Dopo oltre 100 proiezioni in Sardegna, nel resto d’Italia e anche all’estero, il 15 dicembre scorso è stato pubblicato su YouTube il documentario Sardegna: la difesa di un paradiso. A lavorare a questo progetto sono stati sette giovani sardi che hanno preso a cuore la tematica dell’inquinamento delle aree industriali presenti in Sardegna e hanno sentito come una missione la diffusione dei dati riguardanti lo sfruttamento del territorio.

Ho incontrato due di loro per capire com’è nata l’idea e com’è stata portata avanti. Carlo Gaspa e Shary Arca, entrambi sassaresi, studenti in Giurisprudenza, sono piacevolmente stupiti dal successo e dall’interesse che il documentario ha suscitato nel pubblico. Presentato per la prima volta il 27 febbraio 2016 a Porto Torres, uno dei siti analizzati nel loro lavoro, ha trovato ovunque l’approvazione della platea accorsa per reale coinvolgimento e desiderio di conoscere. Le proiezioni sono sempre a ingresso libero, è ben specificato nei titoli di coda che gli autori rinunciano a qualsiasi forma di compenso e “ogni proiezione in pubblico dovrà essere gratuita”, ad evidenziare il loro non voler lucrare su tematiche di questo carattere.

Tutto ebbe inizio durante una lezione universitaria frequentata da Shary, la docente raccontò la situazione di Porto Torres e mise gli studenti a conoscenza del fatto che fosse un SIN – Sito di Interesse Nazionale, ovvero un’area contaminata che necessita di interventi di bonifica e per questo classificata dallo Stato italiano come pericolosa. Shary parlò della questione con Carlo e insieme iniziarono a pensare a cosa avrebbero potuto fare per portare all’attenzione dei cittadini una situazione che in tanti ignorano. Decisero di affrontare il problema attraverso un racconto documentaristico che riguardasse il polo industriale di Porto Torres, ma, mano che analizzavano i dati e scoprivano nuove problematiche, decisero di estendere l’analisi alle aree del Sulcis – Iglesiente – Guspinese (anche questa area SIN), di Sarroch, di Tossilo e alla base militare abbandonata del Monte Limbara. Il documentario ha richiesto due anni di lavorazione, dalla nascita dell’idea fino alla sua prima proiezione; i ragazzi si sono avvalsi del crowdfunding per raccogliere i fondi necessari alla realizzazione, operazione che è andata al di là delle aspettative e gli ha permesso di ricavare oltre un terzo in più del budget stabilito.

 

Le informazioni raccolte attraverso lo studio dei dati e delle analisi sui territori passano attraverso le loro voci, nonostante abbiano raccolto una mole considerevole di testimonianze, hanno deciso di esporsi in prima persona “mettendoci la faccia”. I dati sono comunque di pubblico dominio e possono essere consultati da chiunque abbia interesse a conoscere e capire di più.

Il documentario non si concentra solo sulle criticità della nostra terra, ma mostra alcune delle tante bellezze, soprattutto dell’entroterra, che potrebbero e dovrebbero essere valorizzate per puntare su un turismo che non sia solo estivo e cerca di far comprendere quanto sia importante la tutela e la difesa del territorio. La difesa appunto, parola centrale del titolo del documentario che in origine si sarebbe dovuto chiamare “Sardegna: il tramonto di un paradiso”, subito modificato per la sua forte accezione negativa. “Tramonto” non lasciava speranze, come se non avessimo più la possibilità di cambiare rotta e il declino fosse già troppo avanzato. In realtà guardando il documentario si evince come questi giovani abbiano voluto indicare una strada da percorrere alternativa allo sviluppo industriale che, ormai è chiaro, non appartiene alla nostra terra. È in questa direzione che stanno continuando a muovere i loro passi, progettando un’applicazione per smartphone che permetta al turista di organizzare la propria vacanza in Sardegna portando l’attenzione su siti poco conosciuti corredati da descrizioni fornite da professionisti (archeologi, biologi, guide turistiche). Oltre ai percorsi, testati da loro stessi, vengono suggeriti i servizi presenti nelle vicinanze concentrandosi sulle aziende, anche artigiane, che operano nel territorio senza danneggiarlo. Un modo per far capire che esistono realtà occupazionali alternative all’industria, superando una volta per tutte l’annoso e drammatico dilemma che ci obbliga a scegliere tra la salute e il lavoro.