Piccolo tesoro della Baronia, il comune di Lula (NU) rappresenta un esempio di come non conta essere per forza grandi per distinguersi dagli altri. Con poco più di 1200 abitanti, il centro nuorese è difatti luogo di tradizioni peculiari e soprattutto sede di uno dei Carnevali più caratteristici della nostra isola, all’interno del quale la maschera de Su Battileddu rimane assolutamente centrale.
Annualmente atteso con trepidazione, il Carnevale luvulesu è un evento di condivisione, festa e forte simbolismo, attualmente concentrato solo il sabato pomeriggio, ma in passato invece prolungato per tutto il periodo carnevalesco. Oltre a un giro del paese per raccogliere cibo e vino per la cena comunitaria de Sa die de su crepatu (il giorno di Martedì Grasso), in tale frangente avveniva anche l’uscita delle varie maschere, tra cui Su Battileddu.
Abiti neri con pelli di montone e pecora, a cui ancora adesso Su Battileddu aggiunge generalmente un fazzoletto attorno alla testa, un paio di corna simili a quelle di un cervo, il viso sporco di fuliggine e sangue nonché campanacci sul petto detti “sos marrazzos”. È proprio questo elemento che anticipa il suo ruolo di vittima sacrificale nel corteo, rafforzato a sua volta anche da altre componenti del vestiario come “sa ‘entre ortata” (stomaco di capra) posto tra le corna e “su chentu puzone”, stomaco di bue con acqua e sangue che durante il rito carnevalesco viene punto per far uscire il contenuto.
Un’azione pregna di significato, associata all’idea che il sangue fuoriuscito possa fecondare la terra ed essere buon auspicio per la prossima annata agricola. Tale ruolo generativo troverebbe eco anche nel nome stesso della maschera, ipoteticamente derivante dal greco “bathileios” – ossia “ricco di messi” – e dotato anche del corrispettivo sardo “battile” avente invece il significato di straccio, cosa inutile, elemento facilmente sacrificabile.
Al netto dell’origine terminologica, assieme a quella della vittima rimane sicura la presenza nel corteo di altri Battileddos, impegnati a inseguire il prescelto capro espiatorio e che proprio per il peculiare aspetto da vedova sono chiamati Sos Battileddos Gattias. Dotati di fazzoletto nero sul capo e gambali maschili in cuoio (sos gambales), essi non solo eseguono canti funebri dedicati alla vittima (sos attitos), ma tengono in braccio bambole di pezza che porgono al pubblico femminile chiedendo di allattarle e giocano nei momenti in cui il corteo si ferma a “pizzica e non rie” (pizzica e non ridere),dove seduti in cerchio ci si pizzica a vicenda cercando di far ridere gli avversari e facendo offrire da bere al primo che cede.
Dal mirino de Sos Battileddos Gattias, Su Battileddu designato come vittima passa anche in quello de Sos Battileddos Massajos, custodi generalmente vestiti da contadini col volto sporco di fuliggine che immobilizzano la vittima con funi di cuoio e la percuotono fino ad ucciderla. Un momento segnato dalla frase “L’ana mortu, Deus meu, l’ana irgorgatu!” (L’hanno ucciso, Dio mio, l’hanno sgozzato!) e dalla successiva rinascita de Su Battileddu, che a questo punto viene caricato su un carro trainato da due Battileddos Massajos e portato via.



Legami comunitari rinnovati annualmente dalla passione di chi partecipa al corteo e mantiene tutt’oggi viva la tradizione de Su Battileddu, segnata da un periodo d’involuzione durante i Conflitti Mondiali. A tal proposito, il 2001 rappresenta un momento di svolta per la riscoperta della figura carnevalesca, così come racconta anche Antonio Marras, Battileddu dal 2001 al 2023: «Iniziai a cercare notizie sul Carnevale lulese che rischiava di perdersi definitivamente. Intervistando persone, raccogliendo frammenti, intrecciando memorie e riscontri, ho ottenuto un’ampia ricerca presentata poi a un Festival di cui ero direttore artistico. Proprio lì alcuni ragazzi mi dissero di aver svolto anch’essi un’indagine e in quel momento capimmo che la cosa più sensata sarebbe stata unire le forze. Insieme anche ad altri appassionati rimettemmo quindi concretamente mano a quel filo con entusiasmo, ostinazione, cura e responsabilità».
Ricerche che da oltre 20 anni contribuiscono quotidianamente a valorizzare e trasmettere un patrimonio culturale tanto coinvolgente quanto misterioso, dove divertirsi e vivere pienamente l’atmosfera carnevalesca rimangono obiettivi primari del gruppo de Sos Battileddos. In un incontro tra vita e morte, essi generano uno spazio culturale che non spettacolarizza il rito, ma soprattutto cerca di mostrarlo a chi desidera capirlo in profondità.


































