Si è conclusa di recente, nel cuore di Sassari, la mostra fotografica dal titolo “La Festa della Bellezza”, dedicata ai costumi e ai volti più spettacolari comparsi negli ultimi anni alla Cavalcata Sarda.

Il volto dietro l’obiettivo è però quello di Francesco Merella, un fotografo capace di unire il piacere della scoperta a un non comune senso cromatico e a un particolare gusto per il bello. Molti dei suoi lavori, infatti, nascono in terre lontane, esotiche e non contaminate dalla civiltà. O almeno non ancora, come ci ha raccontato. Se infatti una fotografia può immortalare la meraviglia di un volto o di uno scenario primevo, nulla può per fermare alcune forme di progresso nella loro avanzata non sempre etica o ecosostenibile. Ma andiamo con ordine.

«Ho iniziato a fotografare quando ero piccolo», ci racconta. «Mio padre mi aveva regalato una Ferrania. Il problema era che quando portavo i rullini a sviluppare mi consegnavano foto di una bruttezza terrificante e non potevo farci niente. Con l’ingresso nel mondo del lavoro, la passione per la fotografia è passata in secondo piano fino a quando, a 33 anni, dopo il matrimonio sono partito con mia moglie in viaggio di nozze. Andammo in Asia e visitammo, tra gli altri, il Giappone, la Cina, la Tailandia. Rientrati a casa, nello sviluppare i rullini riscontrai gli stessi problemi che ricordavo da ragazzino».

Così Francesco decide di fare qualcosa in proprio, ritenendo che i difetti delle immagini non dipendano da lui ma da chi sviluppa. «Infilavano il tutto in una macchina e restituivano i negativi stampati di fretta, senza alcuna post produzione né sistemazione. Perciò quando mi sono trasferito a Sassari ho allestito in casa una camera oscura e sviluppavo da me le fotografie. Per ottenere un buon prodotto ci vuole tanto lavoro e, in questo senso, un grosso aiuto è arrivato dal digitale, che permette di vedere cosa si fa già mentre lo si fa».

Da lì in poi un susseguirsi di viaggi («Anche due all’anno, sempre una ventina di giorni ciascuno») in compagnia di sua moglie verso i quattro angoli della Terra. «Sono tornato in Asia, poi sono stato a Cuba, in Melanesia e, soprattutto, in Africa». L’Africa è una terra che si è impressa nel cuore di Francesco. «Ho visitato l’Africa del nord, quella che si affaccia sul Mediterraneo, ma è l’Africa del sud quella che amo: Botswana, Malawi, Kenya, Tanzania, ma anche l’Etiopia, parte della Somalia e la Namibia. In particolare l’Etiopia, dove sono stato otto volte. Lì ho un amico che fa la guida, Ashafi ma lo chiamiamo con il diminutivo Ashu: conosce benissimo il suo Paese e la storia delle varie zone. Con lui abbiamo visitato tutta l’Etiopia, in particolare la Valle dell’Omo, soprattutto la parte verso il Sudan che è la meno conosciuta e visitabile perché non ci sono strade. Devi avere qualcuno che si occupi della sicurezza, i pezzi di ricambio per le auto, tutta un’organizzazione che in otto anni ho seguito scrupolosamente. Da questo lavoro è venuto fuori un DVD, oltre a una serie di foto che a breve comincerò a mettere insieme».

E qui arriviamo a uno dei principali motivi che spingono Francesco a fotografare. «Nelle mie otto volte in Etiopia ho soprattutto visto come sono cambiate le culture. Dopo quattro anni dal primo viaggio nella Valle dell’Omo i cambiamenti riscontrabili erano tutti in peggio e su questo ho incentrato il DVD. Sono gli stessi che avvengono in parallelo nella nostra cultura, se vogliamo. In Sardegna si celebravano certe feste in un dato modo e i turisti che venivano a vederle, poco per volta, ci hanno suggerito delle varianti, degli adattamenti. Abbiamo quindi cercato di avvicinare la nostra cultura alla loro. In Africa questo avviene molto più velocemente. La propria cultura la dismettono. Prima vestivano di pelli, frasche e foglie, poi hanno iniziato a usare le magliette del Paris Saint-Germain, dell’Inter, ecc. E quell’antico modo di vivere è andato sparendo: oggi nei villaggi ci sono i bar, bevono acquavite al posto del loro alcool ottenuto dalla pianta del sorgo, meno forte e che il loro fisico reggeva meglio».

Queste ricerche antropologiche sono valse a Francesco importanti riconoscimenti. «Oltre a diverse menzioni d’onore, fra gli altri ricordo un concorso internazionale ad Abu Dhabi, il titolo era The Moment. Ho partecipato con dodici foto del nord Etiopia dove c’era una tribù le cui donne scavavano buchi nel letto di un fiume, setacciavano il materiale e cercavano pagliuzze d’oro. Gli uomini non facevano niente e stavano a bere nel villaggio aspettando che le donne portassero l’oro a casa perché lo si potesse trattare con i commercianti. Ma anche lì, quando son tornato la seconda volta, ho visto che i proprietari stavano vendendo il territorio attraversato dal fiume. C’erano delle sonde. Ci avvicinarono alcuni signori di colore (ma con giacca e cravatta) e ci chiesero cosa stessimo facendo. Come se fossero loro i padroni. In realtà temevano che volessimo mettergli contro i proprietari dei terreni per non farglieli vendere».

Rimangono poche righe, un ultimo flash. Dove sarà il prossimo viaggio? «In Romania, sul delta del Danubio, per completare un reportage dedicato alle migrazioni di uccelli e altri animali».