In natura niente è casuale, tutto è perfettamente collegato per la funzionalità dell’ecosistema. Alcune associazioni, però, sono talmente intime da poter essere assimilabili ad una storia d’amore, come il caso del corbezzolo e della sua farfalla che trascorrono insieme l’intera loro esistenza, contraccambiando protezione con ospitalità e nutrimento con impollinazione per il compimento dei loro cicli vitali.

Sicuramente il Corbezzolo (Arbutus unedo) è una tra le essenze caratteristiche ed esclusive della Macchia Mediterranea. Arbusto sempreverde della famiglia delle Ericaceae, originario dell’Europa meridionale e del bacino del Mediterraneo, è spontaneo in quasi tutta la fascia costiera della penisola, nelle isole maggiori e minori. Predilige terreni silicei compresi tra 0-500 metri anche se talvolta si spinge sino ai 1200 metri. In condizioni favorevoli raggiunge i 10 metri di altezza pur continuando ad essere considerato un arbusto.

Foto AdobeStock | Angel Simon

Pascoli gli dedicò un’ode eleggendolo quale simbolo dell’Unità d’Italia vedendo nella sua capacità di presentare sullo stesso ramo foglie verdi, fiori bianchi e frutti rossi la perfetta similitudine con bandiera tricolore. In epoca classica e romana vedevano in questa contemporanea presenza il compimento del ciclo della Natura, intesa come divinità e lo consideravano l’albero sacro di Carna. La statua della dea, rappresentata con un ramoscello di corbezzolo in mano, veniva posta di fronte alla porta di casa per impedire l’ingresso agli spiriti maligni.

I suoi fiori, ermafroditi, dalla piccola corolla bianca a campanula riuniti in una pannocchia pendula, sbocciano tra settembre e dicembre tramutandosi in frutti rossi e globosi tra agosto e novembre dell’anno successivo permettendo la contemporaneità tra fiori e frutti. Il suo nome scientifico deriva da unum edo ne mangio uno solo, in riferimento proprio ai frutti che davano senso di nausea e stitichezza. I frutti contengono inoltre un alcaloide, che se ingerito in quantità produce un senso di ubriachezza e vertigine.

Dalla trasformazione dei frutti si ottengono marmellate, gelatine, sciroppi, succhi, creme, salse e canditi, mentre dalla loro fermentazione si ottiene un vino e un distillato dalle proprietà digestive. In Sardegna è particolarmente rinomato per la produzione del tipico miele amaro, ottima cura delle affezioni bronchiali. I suoi principi attivi hanno proprietà astringenti, antisettiche, antinfiammatorie, antireumatiche.

La corteccia contiene tannini impiegati industrialmente, per la produzione di coloranti e per la concia delle pelli. Il suo legno, pregiato, solido e resistente agli insetti, viene utilizzato soprattutto per gli arrosti, grazie alle sue caratteristiche aromatiche, e dai suoi rami si costruisce “su pilìsu”, utilizzato per rompere la cagliata del latte. Le radici profonde e nodose sono un’ottima riserva e sono ideali per le pipe e l’intarsio.

Particolari caratteristiche di resistenza rendono il corbezzolo una delle specie mediterranee che meglio si adatta agli incendi. Il legno è molto infiammabile, come il resto della macchia, ma anche gli esemplari apparentemente distrutti dalle fiamme rivegetano con grande facilità e vigore subito dopo le prime piogge: il fuoco infatti risveglia una miriade di gemme nella zona di contatto tra radice e fusto e presto un nuovo cespuglio si eleva intorno ai rami nerastri e secchi. Rapidamente riprende la vita nell’area, le prime foglie attirano i mammiferi erbivori, i fiori e i frutti richiamano gli uccelli e gli insetti contribuendo al ripopolamento nelle aree incendiate.

Tra i tanti insetti però, il corbezzolo, ne ospita uno molto particolare e bellissimo: la Charaxes jasius (Farfalla o Ninfa del corbezzolo) dai magnifici colori. Piuttosto appariscente coi suoi 80 mm di ali con le sue caratteristiche codine, nei toni che vanno dal rosso mattone al giallo oro, all’arancio, al bruno all’azzurro e al bianco. Essa trascorre la sua intera esistenza tra le fronde di questo arbusto sincronizzando i suoi due cicli riproduttivi con quelli del corbezzolo.

Foto AdobeStock | JLO_FOTO

Nel primo ciclo, in piena estate, le uova vengono deposte sulle foglie e l’involo avviene tra giugno e luglio; nel secondo, in inverno, trovano invece riparo nella corteccia rossa protette dal tannino amarognolo che difende il tronco dal morso dei parassiti. Quando le temperature si fanno troppo rigide, le larve si rifugiano al suolo tra le radici per poi mettere le ali tra aprile e maggio successivo.

I bruchi, di un bel verde acceso, si nutrono esclusivamente delle sue foglie e lì rimangono anche quando si impupano appendendosi ad uno dei suoi rami per qualche settimana. Divenuti farfalle non si discostano mai dalla pianta madre: gli esemplari estivi prendono il nettare dei piccoli fiori mentre quelli della primavera successiva succhiano il liquido zuccherino dai frutti marcescenti al suolo.

La Ninfa del corbezzolo non si allontana dall’arbusto neanche durante la fase riproduttiva. Elegge la sua chioma quale territorio di corteggiamento difendendolo strenuamente da tutti gli invasori. Il maschio in particolare è piuttosto aggressivo e sorveglia un vasto territorio intorno al suo arbusto, alternando periodi di sosta sull’estremità dei rametti ai lunghi voli di ricognizione per individuare eventuali intrusi, cacciando via con notevole accanimento non solo le altre farfalle ma anche piccoli uccelli.

Quello della Charaxes jasius e la specie Arbutus unedo L. rappresenta un importante esempio di equilibrio della catena trofica dell’ecosistema della Macchia Mediterranea, equilibrio messo a repentaglio giornalmente dalla stolta incoscienza della mano umana che con incendi e selvaggi interventi meccanici muta la vita negli ecosistemi naturali.