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Io Racconto: “Io valgo, cazzo!” di Simone Giusti

di Aurora Redville
26 Giugno 2020
in Libri
🕓 8 MINUTI DI LETTURA
53 0
Foto SamWilliamsPhoto | Pixabay

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Bentrovati amici lettori,

per il nostro appuntamento di #ioraccontoaSH vi propongo un racconto di genere diverso dal solito: azione pura.

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Avevo già recensito il suo Scacco matto al re bianco edito da Il seme bianco, genere suspance. Simone Giusti, 43 anni. Specialista della parola e docente di comunicazione, scrive racconti, romanzi, sceneggiature, spettacoli teatrali e tutto ciò che gli permette di far brillare la magia della parola. La relazione, il contatto, lo scambio, la scelta verso i nostri massimi potenziali sono le sue chiavi di vita. Non ha sogni, non ha desideri, è tutto già qui. «La bellezza dell’attimo è ciò che ci rende umani.» Fondatore di IdeaPower e del Portale della Coscienza, vive a Calcinaia con la compagna Denise e un gatto che un giorno è entrato in casa e ha deciso di vivere con loro.

Questo racconto vi consiglio di leggerlo tutto d’un fiato usando come sottofondo musicale Immigrant Song dei Led Zeppelin.

Se siete curiosi e volete conoscerlo meglio potete visitare il suo sito web.

Buona lettura
Aurora Redville

Io valgo, cazzo!

di Simone Giusti

La chiamata del capo agenzia lo buttò giù dal letto alle sei e un quarto del mattino. Una modella aveva ricevuto minacce e voleva lui come guardia del corpo. Loro erano un’agenzia di vigilanza, ma il capo gli disse per telefono che la modella pagava bene.

Gianni Brizzi, detto Il Bri, esultò.

Era da una vita che voleva bruciare il suo cosmo, vivere al massimo, come in un film. E invece si era ritrovato a fare il metronotte, a girare su una Panda e a mettere bigliettini nelle saracinesche di periferia. Adesso la vita bussava alla sua porta.

«Cazzo. Era ora!»

La prima delusione la ebbe quando arrivò sotto casa della modella. Palazzi popolari, zona periferia. Parcheggiò la Panda in un piazzale condominiale circondato da casermoni gialli con terrazzini in cemento armato. Panni stesi ai fili, madri truccatissime che urlavano dalle finestre e ragazzini a giocare per strada a pallone. Ma Il Bri era troppo su di giri per accorgersi che qualcosa non andava, e così si fece trovare impreparato alla seconda delusione che lo prese allo stomaco togliendogli il respiro.

La modella che aprì la porta era un uomo!

Vacillò per lo shock traballando sul pianerottolo.

Il trans sorrise. Le tette fintissime ballonzolavano sotto la maglietta di Snoopy, le sopracciglia ad ala di gabbiano erano più false della faccia di Berlusconi.

Due minuti dopo erano seduti al tavolo di cucina con una tazzina di caffè in mano. Il trans si mangiucchiava un’unghia plastificata rossa e ridacchiava. Gamba lunga abbronzata, ciabatta con peluche viola, maglia filo-tanga.

Con voce da camionista sbronzo brasiliano gli disse che c’era un pazzoide calabrese con la fissa per gli sfregi che la minacciava. Sputò il pezzo d’unghia finta sul tavolo.

«E, comunque, non è per questo che t’ho chiamato.»

«Ti volevo dire che t’ho visto un sacco di volte fermo al distributore sulla statale. T’ho visto ridere come uno scemo al telefonino. T’ho visto come sei strano quando aspetti la ricciolona. Ecco, t’ho chiamato per questa cosa qui!»

Il Bri ammutolì.

«Che c’entra Rosaria!»

C’entrava eccome, perché Rosaria e il Bri si piacevano un casino. Il Bri se la sarebbe portata a letto mille volte e anche di filata all’altare, ma Rosaria era fidanzata e nessuno dei due aveva le palle per fare il passo capace di cambiare i destini scadenti che si erano cuciti addosso, e preferivano dare la colpa al fuori restando impantanati nei loro cliché.

Questo fu quello che gli disse il trans, più o meno, prima di prenderlo per il bavero e piantargli la nuca nello sportello del surgelatore. Le tette di plastica gli premevano in gola.

«Tu vali, cazzo! Togliti quelle false idee di te che ti sei messo in testa. Tu vali. Ti sei convinto di non essere capace, di non essere all’altezza, di non essere abbastanza. Hai sognato di essere come qualcun altro quando ti sarebbe bastato tirare fuori il potenziale che è in te. Tu vali, cazzo. Abbatti i limiti che ti sei costruito nel cervello… Tu vali, cazzo! Tu vali!»

Il Bri annaspava annebbiato e smarrito. Così il trans tirò fuori tutto il suo repertorio italico-brasiliano e gli sparò in faccia che era stufa di vedere gente che non si permetteva di essere chi era. Era stufa di vedere schiavi delle proprie insulse mentalità programmate da una società imbrigliata e bigotta che aveva costruito menzogne vestendole d’ideali.

