Il borgo dell’Argentiera, frazione semidisabitata appartenente al comune di Sassari, fino a qualche anno fa appariva come un luogo misterioso, collocato fuori dal tempo. Ciò che resta del centro minerario ha sempre sprigionato un fascino decadente, alimentato dal fatto che poco o nulla era concesso sapere, non essendoci una struttura ricettiva di riferimento.

Questo fino al 2018, anno in cui apre al pubblico il MAR – Miniera Argentiera. Il museo – aperto tutto l’anno – si propone di valorizzare la memoria storica e identitaria dell’ex borgo minerario. L’apertura del museo è l’ultima tappa di un processo che ha visto l’area, compresa nell’ambito del Parco Geominerario Storico ed Ambientale della Sardegna, riconosciuta dall’Unesco, al centro di un progetto di riqualificazione.

L’attività estrattiva dai giacimenti di zinco e piombo argentifero, risalente all’epoca romana e medievale, è stata ripresa nel 1867 con la concessione data alla marchesa Caterina Angela Tola di San Saturnino; fu la prima donna sarda nella storia mineraria della Sardegna ad ottenere una licenza governativa per minerali di piombo argentifero e zinco del Ministero preposto dal Regno d’Italia. Da allora si sono susseguite diverse società, tra cui la Société Anonyme Miniere et Metallurgieque Sardo-Belge (1870) e la Compagnia Generale delle Miniere (1872). È però con la cessione alla Società Correboi, avvenuta nel 1895, che il centro urbano assiste a un periodo di grande crescita: la borgata, composta da circa 2000 abitanti, viene dotata di servizi quali strutture scolastiche e sanitarie, oltre che luoghi di culto e ricreativi, come le cantine e gli spacci.

Nel 1929 il controllo della “Correboi” passa nelle mani della società italo-francese Pertursola che costruisce una moderna laveria in legno per flottazione. L’ultima attività si registra nel 1964. Da allora subentra l’abbandono: la piccola frazione, nonostante la relativa vicinanza alla città di Sassari, dalla quale dista circa quaranta chilometri, è circondata da un’atmosfera rarefatta e malinconica, tipica delle città fantasma.

Negli scorsi decenni si è provato a valorizzarla, cercando di riqualificare antichi caseggiati per trasformarli in strutture ricettive, ma vicissitudini poco “edificanti” ne hanno impedito il successo.

Qualcosa però sta cambiando, e un piccolo segnale è rappresentato proprio dalla nascita del MAR, perfettamente integrato nella realtà del piccolo borgo. La visita guidata è tenuta da un “accompagnatore” e non da una classica “guida”. Chi ci accoglie lo precisa da subito, a scanso di equivoci. L’ingresso è gratuito. Il viaggio inizia dopo aver indossato il casco bianco tipico dei minatori, per proteggersi il capo nei passaggi più impervi.

All’interno degli spazi si possono ammirare macchinari d’ufficio come il registratore di cassa e il telefono a rotella, documentazione storica come gli “annali delle mine”, alcune strumentazioni tecniche ma non solo. Si possono osservare anche frammenti minerari, gigantografie che testimoniano la vita sociale dei lavoratori e delle loro famiglie. Le mappe che riproducono il borgo evidenziano i luoghi riservati ai lavorati “scapoli”, divisi tra operai e impiegati: l’albergo, la mensa, gli alloggi. Tutto girava intorno all’attività estrattiva, i circa duemila abitanti lavoravano nelle miniere, dividendosi i compiti riguardanti le varie fasi, compresi i figli dei lavoratori e le loro mogli. I bambini e le donne solitamente si occupavano di differenziare il materiale estratto, quello buono dagli scarti, e di prepararlo al trasporto, nella grande laveria in legno, visibile ancora oggi.

Sugli scaffali sono esposti gli oggetti relativi allo svago, come le bocce, oltre ad oggetti tipici della quotidianità casalinga: oliere, fornelli a petrolio o elettrici, utensili, pestelli, macinacaffè, imbuti. Stupisce trovare anche oggetti tipici della vanità femminile come ferri per ondulare i capelli (l’odierno inventa ricci) e diffusori di cipria. A fianco sembrano quasi stridere i diffusori di DDT.

Durante la visita viene spiegato il procedimento tecnico e vengono illustrate le varie fasi dell’estrazione. Tutto il paese era al servizio dell’attività, in un equilibrio che è difficile da immaginare ai giorni d’oggi. Osservando gli antichi macchinari in disuso ci si può sorprendere, poiché alcuni materiali utilizzati resistono al tempo e all’usura: ad esempio il tek, proveniente dall’Asia.

Il museo offre anche una prospettiva moderna, si tratta infatti del “primo museo minerario a cielo aperto in realtà aumentata”. Un tentativo di coniugare tradizione e innovazione, attraverso un percorso espositivo inedito, grazie alla tecnologia digitale: scaricando un’applicazione gratuita, la “Bepart – The public imagination movement” sul proprio smartphone, si possono inquadrare i murales realizzati da quattro artisti digitali: Francesco Clerici, Adolfo di Molfetta, Milena Tipaldo e Andrea Zucchetti, vincitori della prima edizione del concorso “Argentiera in Augmented Reality”. Una volta inquadrata l’opera, grazie all’applicazione l’immagine rappresentante momenti della vita mineraria prende vita.

La visita del MAR è un’esperienza che coniuga la memoria storica e mineraria con l’esplorazione artistica innovativa, sfruttando la tecnologia per far sì che si possa scoprire un museo “liquido e aperto”. Un percorso in continua evoluzione che ambisce ad arricchire i contenuti artistici costantemente. Un tentativo di far rinascere una borgata dall’enorme potenziale attrattivo, storico-culturale oltre che paesaggistico, che può catalizzare l’attenzione di turisti non solo stranieri.