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Addio a Robert Redford: vita e carriera tra film iconici e premi Oscar

di Redazione
16 Settembre 2025
in Cinema & Serie TV
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(Adnkronos) – Era l’ultima incarnazione di un ideale hollywoodiano in via d’estinzione: bellezza e talento, carisma e integrità, successo commerciale, impegno civile e anima indipendente. Robert Redford, attore, regista e produttore, che ha attraversato oltre mezzo secolo di cinema americano portando in scena il lato più riflessivo dell’eroe, l’ambiguità morale dell’idealista, la fragilità dietro al sorriso, è morto all’alba di oggi, martedì 16 settembre, all’età di 89 anni tra le montagne che amava e che aveva scelto come rifugio finale. Si è spento nel sonno nella sua casa vicino a Provo, nello Utah, come ha annunciato Cindi Berger, amministratrice delegata dell’agenzia Rogers & Cowan Pmk. 

Nel corso della sua lunga carriera, Redford ha vinto due premi Oscar: uno nel 1981 come miglior regista per ‘Gente comune’ e uno alla carriera nel 2002; inoltre fu candidato altre tre volte per “La stangata” (1973) come miglior attore e per ‘Quiz Show’ come miglior regista e miglior film (1995). Nel 2017 gli venne conferito il Leone d’oro alla carriera alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, che ricevette insieme a Jane Fonda. Nel 1980 aveva fondato il Sundance Institute, che organizza ogni anno il Sundance Film Festival, importante vetrina del cinema indipendente di tutto il mondo. 

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Nato a Santa Monica, in California, il 18 agosto 1937 da una famiglia modesta – il padre Charles era un contabile, la madre Marta Hart, di origini ispaniche – Robert Redford si scoprì insofferente agli schemi fin da giovane. Dopo una parentesi sportiva come giocatore di baseball, un’esperienza da operaio nei campi petroliferi, un viaggio in Europa da pittore bohémien, trovò nel teatro prima e nel cinema poi una disciplina nella quale convogliare la sua inquietudine. 

Il suo esordio a Broadway e in televisione segnò l’inizio di un percorso che avrebbe sfidato gli stereotipi. Bello da togliere il fiato, venne spesso ingabbiato nel ruolo del ‘biondo perfetto’. Ma il suo talento, mai gridato, sempre controllato, si fece presto notare per sottigliezza e profondità. Rifiutò parti facili, respinse il ruolo principale nella serie tv ‘Il virginiano’, e scelse copioni che mettevano in crisi l’immagine patinata che Hollywood voleva cucirgli addosso. 

Robert Redford debuttò sul grande schermo nel 1962 con ‘Caccia di guerra’ di Denis Sanders, recitando accanto a John Saxon. Tre anni dopo tornò al cinema con ‘Situazione disperata ma non seria’ (1965) di Gottfried Reinhardt, al fianco di Alec Guinness. In breve tempo, la sua carriera prese slancio grazie a una serie di film di successo: tra questi, ‘Lo strano mondo di Daisy Clover’ (1965) di Robert Mulligan, in cui recitò accanto a Natalie Wood e che gli valse un Golden Globe come miglior attore esordiente; ‘La caccia’ (1966) di Arthur Penn, con un cast d’eccezione composto da Marlon Brando, James Fox e Jane Fonda; e ‘Questa ragazza è di tutti’ (1966), ancora insieme alla Wood, che segnò l’inizio della lunga collaborazione con il regista Sydney Pollack. 

Nel 1967 fu protagonista della commedia ‘A piedi nudi nel parco’ di Gene Saks, al fianco di Jane Fonda, riprendendo un ruolo già interpretato con successo a Broadway. Il vero salto internazionale arrivò nel 1969 con ‘Butch Cassidy’ di George Roy Hill, dove formò con Paul Newman una delle coppie più iconiche del cinema. Il film, acclamato dalla critica e campione d’incassi, divenne un classico del genere western, simbolo della fine della sua epoca mitica. Fu anche l’inizio di una profonda amicizia tra Redford e Newman: insieme, il ribelle disinvolto e l’eroe tormentato divennero figure leggendarie nella storia del cinema. 

Negli anni successivi al successo iniziale, Robert Redford proseguì la sua ascesa con ‘Corvo rosso non avrai il mio scalpo!’ (1972) di Sydney Pollack e ‘Il candidato’ (1972) di Michael Ritchie, entrambi accolti positivamente dalla critica. Ma fu nel 1973 che Redford firmò due tra i suoi ruoli più memorabili: ‘Come eravamo’, nuovamente diretto da Pollack e condiviso con Barbra Streisand, e ‘La stangata’ – ironica e malinconica commedia di truffatori – in cui tornò a lavorare con Paul Newman sotto la regia di George Roy Hill. Quest’ultimo fu un trionfo globale, vincitore di sette premi Oscar, tra cui miglior film e miglior regia, e valse a Redford la sua unica candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista. 

Nel 1974 fu protagonista de ‘Il grande Gatsby’, tratto dal celebre romanzo di Francis Scott Fitzgerald, e nei due anni successivi consolidò ulteriormente il suo status di eroe moderno, non invincibile, ma lucido; non assertivo, ma complesso. Fu un agente braccato dalla Cia in ‘I tre giorni del Condor’ (1975) di Pollack e in ‘Tutti gli uomini del presidente’ (1976) di Alan J. Pakula, interpretò, accanto a Dustin Hoffman, uno dei due giornalisti del ‘Washington Post’, Bob Woodward, che portarono alla luce lo scandalo Watergate. Il film ottenne otto nomination agli Oscar, tra cui miglior film e miglior regia. 

