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Iran, ottimismo Casa Bianca per i colloqui. Ma gli analisti: “Attenzione agli scenari da incubo”

di Redazione
10 Aprile 2026
in Italia & Mondo
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(Adnkronos) – Alla Casa Bianca si respira un’atmosfera abbastanza rilassata, dopo il turbinio di emozioni e sensazioni contrastanti che hanno caratterizzato i giorni e le ore antecedenti all’annuncio di Donald Trump del cessate il fuoco temporaneo di due settimane in Iran. Un portavoce dell’amministrazione, all’Adnkronos, conferma che le sensazioni sono positive e ripete le parole del vicepresidente JD Vance prima d’imbarcarsi in aereo con direzione Islamabad, in quelli che saranno i negoziati di più alto livello fra i due Paesi fin dal 1979. “Se tenteranno di prenderci in giro, scopriranno che il team negoziale non è poi così ricettivo”, ha detto Vance. Il portavoce, senza giri di parole, sottolinea che gli iraniani devono evitare di “fare i furbi”, come durante i negoziati dei mesi scorsi in Svizzera e Oman, quando avevano tentato – a detta dell’inviato Steve Witkoff – di occultare dei numeri in una bozza preliminare d’accordo. 

Nel “draft” presentato a Ginevra, secondo Witkoff, si chiedeva di poter arricchire più uranio all’interno di un reattore nucleare civile chiamato Trr (Reattore di ricerca di Teheran), utilizzato teoricamente per produrre radioisotopi a scopo medico e agricolo. Un luogo dove l’uranio, secondo la bozza presentata, sarebbe stato arricchito al 20%, quando il massimo consentito dall’accordo siglato dall’amministrazione Obama nel 2015 era del 3,67% d’arricchimento. “Partendo dal 20% ci vorranno forse tre o quattro settimane per arrivare al 90% di qualità per creare armi, il 60%, di cui avevano 460 chilogrammi, è a solo una settimana o 10 giorni di distanza dalla qualità necessaria per realizzare armi”, aveva spiegato Witkoff in una chiamata a cui aveva partecipato anche l’Adnkronos. In quel momento, l’inviato aveva capito che il 20% avrebbe fatto risparmiare a Teheran un sacco di tempo nella corsa al raggiungimento di un’arma atomica.  

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Tornando ai negoziati di Islamabad, che potrebbero durare anche due o tre giorni – a seconda di come andranno – la delegazione guidata da Vance parte con delle direttive precise e chiare del presidente, che possono essere riassunte in due punti: no al programma nucleare militare iraniano, sì alla riapertura totale per tutte le navi, senza pedaggi, dello Stretto di Hormuz. Secondo il Washington Post, l’amministrazione Trump intende richiedere anche il rilascio degli americani detenuti dal regime degli ayatollah, tuttavia c’è preoccupazione che tale richiesta possa mettere in pericolo delle trattative già di per sé complicate.  

In tutto questo, il cessate il fuoco di due settimane potrebbe addirittura essere prorogato se la Casa Bianca riterrà che siano stati compiuti progressi sufficienti in Pakistan. Di fatto, l’attuale stop alle ostilità potrebbe servire da trampolino di lancio per le trattative, fornendo ulteriore tempo per raggiungere un accordo di pace definitivo con la Repubblica Islamica. Allo stesso tempo, e lo hanno chiarito perfettamente sia il Pentagono che il presidente Trump, le forze americane rimangono in posizione nel Golfo Persico e saranno pronte ad attaccare di nuovo, se i negoziati naufragassero o se Teheran non dimostrasse di voler trattare in buona fede. Al New York Post, il presidente ha ribadito che, qualora non venga raggiunto un accordo di pace, gli Stati Uniti riprenderanno la loro azione militare con intensità ancora maggiore, affermando: “È in corso un reset”. “Stiamo caricando sulle navi le migliori munizioni, le migliori armi mai realizzate, persino migliori di quelle che abbiamo impiegato in precedenza, con le quali li abbiamo fatti a pezzi”, ha dichiarato il presidente, aggiungendo che gli Stati Uniti le “utilizzeranno in modo molto efficace”, qualora non si giungesse a un’intesa. Trump ha assicurato che “le prossime 24 ore” riveleranno se le trattative avranno successo: “Lo scopriremo presto”.  

