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Io Racconto: “La mia candida cucina” di Barbara Aversa ‘Missparklingbooks’

di Aurora Redville
23 Ottobre 2023
in Libri
🕓 9 MINUTI DI LETTURA
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Foto Im3rd Media on Unsplash

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Bentrovati amici lettori,

per il nostro appuntamento di #ioraccontoaSH vi propongo una storia dai toni accesi, per gli appassionati di noir e di thriller.

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L’autrice si chiama Barbara Aversa “missparklingbooks”, è una giovane insegnante di un Liceo Scientifico romano. Ama scrivere da quando era bambina e all’età di sedici anni ha pubblicato il suo primo racconto in un’antologia dedicata agli emergenti. Scrive da sempre, ha realizzato interviste per riviste dedicate ai più giovani, e scritto recensioni di libri. Qualche anno fa ha vinto il premio letterario Subway arrivando prima su Roma con il racconto introspettivo Diario di una ragazza. È molto attiva con la sua pagina Ig @missparklingbooks che raccoglie migliaia di follower, e collabora con thrillernord.it in modo particolare con autori esordienti.

Come sempre vi suggerisco la colonna musicale per la lettura: Born To Die di Lana Del Rey. Io vi do appuntamento a venerdì prossimo con un nuovo racconto.

Buona lettura
Aurora Redville

La mia candida cucina

di Barbara Aversa ‘Missparklingbooks’

Rumori sordi ed ovattati mi destano facendomi rabbrividire. Sono gelosa dei miei spazi. Lascio di colpo il cellulare nel pieno di una ricerca culinaria e scalpito, precipitandomi nella stanza accanto, in cucina. È sempre stato il luogo dove riporre la mia armonia. Candida, morbida, inebriante.

Un magico luogo dove cuocere torte, riordinare bicchieri in base ad altezza e colore e ammirare le mie tovaglie a vista, disposte secondo le regole della cromoterapia.

È il mio mondo, perché io sono la casalinga perfetta. Ho sempre voluto fare questo, sin da quando giocavo con le bambole. Nessuna di loro faceva altro a parte organizzare la casa, sistemare gli oggetti nelle stanze gommose, preparare impeccabili cene adagiandole accanto a minuscoli piatti e piccole stoviglie brillanti.

Adesso ho 27 anni e così trascorro le mie giornate. Pianifico tutto e progetto la cena dalle sei del mattino perché è il pasto più importante, quello che riunisce tutta la famiglia. Pietanze elaborate ma apparentemente semplici, tovagliato scelto con cura e poco vino, perché fa perdere il controllo.

Fabio ha sempre conosciuto le mie inclinazioni maniacali e al primo appuntamento gli ho subito riferito che non avevo intenzione di perdere tempo, io ero una da sposare. Lui ha inclinato leggermente la testa da un lato, mettendomi a fuoco con un bagliore fulmineo nell’iride chiara scagliata di grano. Nonostante la mia giovane età ho chiarito subito che avevo un passato turbolento ed una relazione infelice alle spalle, ma lui era concentrato sulla scollatura morbida del mio vestito, sui seni turgidi e carnosi in evidenza, sull’impeccabile compagna da poter finalmente sfoggiare ai cocktail del circolo del tennis, dove sua madre con occhio solerte è solita controllare la sua partecipazione in società.

Cosa ci spinge a scegliere una persona piuttosto che un’altra? In pochissimi secondi quante valutazioni vorticano nella nostra mente finché non si affievoliscono e stabilizzano sull’idea che abbiamo appena dato vita? E ci crediamo, le riteniamo vere, eppure è un nostro fulmineo costrutto mentale, e lo sappiamo ignorando consapevolmente di saperlo. In pochi minuti, seduti in un elegantissimo ristorante in Prati, avevamo fatto entrambi la nostra scelta. Quante ne facciamo in un secondo? Quante di queste si rivelano esatte? Forse tutte. Dopo due mesi, ero sua moglie.

