Chi nasce tondo non muore quadrato. È così che si dice. La propria natura è la propria natura.

Fortuna allora è avere una natura stabilmente instabile che non ci limiti, che ci apra ogni strada.

Mentre si ascolta l’album di Malignis Cauponibus (dal latino ‘tavernieri imbroglioni’) non è chiaro su quale strada si stia viaggiando: progetto figlio della spinta espressiva di Luca Marcia – nato come concept teatrale sulle prigioni mentali (Ti sbatto in Sardegna, 2018) poi evoluto in disco – A-Pathos condensa sonorità sarde di background sansperatino con un blues inquieto esercitato in giro per l’Europa.

Davvero maligno in scena, Luca dà vita a uno spettacolo enigmatico, acido, di denuncia; le sue canzoni spaziano dal cantautorato alla sperimentazione rumoristica, e dalle blue note si arriva fino alle sonorità ctonie delle profondità sarde: interessante connubio suonato con Massimo Loriga (Kenze Neke), Andrea Schirru poliedrico pianista, Gerardo Ferrara menestrello cilentano, Lorenzo Imbimbo clarinettista, Stefano Minnei l’eclettico fisarmonicista e Michele Deidda alla batteria.

Foto Carla Lisci

L’album non chiede il permesso, si impone col cantato slacciato, scanzonato, talvolta addirittura irriverente di Luca, ma che sa farsi anche serio e ineluttabilmente coerente alle tematiche di prigionia mentale: “ho attinto da quel contenitore per portare alla luce un album che arriva a parlare di apatia e per certi versi di indifferenza sociale di stampo gramsciano – spiega Marcia – la mia formula cantata in sardo prende spunto dalla vita personale nel tentativo di “universalizzare” pensieri e concetti. Non uso una variante specifica: ciò che non può darmi il campidanese con i suoni aperti, me lo fornisce il logudorese con suoni più taglienti.”

Il disco quasi ricorda un’unica colonna sonora di un ipotetico teatro sotterraneo, le costole di Tom Waits come sipario, e sul macabro proscenio di granito Luca Marcia ci consegna tutto il suo essere: sentiamo le origini del suo paese fatte di lavoro nei frutteti, sudore, e artisti sognatori, sentiamo i suoi studi da geologo, la potenza ancestrale del sottosuolo, sentiamo gli Area di Stratos, Faber, Tom Waits, Chester Howlin’Wolf Burnett, sentiamo tutto questo rimescolato in chiave rude, rugginosa, graffiante: “il blues non è un fine, ma un mezzo, una scusa. Lo utilizzo perché condivido i testi di chi da secoli denuncia disuguaglianze sociali, passioni e storie di vita vissuta. Generalmente tendo a smontarlo e reinterpretarlo, sarebbe addirittura possibile che già dal prossimo album non lo utilizzi più. Ma le persone hanno bisogno di categorizzare… io lascio fare.”

Il 2020 si apre con un tour nel cagliaritano fino a marzo (trovate le date sui social @maligniscauponibus), mentre l’album è disponibile su Spotify, YouTube e BandCamp.

“Un caro amico dice che ascoltare quell’album è come ascoltare i miei discorsi al bancone: in altre parole spontaneità e schiettezza.” Grazie Luca: lieti di bere al tuo fianco.