Da qualche anno operativi sul suolo sardo, i Grandmother Safari possono meritoriamente situarsi tra i fiori all’occhiello del variegato panorama musicale isolano, in cui – ed è un merito aggiuntivo – si collocano nell’ancora poco coltivata nicchia di un genere strumentale che abbraccia la sperimentazione, nutrendosi di atmosfere jazzy e di psichedelia, tradendo le forme classiche e facendo di ogni brano una breve suite, viaggio a volo d’uccello tra l’intreccio armonico e la tensione delle linee melodiche.

Il talento della band non era sfuggito agli organizzatori dei maggiori festival musicali locali e già molto prima dell’esordio discografico, l’ensemble calcava i palchi di manifestazioni come il Du Festival a Bauladu, il Summer Is Mine a Carbonia, l’AlterDay Fest a Seneghe, e questo nonostante una backline non proprio agile: i nostri, tutti provenienti da Campidano e Iglesiente, si avvalgono di una strumentazione imponente tra cui figurano oltre ai canonici basso, chitarra elettrica e batteria, piano rhodes, synth e fiati (sax contralto e tromba).

Poi, la decisione di registrare in studio, con la Hopetone Records (l’etichetta che aveva già prodotto i lavori di Hola la Poyana!, Pussy Stomp e Takoma) le proprie composizioni e, anticipato dal singolo Dunia, l’uscita del primo omonimo album a marzo.

Già nell’immagine di copertina sembra essere contenuta una dichiarazione d’intenti: l’ingrandimento di un fiore dai colori surreali richiama certe atmosfere a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, gli anni ruggenti del rock psichedelico, dell’arte contaminata e della sperimentazione.

Traccia d’apertura è A Life Show alla cui introduzione meditativa (e cantata, uno dei rarissimi momenti nella produzione della band in cui la voce si aggiunge come ulteriore “strato sonoro”) subentra presto la ritmica incalzante della batteria a sconvolgerne il mood. Sono virate a cui l’ascoltatore dovrà ben presto fare l’orecchio: in Seed Balls gli umori si alternano e un delicato incipit dal sapore post rock si rarefà per lasciare spazio all’ingresso di inaspettati fiati. Essi, all’interno del brano, costituiscono un’epifania forse destinata a tornare: nel frattempo un riff di chitarra si è già impossessato della scena, muovendosi sul bordone ritmico in uno dei brani più intensi del disco.

Pensare ogni pezzo dell’album come trip e pensarsi più che come fruitori, come viaggiatori, potrebbe non essere un modo improprio per affrontare questo lavoro che, nonostante sia composto da poche tracce – otto, per l’esattezza – ha le caratteristiche di un grande affresco in cui un particolare, una scena minore, magari appena laterale rispetto al centro focale dell’opera, risulta complementare a tutto il resto.

Ancora un sound Sixtie per Love Geometry e, nel singolo Dunia, simoniani richiami alla world music, oltre a un’interessante agilità nello sviluppo di tensioni e risoluzioni per un brano che farebbe invidia (ed è in odore e in sapore della loro musica) ai Tortoise. Si procede con una sommessa e rarefatta Sand Bells a cui seguono, come vero e proprio inno al progressive, Acid Milk e Lines&Circles. Quest’ultima traccia si presenta come un viaggio di quasi dieci minuti in cui atmosfere morbidamente fusion cedono il passo a martellanti fraseggi rock per poi ridistendersi, ridursi quasi a pura struttura ritmica, lasciare spazio a loop elettronici che assorbono tutte le altre sonorità e poi rinascere sotto forma di riff scarni e tesi.

GMS è suite conclusiva e di ampio respiro: nei vari movimenti che ne costituiscono corpo ed essenza è riconoscibile l’influenza di gruppi come i Jaga Jazzist, seppure l’impronta e la rielaborazione delle contaminazioni sia personalissima, in alcuni casi quasi emblematica, lasciando modo di esprimersi a una bella freschezza compositiva. Piovono, improvvise, magniloquenti dissonanze che occhieggiano ai sogni distopici di matrice pinkfloydiana.

Un disco solido, scorrevole all’ascolto, che alterna paesaggi onirici a un horror vacui riconducibile all’ambiente urbano e che ricorda nel gusto per la sperimentazione un’altra opera, anch’essa firmata da un artista isolano, il tanto (e giustamente) acclamato DIE di Jacopo Incani. Che si tratti dell’inaspettata fioritura, dai colori acidi e sognanti, di una nuova generazione della musica indipendente sarda? Se questi sono i risultati, noi speriamo di sì.