista “Nature Medicine” e contribuirono ad alimentare nuove linee di ricerca. Pur senza poter parlare di guarigione, il caso dimostrava che una strada fino a quel momento quasi inesplorata meritava di essere approfondita. 

Uno degli aspetti più sorprendenti della vicenda riguarda la durata della sopravvivenza. Dopo l’intervento, Scolyer riuscì a mantenere una buona qualità di vita per quasi due anni. Nel marzo 2025 annunciò pubblicamente che il tumore era tornato. La prognosi tornava a essere molto difficile. Nonostante ciò continuò a condividere il proprio percorso e a sostenere la ricerca. Quando è morto, il 7 giugno 2026, erano trascorsi circa tre anni dalla diagnosi iniziale, un periodo nettamente superiore alle aspettative medie associate alla sua patologia. Gli stessi ricercatori sottolineano che non è possibile attribuire con certezza questo risultato esclusivamente all’immunoterapia. Tuttavia il caso rappresenta uno dei più importanti punti di partenza per studi futuri. 

Nato il 16 dicembre 1966 a Launceston, in Tasmania, Richard Scolyer mostrò fin da giovane una straordinaria determinazione. Dopo gli studi di medicina costruì una carriera accademica e clinica di altissimo livello, diventando professore presso l’Università di Sydney e uno degli specialisti più citati al mondo nel campo della patologia del melanoma. Nel 2021 fu nominato Ufficiale dell’Ordine d’Australia per il suo contributo alla medicina. Tre anni più tardi, insieme a Georgina Long, ricevette il riconoscimento di Australiano dell’Anno, una delle più alte onorificenze civili del Paese. Ma oltre allo scienziato c’era l’uomo. Atleta appassionato, triatleta e maratoneta, continuò ad allenarsi anche durante il trattamento, mantenendo fino all’ultimo uno stile di vita attivo e combattivo. Pochi giorni prima della sua morte, Scolyer ha lasciato una lettera aperta nella quale salutava amici, colleghi e sostenitori, con cui ha rivendicaro con serenità il percorso compiuto e ribadiva la propria fiducia nella ricerca scientifica. Il suo desiderio è semplice: che altri pazienti potessero vivere più a lungo grazie a ciò che lui e il suo team avevano tentato. Oggi quell’eredità è già concreta. Negli Stati Uniti è stato avviato uno studio clinico basato sui principi sperimentati nel suo caso, mentre diversi gruppi di ricerca stanno approfondendo il ruolo dell’immunoterapia nei tumori cerebrali. Richard Scolyer lascia la moglie Kate Nicoll e i tre figli Emily, Matthew e Lucy. (di Paolo Martini) 

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