Sono quasi tre anni che siamo sposati vivendo un rapporto incastrato alla perfezione sulle convinzioni (e convenzioni) che abbiamo l’uno dell’altra e sui compromessi innestati e scivolati in un quotidiano ordinato e composto. Tento annaspando di risalire le mie ancestrali paure che a volte tentano ancora di soffocarmi, osservo allo specchio la mia bellezza insolente e controllo che Fabio mi ispezioni con la stessa brama irragionevole ogni sera. E quando affonda voracemente nei miei sensi, quando si fa strada sulla mia pelle calda e ruvida per i brividi, quando scava tra i miei nei perfettamente allineati, tento di guardarlo negli occhi per scorgere lo stesso bagliore. Un solo istante, non di più. Perché io non posso rischiare.

I rumori in cucina mi mettono in allerta e repentinamente corro, quasi con affanno, per vedere cosa sta capitando ed è Fabio che vuole bere. Rivedo l’immagine, come un flemmatico rewind, lui che afferra l’acqua con mani eleganti e che in una frazione di secondo sfiora i bicchieri che avevo messo ad asciugare e che si infrangono sul lavello ed io che tendo la mano per salvarli, i miei perfetti bicchieri, nella mia perfetta cucina. Sfido la forza di gravità, tento di sanare l’inevitabile ed una scheggia mi penetra la carne con violenza, e resto per un attimo senza fiato per l’urto, per la sconfitta dinnanzi a chi ha osato sfidare le mie regole e le ha infrante, mentre il sangue inizia a sgorgare e le mie splendide labbra rosse e carnose disegnano una O esprimendo l’incredulità e lo stupore per essere stata affrontata. Rivoli accesi e caldi di liquido brillante scorrono in antitesi al candore che ho intorno mentre Fabio si avvicina e mi parla, ma non sento nulla, non esprimo una parola, sono bloccata. E come un vulcano che prepara la sua più potente eruzione esplodo ma lentamente gonfio i miei polmoni, il diaframma si contrae, l’aria sembra mancare e tutto diviene offuscato. Solo quando sto per perdere i sensi tramortita e sconfitta le mie grida deflagrano il silenzio e scheggiano l’assenza di suoni che mi ha cedevolmente avvolta.

“Come hai potuto farmi questo?” e poi il nulla.

Mi riprendo mentre Fabio prova a medicarmi, la vista è ottenebrata, i sensi sopiti. A terra entrambi sul pavimento del bagno, metallico, glaciale, ed io che non rispondo alle domande mentre lui operativo disinfetta, pulisce la ferita, telefona. Il mio bagno ora è sporco di quel liquido denso caldo e scivoloso, lo accarezzo con la mano pensando che dovrò disinfettare tutto. L’ultima volta che mi ricordo seduta in un bagno è stato quando a sette anni ho preso qualcosa che mia madre chiamava ‘acetone’ ed io tentavo di non vomitare finché non ho potuto trattenermi e sono rimasta così, inerme e sfiancata a terra, mentre lei mi passava davanti e rinnovava la sua supremazia dicendo che ero riuscita a deluderla di nuovo.

Devo impastare la pizza, è cresciuta bene e sto perdendo tempo. Fabio avvicina i suoi occhi ai miei, sento il suo tepore, mi sposta i capelli dal viso.

“Non è niente dice, non è niente. Ordino la cena – continua – ora non ci pensare. Lo so che ci stai pensando. È vero che ci stai pensando”?

No in realtà penso al bagno da disinfettare, alla mano che ha perso sensibilità, al dolore incandescente che inghiotte le mie parole senza riuscire a vomitarle fuori; penso al bruciore pungente, alla candeggina che va ricomprata, alla lista della spesa, alle spugne che sono finite. Fabio mi fissa, mi rimette in piedi, mi fascia. Posso tornare quella di prima, posso riprendere il controllo, io lo so.

Di nuovo mi sposta i capelli dalla fronte, mi aiuta, ed io torno quella di sempre perché è stata una sciocchezza, ho vacillato un attimo ma sono in piedi. Riprendo il traffico della cucina come un automa, conosco i passi che devo fare molto prima di compierli, so anche i miei pensieri quali saranno prima che giungano alla mente. Sono di nuovo in moto, eccomi fasciata che impasto la pizza con i guanti. Fabio si apre una birra e si siede di fronte a me. Che vuole, perché mi guarda? Sono operativa per favore prendi gli altri calici, quelli nella dispensa in alto, apri il vino. Lui mi guarda e sembra compatire i miei gesti goffi, ha occhi blu cobalto incastonati in un ovale da adolescente, tenta di aiutarmi ad apparecchiare come voglio io. Lo vedo che vuole parlare ma è l’ora del telegiornale, dobbiamo sbrigarci, non c’é nulla da dire. Si appoggia ad un angolo della cucina e chiede quello che non doveva. Mi delude un po’, non pensavo che lo avrebbe fatto.

