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Natalità, dallo smog al clima: tutti gli effetti sulla fertilità

di Redazione
30 Giugno 2025
in Benessere & Salute
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(Adnkronos) – L’allarme caldo nasconde insidie anche per chi cerca di concepire un figlio. L’inquinamento atmosferico e i cambiamenti climatici minacciano sempre di più la capacità riproduttiva umana, incidendo negativamente sulla fertilità. A evidenziarlo è un recente documento pubblicato dall’Eshre, la Società europea di riproduzione umana ed embriologia, riunita per il suo 41esimo congresso annuale dal 29 giugno al 2 luglio a Parigi. Giorni roventi per la capitale francese, che si prepara a picchi di 38 gradi. 

Nel rapporto l’Eshre riassume le principali evidenze scientifiche sull’effetto che smog e climate change possono avere per la natalità, aggravando un’emergenza in crescita. “L’innalzamento delle temperature e l’aumento dell’inquinamento atmosferico – spiega – sono associati a un peggioramento della qualità del seme maschile, con alterazioni nei parametri spermatici, riduzione del numero di spermatozoi e danni al Dna. Anche la riserva ovarica nelle donne può essere ridotta, con impatti negativi sul potenziale riproduttivo spontaneo e sulla risposta ai trattamenti di procreazione medicalmente assistita”. Il report evidenzia come circa 3 miliardi di persone nel mondo vivano in aree ad alta vulnerabilità climatica, con possibili ripercussioni sulla salute di donne in gravidanza, bambini, anziani e pazienti con malattie croniche. “Negli ultimi anni, nella nostra pratica clinica abbiamo osservato un crescente numero di casi in cui le cause dell’infertilità appaiono sempre meno riconducibili a fattori individuali e sempre più legate a elementi ambientali”, conferma Alberto Vaiarelli, ginecologo specialista in medicina della riproduzione e coordinatore scientifico del centro Genera di Roma. 

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“Tutto quello che noi facciamo, il modo in cui viviamo – sottolinea – sicuramente ha un’influenza sulla fertilità. L’inquinamento atmosferico e l’ipertermia ambientale sono fra le variabili che progressivamente rischiano di minare la salute riproduttiva, sia maschile che femminile”. L’esperto ricorda il ruolo chiave della temperatura testicolare nei maschi: “Anche un aumento di soli 1-2 gradi può compromettere la spermatogenesi. Studi clinici e di laboratorio – rimarca Vaiarelli – dimostrano un calo significativo del numero e della motilità degli spermatozoi in presenza di esposizioni croniche a temperature elevate”. Proprio come quelle che l’Italia sta vivendo in queste settimane, stretta in una morsa bollente che in molte aree del Centro-Sud ha portato la colonnina di mercurio stabilmente sopra i 40°C. “L’ondata di calore che sta colpendo il nostro Paese – ammonisce il ginecologo – non è solo un disagio climatico: è un fattore di rischio concreto per la salute riproduttiva. Certo non è il solo”, precisa, però “è sicuramente qualcosa su cui dobbiamo tenere alta l’attenzione”.  

Nel suo documento, l’Eshre invita a “politiche rapide e coordinate per ridurre le emissioni di CO2 e migliorare la qualità dell’aria entro i prossimi 20 anni, in linea con il Green Deal europeo”. La società scientifica sollecita inoltre “un investimento massiccio nella ricerca sugli effetti dell’inquinamento sulla fertilità, per orientare meglio la prevenzione”. 

“In un mondo che cambia – osserva Vaiarelli – anche la salute riproduttiva chiede protezione. E il cambiamento climatico non è solo una minaccia per l’ambiente: è una sfida per la sopravvivenza stessa della specie umana, che peraltro sta perdendo la spinta a procreare per una serie di motivi sociali ed economici”. 

Al 41esimo Congresso dell’Eshre di Parigi è stato presentato anche uno studio del gruppo Genera, condotto su oltre 1.200 coppie di aspiranti genitori, che invita le donne a non arrendersi se il primo tentativo di fecondazione assistita è andato male. Al secondo tentativo, infatti, circa il 50% delle pazienti produrrà più ovociti e più embrioni. Ma attenzione a non aspettare troppo: riprovarci presto può aumentare di molto le probabilità di una gravidanza a termine; al contrario, ogni mese di ritardo può ridurle un po’ di più. 