Nel frattempo, gli analisti rimangono cauti riguardo a una svolta definitiva, a causa di diversi “scenari da incubo”. “Dipende in larga misura dal fattore Libano e da come Israele intenderà posizionarsi. In questo contesto, Trump è chiamato a giocare un ruolo strategico di equilibrio tra due potenze regionali che sono arcinemiche, Israele e Iran. Da un lato, Israele ha tutto l’interesse a proseguire le operazioni contro Hezbollah nel sud del Libano: i colpi inferti stanno producendo risultati significativi e potrebbero contribuire a mettere in sicurezza le comunità israeliane del nord, che restano tuttora sotto la minaccia dei razzi del gruppo sciita”, afferma Alissa Pavia, direttrice associata dei Programmi per il Medio Oriente del think tank Atlantic Council. Mentre Iran e Pakistan sostengono che il cessate il fuoco includa anche il Libano, Israele continua a colpire Hezbollah, con il premier Benjamin Netanyahu che ha dichiarato esplicitamente che non vi sia “alcun cessate il fuoco in Libano”. E questo ha indotto il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ad avvertire che i colloqui potrebbero diventare “privi di significato”.  

Secondo Elizabeth Threlkeld, direttrice del Programma per l’Asia meridionale presso lo Stimson Center, il Pakistan ha dei limiti al proprio potere negoziale. “Nonostante il suo ruolo di ‘mediatore indispensabile’, il Pakistan non possiede il potere di imporre concessioni qualora entrambe le parti si rifiutino di cedere su questioni fondamentali, quali la riapertura dello Stretto di Hormuz o l’arricchimento nucleare”. La fiducia fra i due paesi, secondo gli esperti, è fragile: Trump ha già accusato Teheran di aver svolto un “pessimo lavoro” nel mantenere le promesse relative allo Stretto di Hormuz, gettando dubbi sulla sostenibilità a lungo termine di qualsiasi accordo raggiunto a Islamabad. “Dall’altro lato, Trump ha un forte incentivo a raggiungere un accordo con Teheran. I mercati globali sono troppo fragili per sostenere a lungo una chiusura dello Stretto di Hormuz, e vi sono segnali che indicano una possibile disponibilità iraniana a negoziare almeno una riduzione parziale delle proprie scorte nucleari. Anche una concessione limitata potrebbe essere facilmente presentata da Trump come un successo politico”, sottolinea Pavia.  

Secondo l’analista, tuttavia, Teheran difficilmente accetterà di sedersi al tavolo negoziale sul dossier nucleare mentre Israele continua a colpire Hezbollah. Una simile mossa verrebbe percepita come una resa unilaterale, con implicazioni potenzialmente esistenziali per il regime iraniano. La speranza, come ha espresso più volte il presidente, è che gli attuali leader iraniani sono meno radicali di quelli precedenti – quasi tutti uccisi durante la guerra, dice Trump – e si sono mostrati più ragionevoli e aperti ad accettare le richieste americane. Il presidente l’ha definito “il terzo regime”, precisando che le dichiarazioni dure e bellicose in pubblico non sarebbero poi le posizioni mantenute da Teheran in privato. Al New York Post, Trump ha poi espresso dubbi in merito ai messaggi diffusi dall’Iran: “Ci stiamo confrontando con persone di cui non sappiamo se dicano o meno la verità. Di persona, ci dicono che si stanno sbarazzando di tutte le armi nucleari, che è tutto sparito. E poi si rivolgono alla stampa dicendo: ‘No, vorremmo procedere con l’arricchimento’. Quindi, lo scopriremo”, ha concluso Trump. (di Iacopo Luzi) 

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