Più basso di un uomo e dal peso di circa 7 quintali: ecco come doveva apparire il Mammuthus Lamarmorae, il mammut della Sardegna vissuto circa 50mila anni fa, durante il Pleistocene. È difficile immaginare l’isola sarda, scaldata dai raggi del sole e con temperature particolarmente miti, abitata dagli antenati degli elefanti, coperti da pesanti mantelli di pelo per affrontare il freddo clima di steppe e praterie dell’Era Glaciale. Eppure i mammut abitarono la Sardegna e, con le loro potenti zanne e la lunga proboscide, si adattarono all’ambiente diventando sempre più piccoli, abitanti stravaganti di una Lilliput che si estendeva dai territori circostanti ad Alghero fino al Sulcis Iglesiente.

La denominazione scientifica e il riconoscimento della specie del Mammuthus Lamarmorae si devono allo zoologo e paleontologo svizzero Charles Forsyth Major, che nel 1883 studiò i pochi resti fossili rinvenuti durante gli scavi per la costruzione della strada ferrata a Funtana Morimenta, vicino a Gonnesa. Il piccolo proboscidato della Sardegna ha lasciato però pochissime tracce della sua esistenza e, fino all’anno scorso, i ritrovamenti si limitavano principalmente a qualche dente. Qualche mese fa una tibia di mammut sardo – inizialmente non riconosciuta come appartenente all’elefante – ha risvegliato l’interesse nei confronti di questo animale estinto, per altro riconosciuto come l’unico mammut endemico d’Italia.

Gli unici fossili di mammut nani sono stati ritrovati nelle Channel Island e nel Mediterraneo a Creta e in Sardegna. Ma come e perché questi animali discendenti da una sola specie si sono distinti generando una specie a sé stante più piccola della norma? E soprattutto come i grandi Mammut delle steppe hanno raggiunto l’isola sarda? Queste sono solo alcune delle domande cui i paleontologi cercano di dare risposte, impegnati a ricostruire la carta di identità dell’antico abitante della Sardegna per restituirgli un corpo e una “voce”.

La miniaturizzazione dei mammut è frutto di un processo evolutivo che prende il nome di “nanismo insulare”, osservabile su vari mammiferi di grandi dimensioni che abitavano e abitano isole, ma anche aree della Terra difficilmente accessibili come foreste e oasi nel deserto. Gli animali, a causa dell’emarginazione geografica, si incrociano continuamente con individui strettamente imparentati, riducendo il loro pool genetico. Le generazioni successive dei primi mammut giunti in Sardegna tesero a generare individui sempre più piccoli rispetto alla specie originale di appartenenza. Il confronto è impressionante se si pensa all’altezza al garrese di ben 4 metri del Mammut lanoso e a quella del Lamarmorae, che non doveva superare il metro e 50. L’analisi della tibia ritrovata a Gonnesa è un fondamentale passo in avanti per ricostruire con sempre maggior accuratezza altezza e peso di uno dei più piccoli antenati dell’elefante mai ritrovato.

Possiamo immaginare la Sardegna nel Pleistocene come un paradiso popolato da “grandi” lillipuziani e piccoli giganti. Le specie isolane, infatti, non solo furono soggette a nanismo insulare, ma anche al fenomeno opposto: il gigantismo. In assenza di predatori naturali, gli elefanti sardi condivisero il territorio con altri mammiferi endemici: cervi anch’essi di taglia ridotta e roditori ed antenati degli attuali conigli che invece avevano una stazza maggiore rispetto ai loro progenitori continentali.

Non resta che ricostruire l’arrivo dei grandi mammut sull’isola. I paleontologi ipotizzano che i progenitori della specie nana siano giunti in Sardegna durante una fase glaciale, quando l’abbassamento del livello del mare determinò un avvicinamento tra le coste sarde e quelle dell’Italia peninsulare. I primi mammut a toccare il suolo sardo sarebbero stati quelli della steppa dell’Europa settentrionale, appartenenti alla specie Mammuthus Trogontherii. Gli studi sulla Lilliput dei mammut del Pleistocene sono solo agli esordi: quando la terrà svelerà nuove tracce, quando le ossa dei piccoli giganti riaffioreranno per raccontarci la loro storia, un altro piccolo tassello sarà aggiunto al puzzle e la Sardegna preistorica troverà la sua collocazione spaziale grazie all’opera rivivificante dei musei, come già avviene nel Museo PAS di Carbonia, che ospita i calchi delle ossa dello stravagante avo degli elefanti.