Bentrovati amici lettori,

per il nostro appuntamento di #ioraccontoaSH vi propongo una storia intrigante e particolare; mentre leggevo immaginavo il contesto di una città americana di tanti anni fa, sono tornata indietro nel tempo. Poi ho saputo dall’autrice che il racconto è ispirato al quadro American Gothic di Grant Wood, non so perché ma avevo proprio pensato a quel dipinto.

L’autrice Raffaella Macchi è nata a Varese nel 1967, è avvocato, moglie, madre di tre figli adolescenti e proprietaria di un Jack Russell. Ha una vera passione per il giardinaggio e le rose inglesi. Ha scritto il suo primo romanzo “Goodbye Jude” edito Bookabook 2018 in un lungo periodo di convalescenza che le ha dato l’occasione per ricominciare a scrivere.

Come colonna sonora per questa storia ho scelto un brano di Harry Styles – “Sign of the Times“.

Io vi do appuntamento a venerdì prossimo con un racconto dal sapore molto molto noir. 😉

Buona lettura
Aurora Redville

Una tranquilla cittadina dell’Iowa

di Raffaella Macchi

Eldon era una quieta cittadina nello Stato dell’Iowa. La natura pianeggiante e la presenza di fiumi ricchi d’acqua a rendere fertile la terra, facevano sì che la gente del posto vivesse di agricoltura e allevamento. Le famiglie erano legate tra loro da legami di parentela più o meno stretti, e ogni abitante pensava di sapere tutto degli altri; in realtà, ogni casa conservava qualche segreto e non sempre si trattava di segreti piacevoli.

Helen aveva appena compiuto trent’anni e nonostante fosse una donna bella e intelligente, o forse proprio per quello, non si era ancora sposata. Dopo la morte dei genitori, avvenuta nello stesso anno della grave crisi economica che aveva afflitto il paese, aveva deciso di abbandonare Chicago. Aveva preso in considerazione diversi luoghi ma poiché non riusciva a decidersi si era affidata al caso con il cuor leggero tipico dei bambini. Aveva preso una cartina geografica del paese e a occhi ben serrati aveva fatto fare due giri completi alla mappa con la mano destra, per poi appoggiare il dito indice della mano sinistra sul foglio dopo averlo fatto vagare nell’aria mentre contava sino a dieci. Aveva quindi aperto gli occhi per scoprire che il suo dito indicava un punto ben preciso al centro degli Stati Uniti e con un entusiasmo fanciullesco aveva deciso che sarebbe andata a vivere in quella cittadina.

Il paese era costituito da una strada principale con i negozi, un pub e l’ufficio postale; le strade laterali conducevano alle case e alle fattorie. L’unica via sempre deserta era quella per arrivare alla casa dei Dillon, una costruzione in legno bianco con un piccolo portico dinnanzi all’ingresso che in apparenza non aveva niente di diverso dalle altre abitazioni. Eppure, tutti evitavano di passare di lì e quando vi erano costretti, stavano ben attenti a camminare sul lato opposto: i più temevano di essere toccati dalla sfortuna, altri provavano semplicemente imbarazzo e disagio. La signora Dillon ne era consapevole ma non li biasimava; arrivava persino a pensare che forse si sarebbe comportata allo stesso modo, quasi a giustificarli.

Helen, che non era superstiziosa e non faceva caso a pettegolezzi o maldicenze, aveva acquistato a un prezzo molto conveniente la casa a fianco alla loro, rimasta vuota per anni. Felice di aver fatto un ottimo affare e incuriosita dall’alone di mistero che li avvolgeva, continuava a chiedersi come mai le finestre e persiane dei vicini fossero sempre chiuse. Ogni tanto intravedeva la signora Dillon, che la salutava con un sorriso dolce e rassegnato; non aveva invece ancora visto suo marito, eppure sapeva che un marito c’era.