Secondo gli ultimi dati del Registro Pma dell’Istituto superiore di sanità, sono quasi 88mila le coppie italiane ricorse alla procreazione medicalmente assistita nel 2022, in aumento del 2,3% rispetto alle circa 86mila del 2021. Sempre nel 2022, i bimbi nati grazie a queste tecniche sono 16.718: il 4,3% del totale nati vivi (393.333, fonte Istat), in crescita dello 0,5% circa rispetto ai 16.625 del 2021. La ricerca ha voluto rispondere a una domanda cruciale per molte coppie che intraprendono un percorso di fecondazione assistita: il fallimento di un primo ciclo di trattamento condiziona negativamente le possibilità di successo di un secondo tentativo? I risultati dello studio dicono di no, indicano che l’esito del secondo ciclo di Pma non c’entra con come è andato il primo.  

“Spesso sono le pazienti stesse a tirare le somme sulla base della loro esperienza, pensando che se nel primo tentativo sono stati ottenuti, ad esempio, solo embrioni cromosomicamente anomali, allora anche i prossimi lo saranno”, spiega il ginecologo Alberto Vaiarelli, responsabile medico-scientifico del centro Genera di Roma, uno dei 7 del gruppo presenti in Italia. “Abbiamo voluto dimostrare con evidenze scientifiche che gli esiti clinici del primo ciclo non predicono quello che succederà dopo. L’unica vera strategia efficace che abbiamo – sottolinea lo specialista – è procedere con una nuova stimolazione ormonale senza perdersi d’animo e il nostro studio ci dimostra che prima la si fa, maggiori sono le probabilità di successo”. 

Lo studio Genera ha incluso 1.286 secondi cicli di Pma eseguiti tra il 2015 e il 2021, con un’età media delle pazienti di 39 anni e un valore mediano dell’ormone anti-Mülleriano (Amh) pari a 1,2 ng/ml. I ricercatori hanno analizzato numerosi parametri del primo ciclo – dall’età materna alla causa d’infertilità, fino agli esiti embriologici – per capire se influenzassero il secondo tentativo. Le pazienti hanno intrapreso un secondo ciclo per diversi motivi: mancata formazione di blastocisti (41%), fallimento dell’impianto (20%), aborto (5%), o per il protocollo DuoStim (26%) che prevede 2 stimolazioni in un unico ciclo mestruale. Tutti i cicli includevano stimolazione ovarica e fecondazione Icsi con coltura a blastocisti.  

Dall’analisi è emerso che il 48% delle pazienti ha prodotto un maggior numero di ovociti al secondo tentativo; la competenza ovocitaria è migliorata nel 40% dei casi, con un aumento medio del 3% nel tasso di blastocisti per ovocita. Anche il numero di blastocisti è cresciuto nel 43% dei cicli successivi. E il tasso cumulativo di nati vivi dopo il secondo ciclo, indipendentemente dall’esito del primo, è stato del 24%. Il tempo tra il primo e il secondo tentativo è apparso un fattore chiave: “Ogni mese di ritardo è associato a una leggera diminuzione delle probabilità di successo”, avvertono gli autori. “Anche 6 mesi fra una stimolazione e l’altra fanno la differenza per le nostre pazienti”, precisa Vaiarelli. I dati confermano che “le coorti follicolari sono indipendenti fra di loro, anche se i parametri clinici come età e riserva ovarica restano invariati – commenta Danilo Cimadomo, Research Manager di Genera – Una paziente che ha avuto pochi ovociti o embrioni nel primo ciclo non è destinata a ottenere lo stesso risultato. Il 90% di chi non ottiene ovociti al primo ciclo li ottiene nel secondo, e il 60% riesce ad avere embrioni vitali. La variabile decisiva è il tempo: prima si effettua il secondo pick-up, migliori sono le probabilità”. 

Alla luce dei risultati, per gli esperti serve un cambio di prospettiva: “Non bisogna considerare la Pma come un singolo trattamento, ma come un progetto di genitorialità personalizzato, con obiettivi di medio-lungo periodo”. Conclude Vaiarelli: “E’ necessario considerare la Pma come una strategia multiciclo, utile non solo per ottenere una gravidanza, ma per realizzare un vero e proprio progetto familiare, che può prevedere uno o più figli. I centri specializzati e all’avanguardia basano il loro lavoro su un miglioramento continuo del trattamento e delle tecnologie a disposizione e su un counseling precoce e personalizzato, già dal primo colloquio. L’unico vero consiglio che possiamo dare, di fronte a un primo tentativo andato male, è che dobbiamo andare avanti, senza giudicare un esito negativo iniziale, dato che nei successivi cicli le chance di successo aumentano progressivamente”. 

Tags: adnkronosnatalitàsaluteultimora
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