Bentrovati amici lettori,

per il nostro appuntamento di #ioraccontoaSH vi propongo una storia che parla del passato, la nostra infanzia e i ricordi che di tanto in tanto si affacciano alla memoria. Questo racconto mi ha ricordato un periodo lontano, in cui tutto era più semplice, è una storia delicata che parla di famiglia; il suo autore non ha bisogno di presentazioni, infatti il regista e sceneggiatore Marco Limberti è un volto noto.

Nato a Firenze, ha studiato cinema negli USA e vive tra Roma e Milano. Ha fatto più di 24 film come aiuto regista, tra cui Donne con le gonne con Francesco Nuti, I Laureati, Il Ciclone, Fuochi d’artificio di Leonardo Pieraccioni.

Ricordiamo anche alcuni suoi lavori da regista Love Bugs con Fabio De Luigi e Michelle Hunziker, per la Rai Sette vite. Ha realizzato pubblicità per grandi firme della moda come Gianfranco Ferrè, DSQUARED2 e Patrizia Pepe.

Più di recente ha scritto con Franco Trentalance il romanzo Il guardiano del parco e la Graphic Novel Bloody Park; ha lavorato con Fabio De Luigi al suo film Tiramisù e con Leonardo Pieraccioni per Se son rose; è tornato a Mediaset per Non è Natale senza Panettone il film Tv dei Legnanesi andato in onda su Rete 4.

Spero di avervi incuriosito, a me è piaciuta molto questa storia e ho subito pensato che fosse legata alla sua infanzia.

Non mi resta che suggerirvi la musica da tenere in sottofondo, la scelta ricade senza ombra di dubbio su un pezzo dei Coldplay & Big Sean – Miracles, dedicato al passato ma anche a un sogno…

Buona lettura
Aurora Redville

La casa dei nonni

di Marco Limberti

Quel pomeriggio, come spesso usava fare, sua mamma accompagnò il piccolo Marco nella casa dei nonni, un grande palazzone nel centro storico della città.

A lui piaceva andare in quella casa dove tutto era familiare, dai grandi ambienti freddi ma ospitali, ai muri pieni di cose religiose, con vecchi crocefissi appesi vicini ai dipinti che la zia Cecilia aveva fatto da bambina.

 Gli piaceva persino la presenza costante di odori, il perenne aroma di soffritto misto a candele, con un sentore di legno, umido e ferro arrugginito. Era come un posto magico dove i puzzi diventavano profumi.

A volte la nonna gli preparava gli anellini, semplici dolcetti fatti con farina dolce, pressati dentro un ditale per cucire e poi messi a cuocere sopra i dischi di ghisa della cucina economica, una stufa con dentro la legna che bruciava. Spesso lui girava gli anellini e lasciava le sue piccole impronte sulla farina, di mani da uomo che era ancora un bambino…

La casa era immensa e c’era un motivo preciso. Lo Zio Luigi, in realtà bis-zio di Marco e fratello della nonna, era Parroco di una delle Diocesi più illustri della città e la famiglia del sacerdote viveva nei locali sopra la Chiesa, al secondo piano di quell’edificio enorme che era un po’ come un condominio dove abitava una sola famiglia.

Tutto in quella casa era motivo d’interesse e di svago. Al piano terra c’erano piccole stanze scure e lunghe dove venivano tenute scorte di cibo donati dai parrocchiani e destinati ai poveri. Pacchi di pasta e scatolame che arrivavano di continuo e andavano messi a posto. I piani bassi degli scaffali erano di competenza esclusiva di Marco, che metteva in ordine le scatole di penne e spaghetti a seconda del colore…

Di fronte c’era un lungo corridoio stretto e buio, anche un po’ pauroso, che portava a un altro magazzino grande, un locale che un tempo era stato un cinema e adesso era pieno di stracci, di abiti usati, che andavano scelti in base alle materie prime e alla stagione: inverno, estate, lana, cotone. Se Marco trovava delle monetine nelle tasche, era autorizzato a tenersele, così come quando trovava soldi stranieri nelle buste delle offerte…

C’erano tantissimi piccioni nella grande Piazza adiacente. E si presentavano a mezzogiorno preciso per mangiare. Stavano tutti insieme sul tetto basso del palazzo di fronte, orientati verso le finestre della nonna. Erano centinaia. Marco metteva il pane in ammollo mezz’ora prima poi apriva le imposte e buttava giù quella poltiglia bianca a manciate. Lì per lì il tetto si riduceva uno schifo ma i volatili ripulivano tutto con perfetta efficienza. E quando dopo 10 minuti volavano via, tutti insieme come se avessero sentito uno sparo, le tegole del tetto erano pulite e splendenti.

All’ultimo piano c’era una soffitta gigantesca che dominava il centro della città. Era praticamente all’aperto, visto che il loggiato riparava dalla pioggia ma non dal freddo… Però il richiamo di tutti quei bauli pieni di cianfrusaglie e di vecchi giocattoli di legno era per il bambino irresistibile.

La casa stessa era un po’ come una Chiesa. C’erano spesso preti e frati provenienti da paesi anche molto lontani, che si fermavano a pranzo quando erano in città; l’argomento ricorrente nelle conversazioni a tavola erano Chiesa e Religione, comunque erano tavolate molto vivaci e divertenti a cui Marco partecipava volentieri. Solo il nonno Vincenzo veniva sempre brontolato dalla nonna perché arrivava a pranzo già iniziato, visto che in Chiesa serviva, leggeva, cantava, raccoglieva le offerte, poi doveva spengere tutti i lumini e veniva sempre via per ultimo.