Ogni mattina di buon’ora Helen faceva una passeggiata con il suo cane, un pastore australiano di nome Sam, grazie al quale non rimpiangeva di non essersi ancora sposata. Un sabato, mentre camminava assorta nei suoi pensieri, si trovò all’improvviso di fronte ai misteriosi vicini di casa. Quello che doveva essere il signor Dillon era in piedi rigido e impettito, con un forcone in mano come se stesse aspettando qualcuno. Era vestito in modo singolare: salopette di jeans e camicia da contadino, sopra alle quali portava una giacca consunta ma di ottimo taglio e fattura. Indossava dei piccoli occhiali rotondi, eppure sembrava non vedere nulla, lo sguardo fisso perso nel vuoto. La signora Dillon aveva i capelli biondi raccolti in uno chignon e indossava un grembiule con una fantasia di minuscoli fiorellini a proteggere un elegante vestito nero.

Questa era finalmente l’occasione per presentarsi e scoprire qualcosa in più su di loro. Avvicinatasi alla coppia, rivolse la parola alla donna.

“Buongiorno signora Dillon, non ci siamo ancora conosciute. Il mio nome è Helen Burke e sono la vostra nuova vicina di casa”.

“Buongiorno. Il mio nome è Margaret e questo è mio marito Frank. Ho notato che ha fatto il trasloco poche settimane fa… si trova bene qui?”

“Non potrei stare meglio”.

“Ne sono felice”.

“Ma aspettate la visita di qualcuno?”

“No no. È solo che mio marito oggi è più confuso del solito. Vuole restare fuori, convinto che presto lo verranno a prendere per andare a lavorare nei campi. Ho cercato di fargli capire che non verrà a prenderlo nessuno, ma non vuole sentir ragioni. Continua a ripetere che Tom, nostro figlio, sta per arrivare”.

Dal tono di voce della signora Dillon traspariva una grande rassegnazione. Helen pensò che forse era un po’ depressa e le rispose con una nota di entusiasmo.

“Chissà, suo marito potrebbe avere ragione. Può darsi che vostro figlio abbia deciso di farvi una visita a sorpresa. Sa, a volte i genitori prevedono le mosse dei figli”.

“Non è questo il caso, purtroppo… nostro figlio non potrà più farci visita”.

Gli occhi della signora Dillon erano lucidi e la voce incrinata.

“Oh, mi dispiace e mi scusi. Parlo sempre senza pensare”.

“Non si preoccupi. Si capisce che lei è una persona buona e gentile, quindi non deve scusarsi. Sa, da qualche tempo mio marito si è rifugiato in un mondo tutto suo. Il fallimento della Banca Dillon e, nello stesso terribile giorno, il suicidio del nostro amato figlio… davvero troppe disgrazie per un uomo solo”.

Helen, mossa da sincera compassione, appoggiò una mano delicata sul braccio della donna. Avrebbe voluto poter fare qualcosa per alleviare il suo dolore ma non trovava niente di consolatorio da dire.

Ora Margaret taceva fissando l’orizzonte. Pensò a come era stata felice e fortunata per molti anni, senza rendersene conto. In pochi istanti rivide i momenti più importanti della sua vita: il giorno del matrimonio, la nascita del figlio maschio che avrebbe dovuto essere il loro erede, il club esclusivo di cui il marito era membro d’onore e le eleganti cene cui erano soliti partecipare. E poi pensò a quante cose erano cambiate in così poco tempo. A volte desiderava avere il coraggio e l’egoismo di abbandonare tutto e fuggire, ma erano solo brevi attimi di ribellione, subito respinti dall’affetto che provava per suo marito. Sapeva di essere unita a lui da un sacro vincolo, dalla solenne promessa di rimanere insieme nel bene e nel male, nella buona e nella cattiva sorte, ed era ciò che avrebbe fatto. La speranza che nel fondo del suo cuore continuava a nutrire, o piuttosto l’illusione che le consentiva di andare avanti, era di poter tornare alla loro precedente vita, agiata e serena, nella bella casa di Boston, come se quel maledetto martedì nero si potesse cancellare dalla storia.

Helen, che aveva letto nello sguardo della donna ogni cosa, le disse: “Mi farebbe molto piacere invitarla per un tè questo pomeriggio, cosa ne dice?”

“La ringrazio, mia cara, verrò da lei per le cinque” rispose Margaret, poi accompagnò il marito dentro casa con un accenno di sorriso sulle labbra.