Dal delitto di Garlasco alla misteriosa morte di Liliana Resinovich, le pagine dei giornali e i programmi televisivi di approfondimento raccontano ormai quotidianamente i numerosi casi di cronaca controversi che da anni scuotono l’opinione pubblica del nostro Paese.
Tra i molti omicidi rimasti senza un colpevole, ce n’è uno, avvenuto in Sardegna, oggi forse dimenticato da molti ma tra i più efferati: quello dei fratellini Laura e Paolo Fumu, due bambini vittime di una violenza inspiegabile.
Era il 5 ottobre 1977, una giornata di inizio autunno che sembrava scorrere come tante nell’entroterra della Gallura, a Sa Serra, piccola frazione di poco meno di duecento abitanti del Comune di Padru, allora ancora parte del territorio di Buddusò.
Tra i membri di quella piccola comunità, dove tutti si conoscevano e la vita scorreva secondo i ritmi semplici della campagna, c’era anche la famiglia Fumu. Ne facevano parte Felice, 46 anni, guardia forestale, già consigliere comunale a Buddusò e segretario locale della Democrazia cristiana, la moglie Maria Erre, 35 anni, casalinga, e i loro due figli, Laura e Paolo, di 9 e 7 anni.
Quel giorno, poco prima di pranzo, dopo essere rientrati da scuola, i due fratellini chiesero alla madre il permesso di uscire per cercare funghi, approfittando delle piogge dei giorni precedenti. Maria acconsentì, raccomandando loro di non allontanarsi e di rientrare dopo poco. Laura e Paolo, però, non tornarono più a casa.
Già dopo mezz’ora, la madre iniziò a preoccuparsi perché i figli non tardavano mai. Con il passare del tempo e l’aumentare dell’angoscia, scattarono le ricerche, che ben presto si conclusero con un esito tragico.
Intorno alle ore 16, a circa quattrocento metri dall’abitazione, nel letto del rio Olchetta, in località Sa Pala ‘e Sole, fu lo zio dei bambini, Giovanni Antonio Fumu, a rinvenire per primo il corpo del piccolo Paolo. Il bambino giaceva supino, con una mano appoggiata alla bocca e il corpo ricoperto di pietre, alcune delle quali poste sul capo.
Circa mezz’ora dopo, a una distanza di duecento metri, venne ritrovato anche il corpo della sorella Laura: il volto era immerso in pochi centimetri d’acqua e una grossa pietra le schiacciava la testa.
Due giorni dopo il delitto, venerdì 7 ottobre, il medico legale Giovanni Marras, professore dell’Università di Sassari, stabilì che la causa della morte dei due bambini fu asfissia da annegamento. Laura e Paolo, dunque, erano ancora in vita quando l’assassino li adagiò nell’acqua del piccolo fiumiciattolo. Dall’esame autoptico sul corpo della bambina emersero inoltre segni riconducibili ad atti di violenza a sfondo sessuale.
L’8 ottobre, nella chiesa di Sant’Elia, a Sa Serra, si celebrarono i funerali. Attorno alle due piccole bare bianche si radunarono circa cinquemila persone, tra cui sindaci, vescovo, prefetto, vertici delle forze dell’ordine e dirigenti della DC.
Nei giorni successivi al delitto, si diffuse la paura che l’assassino potesse nascondersi all’interno della piccola comunità. Per allontanare un sospetto tanto insopportabile, iniziarono a circolare voci su un possibile responsabile venuto da fuori. Alcuni abitanti riferirono un episodio risalente al mese di agosto, che aveva richiesto anche l’intervento dei carabinieri: un uomo sconosciuto era stato visto nei pressi del paese mentre cercava di attirare l’attenzione di alcuni bambini, tra cui anche Laura e Paolo. Nonostante il tentativo di respingere l’idea che il colpevole fosse del posto, le indagini si concentrarono proprio su Sa Serra.
Il primo sospettato fu un uomo di 42 anni, affetto da gravi disturbi psichici e conosciuto in paese con il soprannome di “Totoi”. Fermato e arrestato il 12 ottobre, venne però presto escluso dalle indagini. Durante gli interrogatori, tuttavia, Totoi dichiarò di aver assistito al delitto, nascosto dietro una siepe, indicando come responsabile un nipote appena quattordicenne. Il suo racconto sembrò trovare un possibile riscontro nel rinvenimento, in un cespuglio vicino al luogo in cui era stata trovata la bambina, di una maglietta insanguinata, di una taglia compatibile con quella di un ragazzino. Il giovane, malgrado ciò, negò ogni coinvolgimento e, in assenza di elementi probatori sufficienti, anche questa pista investigativa si esaurì. Dopo circa un anno di indagini, i giudici del tribunale di Sassari decisero di archiviare il caso.
Nonostante il dolore e la volontà, mai abbandonata, di conoscere la verità, i coniugi Fumu ebbero in seguito altri due figli che portano gli stessi nomi di quella sorella e quel fratello che non hanno mai potuto conoscere. Anche loro, a distanza di quasi 48 anni, continuano a chiedere giustizia.
Dei primi Laura e Paolo Fumu resta invece, nella memoria collettiva, la fotografia resa pubblica all’epoca: una bambina con lunghe trecce e un bambino con la frangetta, ritratti sorridenti davanti a una torta di compleanno. Forse stavano esprimendo un desiderio, ignari di celebrare una vita che sarebbe stata spezzata di lì a poco, portata via da qualcuno che potrebbe essere ancora in vita e che, da decenni, convive con il peso di un segreto indicibile.







































