Il tempo è un concetto ancora oggi misterioso e affascinante, che comporta cambiamenti sempre più repentini di abitudini, stili di vita, ma soprattutto di modi di gestire situazioni e relazioni interpersonali. Tale dinamica è incarnata per esempio in modo evidente anche dal succedersi delle generazioni, dove dopo i “boomers” nati tra 1945 e 1964, la Generazione X (1965-1980) e i Millenials (1981-1996) è subentrata la cosiddetta “Generazione Z”, la prima ad aver vissuto la tecnologia in maniera più naturale e forse pure per questo dotatasi nel tempo di un glossario peculiare.
Riferibile ai giovani venuti al mondo tra 1997 e 2012, l’espressione “Generazione Z” si lega sia al fatto di essere quella successiva alla “Generazione Y” o “Millenials”, sia all’andare oltre la questione grammaticale decretando un netto passaggio a un modo di approcciarsi alla tecnologia più fluido e integrato. A differenza dei loro predecessori nati in un periodo caratterizzato dall’avvento del World Wide Web e dei social media, la “Generazione Z” vive infatti in contatto con Internet praticamente dalla nascita e proprio per il totale grado di immersione fin da piccoli chi ne fa parte viene definito “nativo digitale”.
Che sia online con lo smartphone o che si manifesti in un incontro fisico, un aspetto sicuramente distintivo del gruppo generazionale Z è l’uso nelle conversazioni di specifiche espressioni, nella maggior parte dei casi riprese dall’inglese e a volte perfino riadattate con un significato tutto loro come accade per esempio con “boomer”. Se da una parte indica come già sottolineato i nati tra anni ‘40 e ‘50, dall’altra per i ragazzi Gen Z esso assume infatti una sfumatura diversa, in quanto diviene vero e proprio aggettivo per indicare qualcuno poco pratico con gli strumenti digitali. Una situazione che potrebbe essere definita dai digital native “cringe” – termine che indica qualcosa di talmente imbarazzante da suscitare perfino disagio – o addirittura “triggerante”, neologismo derivante invece dall’inglese “trigger” (“innesco”) usato per evocare un sentimento di rabbia suscitato da un particolare contesto.
Rimanendo in ambito “aggettivi” altro termine molto usato dalla Generazione Z è “slay”, che nonostante significhi in inglese “uccidere”, anche in questo caso funge col significato più positivo di “eccezionale”, “hai spaccato!”. Diverso il caso di “toxic”, indicante invece qualcosa o qualcuno di dannoso e quindi eventualmente da “ghostare”, ossia da ignorare dopo aver interrotto qualsiasi comunicazione.
Un neologismo che rende il vocabolario dei nativi digitali particolarmente interessante e delinea al suo interno anche altri termini nati dal riadattamento di verbi inglesi aggiungendo la desinenza italiana, da “snitchare” (da “to snitch”, cioè “fare la spia”) a “flexare” – da “to flex” (“flettere i muscoli”) ed usato quando si vuole ostentare qualcosa – fino a “shippare” (da “ship”, contrazione del termine “relationship”, ossia relazione”), in voga sui social soprattutto per indicare il desiderio di vedere insieme qualcuno, spesso influencer che si seguono. A volte al posto di una relazione tra i due può esserci invece un “dissing”, espressione con cui si indica una sorta di faida social dove ci si scambia insulti e critiche.
Al ricco dizionario alternativo della Generazione Z non sfugge nemmeno il versante “sostantivi”, dove termini anglosassoni usati con il loro significato come “crush” (“cotta”) e “vibes” (“vibrazioni”) – molto usati soprattutto su TikTok – convivono con altri derivanti da contesti più ampi come nel caso di “hype”, traducibile in “aspettativa febbrile” e legato al concetto di montatura pubblicitaria, tecnica di marketing che crea nel consumatore un sentimento di clamore e desiderio attorno a un prodotto ancor prima del suo lancio.
All’appello non mancano infine slang dal sapore più peninsulare e che tra tutti possono contare su un valido rappresentante come “maranza”, espressione affatto nuova nel contesto milanese dove già negli anni ‘80 aveva il significato di “tamarro”, “coatto”. Utilizzata oggi abbastanza frequentemente per indicare gruppi di ragazzi rumorosi e talvolta violenti, la parola si lega anche visivamente al peculiare abbigliamento griffato caratterizzante la categoria, basato principalmente su tute in acetato, marsupi a tracolla, catenine dorate al collo e scarpe tecniche o con la suola “chunky”, cioè molto grossa, irregolare e spessa tale da far apparire il modello voluminoso.


































