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Caratzas, le maschere tipiche del carnevale barbaricino

La forza delle tradizioni che resistono

di Raffaella Piras
5 Febbraio 2021
in Folklore & Tradizioni
🕓 4 MINUTI DI LETTURA
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Chi è stato anche solo un giorno nella vita in Sardegna sa quanto l’isola sia indissolubilmente legata alle sue tradizioni. Un ruolo fondamentale per la loro conservazione è svolto dalle piccole e preziose botteghe di artigianato sardo presenti soprattutto nelle zone interne e nei centri storici dell’Isola. È il caso di Ottana, piccolo comune della provincia di Nuoro dedito prevalentemente all’agricoltura e famoso per il suo Carnevale.

Di origini antichissime, il Carnevale di Ottana è legato ai valori tipici del mondo agricolo e pastorale, incarnati attraverso le tipiche maschere tradizionali locali, che colpiscono per fattezze e fascino e che sono cariche di significati. Le maschere tipiche del carnevale tradizionale, le caratzas, sono tre: i “boes” (i buoi), i “merdùles” (i pastori, i padroni dei buoi), e la “filonzana”(la filatrice, un uomo vestito da donna con in mano fuso e conocchia che usa per filare un lungo filo di lana che rappresenta il corso della vita). Con le caratzas viene riproposto il tema dello storico conflitto tra uomo e animale, in cui il primo, il merdùle, cerca di prevalere sull’animale, il boe. La filonzana, infine, sancisce la morte dell’animale al termine del suo ciclo vitale.

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Dietro la preparazione delle centinaia di maschere tradizionali che animano il Carnevale, non ci sono fabbriche o produzioni in serie, ma il lavoro di numerosi artigiani che impiegano settimane di fatiche per produrle. A Ottana è famosa la bottega di Franco Maritato, artigiano che produce proprio le caratzas, attraverso la lavorazione a mano del legno di ontano.

Un’arte antica, appresa in giovanissima età e che, col tempo, dopo un periodo di lavoro in ambito industriale, è diventata il lavoro della sua vita: “A 15 anni avevo seguito un corso estivo presso dei maestri artigiani di Ottana che insegnavano come realizzare maschere in legno, – racconta Maritato – così, da quel momento, iniziai a realizzarne qualcuna, più che altro come hobby. Nel 2001 lavoravo in un’industria, poi verso il 2003 cominciai a ricevere molte richieste per realizzare le caratzas, in tanti volevano acquistarle, così decisi di prendere un anno di aspettativa non retribuita per perfezionarmi. In quel periodo gli affari andarono molto bene perciò decisi di aprire una bottega artigiana e dedicarmi completamente a questo lavoro. Con l’avvento di internet e poi dei social network riuscii a far conoscere sempre di più le mie maschere, iniziai a partecipare alle Cortes Apertas e alla fine ad espandermi, assumendo dei dipendenti. Oggi rifornisco i negozi di artigianato ed esporto in tutto il mondo.”

Franco Maritato. Foto Laura Mele

Le caratzas piacciono così tanto che la produzione per il Carnevale rappresenta solo una piccola parte di quella complessiva: “Quella per il Carnevale rappresenta solo il 5% della mia produzione di maschere, – spiega l’artigiano – le richieste maggiori provengono da collezionisti e turisti che le vedono esposte nei ristoranti e nei negozi e, rimanendone colpiti, si informano e vengono da me ad acquistarle. Di grande aiuto è anche il punto vendita che ho aperto e che viene gestito presso il Museo di Mamoiada. Questo museo registra quasi 20 mila presenze all’anno e almeno un terzo dei visitatori viene poi nella mia bottega, potendo anche assistere al processo di lavorazione. Sono sempre venute a trovarci anche molte scolaresche, noi lavoriamo fuori dal nostro negozio, è la nostra modalità di operare.”

La lavorazione di queste maschere richiede tempo, dedizione e fatica: “Nella mia bottega si realizzano almeno 700 maschere all’anno, – afferma il signor Franco – ciascuna, sia quelle zoomorfe come i boes e altri animali secondari, che quelle antropomorfe come i merdùles e la filonzana, richiede in media 6 ore di lavorazione, ma dipende anche dalle richieste specifiche. Per una maschera con un’espressione particolare si può arrivare fino alle 12 ore di lavoro”.