Sul finire del decennio, Redford partecipò al kolossal bellico ‘Quell’ultimo ponte’ (1977) di Richard Attenborough, e nel 1979 tornò a collaborare con Pollack per la quinta volta ne ‘Il cavaliere elettrico’, che però si rivelò un insuccesso sia di critica che di pubblico. Anche nei suoi ruoli più romantici – ad esempio in ‘La mia Africa’ (1985) di Pollack con Meryl Streep – traspariva sempre una tensione morale.  

Nel 1980 Redford fece il suo debutto alla regia con ‘Gente comune’, un’opera intensa e misurata sulla disgregazione di una famiglia borghese. Il film fu un trionfo: ottenne quattro Oscar, tra cui miglior regia per lui. Fu l’inizio di un percorso registico rigoroso, sempre lontano dai compromessi commerciali. Seguì ‘Milagro’ (1988), fiaba ecologista legata al suo amore per la natura, che però non ebbe grande impatto. 

Nel 1992 tornò dietro la macchina da presa con ‘In mezzo scorre il fiume’, delicata riflessione sul rapporto padre-figlio, mentre nel 1994 firmò ‘Quiz Show’, acclamato dalla critica e candidato a quattro Oscar, tra cui miglior regia. 

Nel frattempo, Redford continuava a recitare: fu un miliardario enigmatico in ‘Proposta indecente’ (1993), e nel 1998 tornò a dirigere e interpretare ‘L’uomo che sussurrava ai cavalli’, seguito da ‘La leggenda di Bagger Vance’ (2000), ‘Leoni per agnelli’ (2007), ‘The Conspirator’ (2010) e ‘La regola del silenzio – The Company You Keep’ (2012), il suo ultimo film da regista. Nel 2014 sorprese il pubblico entrando nel Marvel Cinematic Universe nel ruolo del villain Alexander Pierce in ‘Captain America: The Winter Soldier’, ripreso poi con un cameo ‘Avengers: Endgame’ (2019). 

Nel novembre 2016 annunciò il suo ritiro dalla recitazione, dopo aver completato ‘Le nostre anime di notte’ di Ritesh Batra con Jane Fonda – a 38 anni dalla loro ultima collaborazione – e ‘The Old Man & the Gun’ (2018) di David Lowery, considerato il suo addio ideale al cinema. Il primo dei due film fu presentato fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2017 con la presenza di Redford e Fonda per ritirare il Leone d’oro alla carriera. Gli ultimi titoli sono riflessioni sobrie sulla memoria, la vecchiaia, la malinconia. Redford non ha mai nascosto le sue fragilità: ha portato sullo schermo l’uomo, non il mito. 

Come regista, Redford ha raccontato un’America intima e lacerata. Il suo stile, sobrio e letterario, rifuggiva i virtuosismi per concentrarsi sui dettagli, sulle pause, sugli sguardi. Ha lanciato Brad Pitt, ha riscoperto temi civili spesso ignorati, e ha affrontato le contraddizioni americane con uno sguardo profondo, mai urlato. Come fondatore del Sundance Institute, nel 1984 trasformò un piccolo festival nello Utah nel Sundance Film Festival, che divenne rapidamente la più importante piattaforma del cinema indipendente mondiale. Grazie a lui sono emersi autori come Quentin Tarantino, Steven Soderbergh, Darren Aronofsky, Richard Linklater. Sundance divenne l’alternativa credibile a Hollywood, una casa per voci scomode e storie autentiche. ‘Il nostro compito non è solo intrattenere – disse Redford – ma anche provocare, interrogare, ispirare’. Pochi artisti hanno preso sul serio questa missione quanto lui. 

Oggi, il suo nome è inciso nella storia del cinema non solo per i film che ha interpretato o diretto, ma per l’immaginario che ha costruito e difeso: quello di un’America consapevole, etica, capace di bellezza e redenzione. Un’America che lui stesso ha spesso giudicato con severità, ma alla quale ha continuato a credere, anche quando sembrava tradirlo. 

La vita privata di Redford è sempre stata ammantata da una certa riservatezza. Nel 1958 Robert Redford sposò Lola Van Wagenen, impegnata nella produzione cinematografica. L’anno seguente nacque il loro primogenito, Scott, la cui vita fu tragicamente spezzata dopo appena due mesi a causa di una rara sindrome infantile. Nonostante il dolore, la coppia ebbe altri due figli: Shauna e James, quest’ultimo scomparso nel 2020 dopo una lunga battaglia contro un tumore. La terza figlia, Amy, venne alla luce nel 1970. Dopo quasi trent’anni di matrimonio, Redford e Van Wagenen divorziarono nel 1985. Nel 2009 l’attore ritrovò l’amore e si unì in matrimonio con l’artista tedesca Sibylle Szaggars. 

Politicamente vicino al Partito Democratico, Redford fu a lungo un sostenitore delle battaglie progressiste a livello nazionale. Tuttavia, nel corso di un’intervista concessa alla Cnn nel 2007, dichiarò di aver perso interesse per la politica federale, preferendo concentrare il proprio impegno sulle questioni locali, più vicine alla vita concreta delle persone. (di Paolo Martini) 

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