La Sardegna è terra antica, ricca di storia, di cultura, di grandi uomini di un passato più o meno recente. Da nord a sud, non a caso, l’Isola è disseminata di siti archeologici di notevole interesse, alcuni dei quali – sia per rilevanza storica che per riuscite campagne di marketing territoriale – hanno una fama maggiore di altri: Tharros, Nora, Barumini, solo per citarne alcuni.

Tuttavia c’è ancora tanto da portare all’attenzione di curiosi e appassionati di storia, perché alcuni siti meno noti celano un fascino e delle peculiarità che li rendono estremamente interessanti; un caso emblematico, sotto questo profilo, è la città perduta di Cornus.

Situata sul Colle di Corchinas, nell’attuale territorio comunale di Cuglieri, la città fu edificata dai Cartaginesi su un preesistente insediamento di agricoltori e pastori; non essendo situata immediatamente sulla costa, il suo ruolo non fu quello – tipico per molte città sarde dell’epoca – di porto e base commerciale ma di nucleo urbano espressione dell’incontro e dell’integrazione tra sardi e cartaginesi: una città che fu, dunque, punica e sarda al contempo.

Il nome di Cornus è scolpito nella storia in virtù del ruolo-guida che la città ebbe nel 215 a.C., nel corso della seconda guerra punica, quando la Sardegna insorse contro l’invasore romano; fu durante questo conflitto che Ampsicora – un signore terriero di Cornus – si elevò a mito ed eroe della lotta per l’indipendenza sarda, per via della posizione di capo della lotta antiromana che egli assunse. Fomentare rivolte dei popoli che con Roma avevano conti in sospeso, era una strategia tipica dei Cartaginesi per irrobustire le proprie fila; i sardi, specie coloro delle zone non costiere, erano scontenti a causa delle esose imposizioni fiscali romane e per la perdita dello status precedente all’escalation nell’Isola dei nuovi dominatori del Mediterraneo. La scelta di Ampsicora come leader della rivolta fu quindi dettata dalla sua capacità di unire un fronte eterogeneo composto dai sardi punicizzati e dalle comunità montane autonome o semi-autonome che guardavano al Signore di Cornus come ad uno di loro. La rivolta fu sedata: alle forze di Ampsicora si unirono quelle di Asdrubale il Calvo, mandato in soccorso da Cartagine, ma i Romani uscirono nettamente vittoriosi; Ampsicora si tolse la vita mentre Cornus, base dell’insurrezione e riparo per i superstiti, fu distrutta.

 

Sito archeologico Cornus [Foto Enrico Spanu]

Non fu la fine di Cornus, la quale rinacque in età romana con una totale rottura rispetto al passato punico e senza avere quel ruolo primario che le era stato accordato in passato. Una reale – ed ultima – fioritura, la Città di Ampsicora la conobbe attorno al 500 d.C. A quel tempo i Vandali, che dominavano su Sardegna e Nord Africa, adottando una politica di pacificazione con cattolici e vescovi cattolici, diedero loro la possibilità di vivere in esilio in Sardegna. Fu così che alcuni religiosi provenienti dal nord Africa giunsero fino a Cornus, rendendola un importante centro culturale e religioso: tutto ciò è testimoniato sia dalla presenza di oggetti risalenti a quell’epoca, sia da architetture e murature in stile nordafricano. Tuttavia, dal X secolo in poi, anche la Cornus cristiana iniziò a spegnersi, in linea con una ritirata generale dalla costa verso l’interno che fece un’altra vittima illustre: Tharros.

Dagli anni ‘50 del secolo scorso sono state condotte, a fasi alterne, diverse campagne di scavo, l’ultima delle quali è stata avviata nel 2014 da un team dell’Università della Tuscia coordinato dal Professor Salvatore De Vincenzo. Sono oggi visibili, in particolare, i resti di 3 basiliche: la prima risalente al IV secolo d.C., dove i fedeli più illustri della comunità venivano seppelliti in sarcofaghi in pietra, parte dei quali ancora nel sito; le altre due furono edificate attorno al V e VI secolo d.C. La più piccola delle due fu trasformata in battistero e vi fu inserito un fonte battesimale cruciforme ancora oggi ben conservato.

La speranza è che l’interesse per il sito e per la storia di Cornus perduri e si intensifichi nel tempo, al fine di restituire alla Sardegna una pagina così significativa della sua storia.