«Ci hanno preso per il culo. Ci hanno insegnato il sacrificio, la sofferenza, la mediocrità. E nel frattempo ci hanno istigato a inseguire modelli che non siamo noi, così da spezzarci le gambe e renderci subdoli e schivi, ridicoli foruncoli senza senso che se solo credessero un briciolo in se stessi potrebbe brillare di genialità. Agisci, cazzo! Diventa chi sei! Lo vuoi capire che tutte le sfighe del mondo non è colpa di nessuno se non di te! Sei tu che ti comporti da relitto umano! Sei tu che non ti permetti. La vita non fa altro che renderti l’idea che ti sei fatto di te. Se ti consideri uno schifo, la vita è questo che ti dà: schifo all’infinito! Come sei, crei! Dannato idiota!»

Il Bri la guardò spiazzato, poi la mandò affanculo. Affanculo lei e tutte le sue teorie del cazzo New Age e affini che profetizzavano porcate sul fatto che i limiti se li fosse costruiti da solo. Che cazzo ci poteva fare se in matematica non era una cima, se aveva fallito il test d’ammissione in polizia, se alla visita di leva l’avevano escluso… Che cazzo ci poteva fare se Rosaria era fidanzata!

Si trovò seduto al volante della Panda ferma nel piazzale a imprecare contro quel maledetto trans di merda che gli aveva rovinato la giornata.

Digrignò i denti e gridò.

Un paio di ragazzini col pallone sottobraccio lo indicarono e risero di lui. Andò su tutte le furie perché ora ci si mettevano anche quei mocciosi di merda a prenderlo per il culo.

Si disse che ora prendeva la pistola ci pensava lui.

«Fanculo, mondo. Fanculooo!»

E poi qualcuno urlò al primo piano. Ombre si agitavano dietro le tendine dell’appartamento del trans, come in una colluttazione. Si ricordò del culo-basso con la ghigna da rifiuto di galera che aveva incrociato uscendo dal portone. Gli venne in mente che forse era il calabrese cerebroleso e il trans era nei guai.

La faccia del trans gli apparve sparata nelle retine come proiezione psichedelica del messia.

«Tu vali, cazzo. Tu vali!»

Il Bri sgusciò fuori dalla Panda con la mano sulla fondina.

«Io valgo.»

S’arrampicò sulle scale come una furia. Inciampò sull’ultimo gradino e finì disteso sul pianerottolo sotto lo sguardo liquido della vecchia vicina di casa.

«Vaffanculo anche te… Io valgo!»

Rimbalzò in piedi e sfondò il portone.

Il culo-basso era sopra la trans che scalciava; con un serramanico la minacciava di tagliarle la gola.

«Io valgo, cazzo, io valgo!»

Preso da una ferocia leonina, il Bri gli lanciò la pistola in fronte e il culo-basso andò giù di schianto. Poi gli saltò addosso con balzo giaguaro e lo bloccò.

«Io valgo, stronzo. Io valgo un casino!»

Coordinato col trans come una squadra speciale, in trenta secondi legarono il culo-basso con nastro rinforzato. Si ritrovarono in piedi in mezzo al soggiorno e col fiatone. Il Bri tremava tutto sudato e la faccia gli faceva male per il sorriso che premeva. Era felice, cazzo! Per la prima volta in vita sua si sentiva vivo!

Il trans gli schioccò un bacio sulla guancia e lo abbracciò come una ragazzina. Con le lacrime agli occhi, gioì: «Tu vali!».

«Io valgo, cazzo. Io valgo!»

Il Bri se lo ripeté scendendo le scale nel tripudio dei condomini, applaudito dalla polizia e festeggiato dai ragazzini che gli fecero la ola.

Era la prima volta che gli succedeva.

«Io valgo, cazzo. Io valgo!»

Saltò in macchina con le lacrime agli occhi e decise che era giunto il momento di valere.

Sfrecciò in centro città sotto casa di Rosaria, s’attaccò al campanello e quasi sfondò la porta quando lei aprì. La strinse tra le braccia e la baciò.

Quando, due minuti dopo, si staccò da lei, il fidanzato li guardava sbigottito con mezza brioche in mano e il boccone strozzato in gola.

Il Bri se ne infischiò.

«Io valgo, cazzo. E tu sei un coglione!»

Tags: Aurora RedvilleIo RaccontoioraccontoaSHraccontiSimone Giusti
Aurora Redville

Aurora Redville

Scrittrice, bookinfluencer, blogger e autrice del romanzo “L'effetto Grant”. Nata e cresciuta in Sardegna, vive in Valsesia in una casa ai confini del bosco con il compagno, i due figli e il suo cane Ohm. Le sue più grandi passioni sono la scrittura, il mare, la pittura e il cinema. Tutto è possibile è il mantra che si ripete ogni giorno.

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