A metà tra magia e mistero, l’uso di amuleti in Sardegna è sempre stato un modo per creare un ponte di connessione con la natura, ma soprattutto per scacciare influenze ed energie negative. Che ci si creda o meno, tali oggetti nel tempo si sono rivestiti nella tradizione popolare di un significato profondo, al punto da essere considerati peculiari portafortuna da tenere con sé. Entro la folta schiera di talismani locali – si pensi a “su coccu” o a “sa punga” – spicca anche il cosiddetto Occhio di Santa Lucia, diffuso in tutta la Sardegna.
Tesoro proveniente dal mare, l’occhio di Santa Lucia costituisce un complesso amuleto da vari punti di vista, primo fra tutti quello relativo al nome. Se da un lato l’espressione denota una forma simile a quella di un occhio, dall’altra essa si collega direttamente alla figura di Santa Lucia, considerata la Santa protettrice della vista.
Vissuta sotto l’imperatore Diocleziano (284-305 d.C.), la giovane Lucia fu perseguitata per la sua fede cristiana e subì torture fino alla morte avvenuta il 13 dicembre 304, giorno in cui tutt’oggi viene festeggiata. Malgrado fonti quattrocentesche raccontino che la martire si fosse strappata gli occhi – o che glieli avessero cavati – il forte legame tra la Santa e la vista risiederebbe più nel significato del nome Lucia, derivante dal latino “lux” (“luce”).
Assieme all’aspetto devozionale, l’occhio di Santa Lucia risulta interessante anche in virtù di una componente prettamente scientifica, ricollegabile al mollusco detto “Astraea rugosa”. Conosciuto più comunemente come “fava marina”, esso vive in una conchiglia spiraliforme con apertura rotondeggiante e chiusa da un opercolo, sorta di copertura corrispondente al vero e proprio Occhio di Santa Lucia. Utilizzato come “tappo”, l’opercolo si stacca dalla conchiglia una volta morto il mollusco e inizia a vagare per le profondità marine, arrivando spesso anche al bagnasciuga. Oscillante tra i 2 e i 3 centimetri di misura, esso presenta una faccia interna di colore bianco e una esterna che può variare dal giallo al rosso fino al marrone.
Attraente nella sua semplicità, è proprio tale copertura a essere coinvolta nella realizzazione di manufatti, poiché la sua colorazione è attualmente sfruttata da artigiani sardi per creare gioielli di rara bellezza. Oltre a magnifiche collane per combattere il malocchio e proteggere la vista, l’opercolo può per esempio trasformarsi in “s’aneddu de sa meigannia” (“anello dell’emicrania”), – anello con occhio incastonato usato contro l’emicrania e presente in alcune parti dell’isola – o assumere la forma di altri oggetti dotati di potere augurale, come orecchini, bracciali e perfino gemelli.
Ben prima degli usi attuali però, l’occhio di Santa Lucia si era già diffuso nel territorio sardo, legandosi indissolubilmente anche a passati costumi e credenze. Abitudine correlata più a un ambito domestico e familiare, per esempio esso veniva incastonato in una placchetta d’argento, posta al momento del parto sulla pancia della donna per proteggere lei e il bimbo. Altra riprova della componente personale era anche l’usanza di donare a nipoti e figliocci neonati un occhio di Santa Lucia, che li avrebbe accompagnati per la vita e custoditi così gelosamente da non essere prestati a nessuno.
Una lunga tradizione legata a questo particolare amuleto, che abbraccia la nostra isola e perfino il resto d’Italia, dove l’occhio di Santa Lucia continua a essere inestimabile portafortuna. Esempio di tale importanza emerge per esempio nel sud della penisola, dove l’opercolo è portato al collo dagli uomini abitanti vicino al mare, ma parallelamente può anche assumere nuova connotazione come accade nel comune napoletano di Vico Equense. A prendere il posto dell’opercolo vi sono difatti le nocciole, che alla vigilia della Festa di Santa Lucia vengono lanciate dal tetto dell’omonima cappella e raccolte da fedeli per assicurarsi protezione dalla sventura.
Non solo Sardegna e penisola italiana, giacché anche il resto del mondo è rimasto affascinato dall’occhio di Santa Lucia e ha generato altrettante simili tradizioni. Suoi parenti stretti sono per esempio l’Occhio di Shiva indiano, – simbolo di saggezza che prende il nome dal dio induista Shiva – l’Occhio di Naxos in Grecia e la cosiddetta Moneta di Sirena sudafricana. Amuleti differenti nei nomi, ma non nella sostanza, in quanto tutti impegnati nel comune obiettivo di attirare fortuna e proteggere da maligne influenze.






































