Si chiamavano Felice Littera, Salvatore Montixi e Giustino Pittau. Diedero le loro vite in quella fatidica domenica di settembre del 1904 fa quando, insieme a molti altri minatori, decisero di incrociare le braccia e opporsi a quelle condizioni di lavoro disumane che li abbruttivano ogni giorno di più.

Teatro dei fatti fu Buggerru, piccolo centro dell’Iglesiente abbarbicato alla roccia e affacciato su un mare da cartolina: agli inizi del ‘900 il piccolo borgo veniva chiamato “petit Paris” a causa della presenza dei dirigenti della società mineraria francese Societé des mines de Malfidanoche si erano trasferiti lì con le loro famiglie. Alla loro ristretta élite si contrapponeva la numerosa schiera dei minatori sardi, la cui manodopera veniva pesantemente svalutata. Sottoposti a turni di lavoro massacranti e spesso testimoni della morte dei loro colleghi durante i frequenti incidenti sul lavoro, i buggerrai che prestavano servizio in miniera si unirono nella Lega di Resistenza di Buggerru. Si trattava di un movimento che prefigurava l’inizio di una nuova presa di coscienza e gettava le basi del sindacalismo in Italia, deputando a incubatore del fenomeno un piccolo paese in una delle regioni più selvagge della Sardegna.

I primi scioperi ebbero luogo all’inizio del 1904: gli operai, uniti, chiedevano un incremento delle paghe e condizioni di lavoro più eque.

L’incidente in cui persero la vita quattro minatori il 7 maggio dello stesso anno contribuì a surriscaldare ulteriormente un’atmosfera in cui piovve, come una beffa, la circolare emanata il 2 settembre: in essa si comunicava che, dal giorno successivo, la pausa tra i due turni di lavoro, quello mattutino e quello pomeridiano, sarebbe stata ridotta di un’ora.

Fu la goccia che fece traboccare un vaso già stracolmo di frustrazione e il 4 settembre gli operai si riunirono di fronte alla sede della direzione generale della miniera a sostegno della vertenza presentata dalla delegazione sindacale. La richiesta, da parte dei titolari della ditta, di un intervento di repressione da parte dell’esercito fu accolta e due compagnie del 42mo Fanteria apparirono dal nulla e fecero fuoco sulla folla che, alla vista dei soldati, aveva iniziato a tirare pietre. Oltre ai tre giovani caduti, molti altri vennero feriti.

Buggerru, miniera di Malfidano. Foto Corrado Garau

All’episodio fa riferimento anche Giuseppe Dessì, nel capolavoro Paese d’ombre, in un passaggio in cui viene sottolineato il tentativo da parte delle autorità di cancellare dalla memoria collettiva il sanguinoso evento.

“I sassi ormai cadevano fitti quando, nel panico di un istante che sarebbe difficile scomporre nella sua fulminea successione cronologica, qualcuno, rimasto sempre sconosciuto, diede un ordine secco ed energico che i soldati eseguirono automaticamente. Come un solo uomo si fermarono, puntarono a terra il calcio dei fucili, inastarono la baionetta; poi con un gesto rapido, sicuro, fecero scorrere il carrello di caricamento, misero la pallottola in canna. Non tutti lasciarono partire il colpo, ma molti lo fecero e furono soddisfatti del loro gesto. Quella cartuccia li avrebbe salvati. Più tardi, durante l’inchiesta, risultò che i fucili avevano sparato da soli e che le autorità ignoravano che i soldati avessero le giberne piene di cartucce.”

Oblio e ridimensionamento dei fatti non ebbero però la meglio: poco tempo dopo, anche a Castelluzzo, in Sicilia, una contestazione contadina fu soffocata nel sangue dai carabinieri. La gravità dei due episodi spinse le forze sindacali dell’epoca a indire il primo sciopero generale nazionale in Italia.

Oggi, a distanza di più di un secolo dall’eccidio di Buggerru, il suo permanere nelle nostre coscienze è più importante che mai: in un’epoca in cui il mercato del lavoro è stagnante e incapace di soddisfare le necessità di singoli e famiglie, si è sempre più portati, in cambio della chimera di un impiego che forse potrà protrarsi per un mese o un anno in più, ad accettare condizioni di lavoro inique, a sminuire diritti faticosamente conquistati e a far sì che quelle vite, spezzate in un desolata mattina di settembre, continuino a spegnersi invano.