Colline verdi, aria mediterranea e terra natale di artisti di fama: Orani (NU) è un gioiello del cuore della Barbagia dove tradizione e contemporaneità convivono pacificamente, godendo di ricchezze naturali e non solo. Dai siti archeologici alle attività artigiane, il centro nuorese vanta infatti un ricco panorama nel quale rientra anche la lavorazione del sughero, materiale che dà vita a Su Bundhu, una delle maschere indiscusse protagoniste del Carnevale locale.
Annualmente inaugurato il 16 gennaio con l’accensione dei fuochi in onore di Sant’Antonio, il Carnevale di Orani condensa la sua essenza in Su Bundhu, figura carnevalesca dalle fattezze metà umane e metà bovine. Oltre che da un lungo cappotto in orbace (“su saccu”), camicia, pantaloni in velluto e gambali in cuoio, la sua natura ibrida emerge anche dalle lunghe corna, dalla maschera in sughero colorato in rosso con naso aquilino, baffi e pizzetto, nonché da “su trivuthu”, forcone ligneo col quale il misterioso essere mima l’azione della semina durante il corteo.
Una situazione che vede la maschera al centro dell’attenzione fin dal 17 gennaio, giorno consacrato a Sant’Antonio Abate in cui su Bundhu si mostra per la prima volta visitando i fuochi appena accesi e ricevendo in dono un dolce tipico benedetto durante la processione chiamato “su pistiddu”, distribuito poi tra i presenti e portato inoltre secondo la credenza a 13 persone di nome Antonio. La possente presenza torna anche durante il corteo carnevalesco, creando un incontro simbolico tra fattezze bovine evocanti energia bestiale fecondatrice ed elementi prettamente umani – come l’abbigliamento – che richiamano invece una parte più razionalmente addomesticata, atta a servire la terra e renderla maggiormente produttiva.
Al di là dei legami col mondo agropastorale, ancora adesso il mistero più grande rimane quello delle origini della maschera e delle credenze in merito, che in passato associavano su Bundhu al male o in alternativa a un dio del vento così benevolo verso i contadini da aiutarli a separare il grano dalla crusca. A ciò si aggiungono ulteriori curiosità più o meno veritiere, da racconti come quello di un contadino che una notte travestito da su Bundhu convinse i compaesani a rispettare il raccolto a possibili testimonianze sull’esistenza della maschera fin dal 1772, anno in cui un frate gesuita sardo visitò Orani e notò una figura vestita come su Bundu aggirarsi con su Maimone, altra maschera oranese ancora oggi coinvolta nel Carnevale. Abbigliata con pelli d’animale e maschera in sughero, tutt’ora quest’ultima si distingue per un copricapo in pelo fissato con chiodi detto “sa peluchera”, con il quale accompagna il corteo con movenze frenetiche che simboleggerebbero la forza indomita della natura.



Un Carnevale unico, dove tuttavia l’attiva presenza de su Bundhu non è sempre stata lineare, ma ha vissuto nel tempo diverse fasi che dopo lunghi giri l’hanno infine ricondotta alla propria comunità d’appartenenza. Dopo un periodo di oblio, solo negli anni ‘70 del ‘900 la maschera tornò infatti a Nuoro grazie all’antropologo Raffaello Marchi, scopritore di un relativo esemplare donato al Museo Etnografico locale e autore di un vero e proprio effetto domino che permise anche la ricostruzione dell’abbigliamento tradizionale del bovino antropomorfo.
Un processo poi ulteriormente amplificato anche dalle botteghe artigiane come quella di Peppino Zichi, tutt’ora custode dell’arte di fabbricare la maschera innanzitutto tramite la scelta di un buon pezzo di sughero su cui tracciare la fisionomia de su Bundhu. Da qui prende il via un processo quasi rituale, dove ottenuta la base di partenza il materiale estratto viene ripulito, raffinato, messo a bollire in acqua per circa un’ora e successivamente rimodellato in modo tale da permettere al prodotto finito di calzare bene sul viso.
A questo segue la creazione di occhi, bocca, naso e baffi fissati con chiodi in legno e le corna da incastrare alla base, per poi concludere con gessatura e tinteggiatura, dove bianco e rosso prevalgono come cromie originali della maschera così come emerge anche dall’unico esemplare donato da Marchi.
Protetto dalle mura del museo che lo ospita, il manufatto rappresenta ancora oggi per la comunità un importante punto di riferimento che racconta le sfumature di un affascinante Carnevale, annualmente calamita per curiosi, abitanti del posto, ma soprattutto per chi desidera vedere coi propri occhi quanto su Bundhu sia linfa per l’identità locale.






