Gli anziani che frequentavano la parrocchia erano veramente dei tipi buffi, giocavano a carte di continuo, praticamente la Sagrestia sembrava una bisca, anche durante le Messe. Marco, insieme a tutti gli altri ragazzini, faceva il chierichetto, serviva durante la funzione, faceva dondolare l’incenso o leggeva se non c’erano altri candidati – e aveva dovuto presto imparare a vincere la timidezza per farlo… L’unica cosa che gli scocciava un po’ era confessarsi con lo Zio Prete, pensava fosse un po’ un conflitto d’interessi raccontare cose così personali a un parente… Alla fine della Messa tutti i bambini andavano alle porte della Chiesa per raccogliere ulteriori offerte per il caso del giorno. “Alcuni incaricati alla porta di Chiesa raccoglieranno quanto il vostro buon cuore suggerisce…”

La mamma di Marco e i suoi fratelli e sorelle ormai erano cresciuti, si erano sposati e piano piano se n’erano andati tutti da quella vecchia casa, anche se ci tornavano regolarmente a pranzo tutte le Domeniche. Erano rimasti la nonna Maria e il nonno Vincenzo, il Prete Don Luigi, la zia Iris sorella della nonna e la zia Lina sorella del nonno, sempre vestita di nero. Lei era la più misteriosa, quella che parlava poco, e di cui sapeva ancora meno. La leggenda voleva che da giovane fosse stata sul punto di farsi monaca, o forse era stata davvero in convento, fatto sta che pregava sempre molto e tutti i pomeriggi andava al Camposanto, a pregare per i morti. Infatti sapeva sempre chi era venuto a mancare, quando, dove e perché. In più conosceva l’ubicazione delle tombe di tutti. E infatti i parenti che dovevano andare al Cimitero a portare i fiori chiedevano a lei come si farebbe con una guida turistica.

Una volta Marco era andato a curiosare nella camera di zia Lina. Aveva finalmente trovato la porta aperta perché di solito era chiusa a chiave. Era una specie di piccolo santuario avvolto dall’oscurità; al centro stava un lettone scuro con una spalliera di legno massello che era il simbolo stesso della Pesantezza. Marco poteva appoggiare il mento sul materasso, tanto era alto.

Davanti al letto c’era un cassettone dello stesso legno quasi nero, con un grande specchio ovale e un ripiano di marmo. Sopra al ripiano ogni sorta di ninnoli, candele, libriccini, santini e ricordi di Lourdes, dove la zia si era recata tante volte.

Appoggiato di lato c’era un oggetto quasi magico, una specie di visore con la luce dentro e le foto sdoppiate trasparenti in 3D. Marco lo accostò agli occhi e fece scattare un pulsante laterale. Dentro si vedevano folle di fedeli in preghiera, una grotta, apparizioni mistiche. Tra l’odore di cera bruciata che avvolgeva la stanza e la forte luce che emanavano quelle immagini, il bambino stava quasi per svenire…

Sentì una mano appoggiarsi sulla spalla. Era lei, la Zia Lina. Il bambino fino ad allora non aveva avuto tantissime occasioni di parlarci, anche perché non si capiva bene quello che la donna diceva, con quella vocina flebile e tutta biascicata. La donna, senza dire nulla sul fatto che il bambino fosse entrato in camera sua, andò a un cassetto con aria furtiva e tirò fuori una foto. Era l’immagine in bianco e nero di una bambina, appena più grande di lui.

“Ti piace?” – chiese la Zia.

Marco non sapeva cosa dire. La ragazzina non era brutta, era molto in carne, pallida, rubiconda. Sorrideva, era forse in un parco giochi, s’intravedeva un’altalena dietro.

Il bambino cominciava a vergognarsi, a sentirsi a disagio. Perché la Zia gli stava mostrando quella foto?

“Non c’è nulla di male se ti piace”.

Marco restava zitto. Pensava solo a scappare via.

“Non ci sarebbe nulla di male nemmeno a sbaciucchiarla tutta, a stringerla, ad abbracciarla. Lo vedi che bella pelle bianca che ha? Com’è grassottella? Pensa che bello se foste fidanzati. Allora ti piacerebbe?”

Il piccolo annuì con la testa, più per compiacere la zia che per convinzione.

E dopo un attimo la Zia lo fissò con quegli occhi grigi.

“Ma non puoi. Questa bambina non c’è più. Si chiamava Sara ed era la nipote della Benelli.”

Marco restò fermo paralizzato. Non sapeva cosa dire. Non era nemmeno sicuro di aver capito bene.

“La foto me l’ha data la Benelli al Cimitero, non so perché.” – disse la Zia e poi si fermò a pensare, in un fermo immagine eterno e imbarazzante. Quando il piccolo stava già pensando a come guadagnare la via d’uscita, la Zia si risvegliò e si aprì in un sorriso sdentato e inaspettato.

“Però non volevo intristirti. Andiamo a pranzo, dai!”

A distanza di anni, Marco ogni tanto ripensava a quell’episodio. Come suonavano strane e insolite, a pensarci, quelle parole sulle gioie innocenti della carne, in bocca alla vecchia, strana e pia donna. Quanto fervore e quanta convinzione la vecchia Zia aveva messo in quelle frasi, quasi avesse voluto convincere un potenziale acquirente.

Forse però alla fine, era solo un consiglio disinteressato. Goditi queste cose finché puoi, anche se sei piccino, anche se pensi di non essere adatto… Cogli la bellezza di un abbraccio, di un bacio, di una bianca morbida, goditi la vita…

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