Il dilagare dell’epidemia di Covid-19 ha inevitabilmente inciso anche sulle produzioni artigianali, come conferma lo stesso Maritato: “Nella nostra bottega arrivavano pullman carichi di turisti. Con le restrizioni e con la capienza dei pullman ridotta c’è stato un crollo. Continuano, invece, le vendite tramite internet. Le richieste si sono ridotte, ma fortunatamente non ci siamo mai fermati”.

Ad Ottana Maritato è l’unico a svolgere questa attività, ma anche in questo settore non mancano plagi e imitazioni: “Sono l’unico ad essere iscritto all’albo e a svolgere questa attività come mestiere, – precisa il signor Franco – è capitato che persone di altri comuni sardi provassero ad imitare le nostre maschere, anche per venderle a prezzi proibitivi in negozi di artigianato che non sapevano come soddisfare le richieste. Si era creato un mercato parallelo di falsi. Grazie alla mia attività ho contribuito a far comprendere quali sono le maschere originali di Ottana, stiamo studiando anche un marchio DOC. Le mie maschere ormai sono conosciute da tutti gli appassionati, perché sono ovunque”.

I tempi cambiano, così come le professioni del presente e del futuro ma, nonostante le diverse ambizioni dei giovani barbaricini, questa forma d’arte e queste tradizioni continuano a resistere: “L’interesse c’è sempre, – assicura Franco Maritato – si tratta di tradizioni molto sentite”.

Di fronte a maschere così caratteristiche e suggestive come le caratzas di Ottana, la speranza è che questa forma d’arte verrà trasmessa perpetuamente di generazione in generazione, nel solco della tradizione.

Tags: BoesCaratzasCarnevaleFilonzanaFranco MaritatomaschereMerdulesOttana
Raffaella Piras

Raffaella Piras

“Presentalo brevemente così che possano leggerlo, chiaramente così che possano apprezzarlo, in maniera pittoresca che lo ricordino e soprattutto accuratamente, così che possano essere guidati dalla sua luce”. (Joseph Pulitzer)

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Dalle corti europee arriva in Sardegna, dove la fiaba trova nuove voci e nuovi nomi. E lì, tra montagne e mare, cambia per sempre volto.  🐦‍⬛🌾 Nel cuore del Campidano vive Maria Chisjnera, la più piccola di tre sorelle. Dalla gentilezza verso un uccello magico nascono noci, mandorle e prodigi. ✨
In ogni frutto, un incantesimo: abiti splendenti 👗, fate e servitori. E come nella fiaba, sarà una scarpetta 👠 a rivelare la verità.  👑 Il giovane che la sceglie non è un principe qualunque, ma l’uccello mediano, liberato dal suo incantesimo grazie a un gesto di bontà 💖.  Ogni versione di Cenerentola racconta la stessa verità: la gentilezza salva, e persino la sventura può diventare luce. 🌟  Dal mito egizio ai nuraghi, la fiaba di Cenerentola continua a vivere nei racconti di Sardegna.  🔗 Scopri la storia completa nell’articolo di Raffaella Piras su shmag.it
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La celebre opera popolare moderna con musiche di Riccardo Cocciante, tratta dal romanzo di Victor Hugo, torna in Italia dal 26 febbraio 2026 con una nuova grande tournée che attraverserà il Paese fino al 6 gennaio 2027. 🇮🇹  🎭 Dopo oltre vent’anni di repliche e milioni di spettatori, lo spettacolo si conferma un classico contemporaneo capace di raccontare emarginazione, paura del diverso, desiderio d’amore e ricerca di giustizia attraverso musica, danza e teatro. 
Una combinazione di linguaggi che ha trasformato “Notre Dame de Paris” in un punto di riferimento della scena live internazionale. 🌍  🌊 Tra le tappe annunciate spicca una data che interessa da vicino il pubblico sardo: dal 6 all’8 agosto 2026 lo show arriverà all’Olbia Arena, portando sull’isola uno degli eventi più attesi della prossima stagione estiva. 
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