“Capisco tutto – dice – solo una cosa non mi è chiara. Perche mi hai chiesto come ho potuto farti questo, cosa ti ho fatto esattamente?” nella migliore delle ipotesi penserà che sono un’ossessiva compulsiva che non tollera bicchieri frantumati e nella peggiore ipotizzerà congetture pungenti e mi incalzerà con domande scomode e sguscianti.

Mi immobilizzo, raschio la gola, rallento i gesti. Inizio a spiegare che prima di lui ho avuto una relazione turbolenta, la vista del sangue mi paralizza, parlo senza pensare. Ho i brividi, se ne accorge e si avvicina tentando di trasmettermi calore. Quel taglio mi ha ricordato il collo di una bottiglia frantumata spiego, ed in passato ho avuto a che fare con quel vetro diafano, me ne sono ricordata, Tutto veloce, indolore ed ora possiamo pensare alla cena. Tenta un approccio consolatorio, vogliamo parlarne? Non c’è niente di cui parlare. Mi imbottisco di antidolorifici e bevo un po’ di vino perché so che servirebbero dei punti ma non voglio andare in ospedale. Ho preso l’antistaminico oggi? si l’ho preso e la testa brulica di pensieri che non afferro, arrivano velocemente e nel contempo si dissolvono.

Siamo finalmente a letto, tra le viscide lenzuola setose che fanno attrito con il piqué della mia camicia da notte. Fabio si avvicina, posso parlare con lui mi rassicura. Ripenso alla lama affilata, quando penetra la carne morbida, l’angolo della mano è il più fragile e sanguina copiosamente. Anche l’interno del gomito. Sono poco lucida chissà se posso affidarmi.

‘Mai affidarsi’ dice una vocina nella mia testa.

Lui mi accarezza pensando agli abusi che ho di sicuro subìto nella mia vita. È protettivo, mi ha sempre avvolta come a creare una morbida ed accogliente conca tra la sua interiorità e la mia, una sorta di ventre materno dove potermi cullare senza farmi oscillare. Oppure per nascondermi, in un ipnotico dondolio.

Ed io a questo punto ripenso a quel momento in cui ho rapidamente spaccato la bottiglia di vino del ragazzo che frequentavo sul lavello della cucina con un gesto celere e scattoso per poi affondarlo nella sua mano e risalire fino al gomito e poi colpirlo ancora nello stomaco. Là sì che l’adipe è duttile. D’altronde mi aveva deluso e non poco. Aveva di nuovo bevuto troppo e non stava mantenendo le promesse. È fondamentale mantenere le promesse. Ho fatto quello che dovevo. Io l’ho salvato da sé stesso esattamente come avevo promesso che avrei fatto. Ovviamente poi ho ripulito tutto perché ci sono delle priorità. Mentre rifletto su quegli istanti che inebriano la mia anima di ricordi mentre sto per abbandonarmi ad un sonno incontaminato, Fabio mi accarezza la schiena e dice che avevo proprio bisogno di qualcuno che si prendesse cura di me e sorrido con un angolo delle labbra, perché so che è vero.

Poi però penso alla lama splendente che tiene celata nel fondo del suo comodino, proprio a portata di mano, accanto al nostro letto, come se non lo sapessi. Come se ci fosse qualcosa che potessi non controllare e sogghigno mentalmente della sua ingenuità.

E prima di abbandonarmi al mio mondo ricco di sogni vividi e versatili penso che domani dovrò pulire meglio proprio in quel cassetto, affinché tutto brilli alla perfezione. Perché le cose vanno sempre fatte come si deve.

E poi finalmente tutto viene inghiottito dall’oblio del sonno.

Ti piace scrivere? Hai un racconto nel cassetto?
Inviacelo a [email protected]. I migliori saranno pubblicati in questa rubrica

Tags: Barbara AversaIo RaccontoioraccontoaSHMissparklingbooksraccontiscrittura
Aurora Redville

Aurora Redville

Scrittrice, bookinfluencer, blogger e autrice del romanzo “L'effetto Grant”. Nata e cresciuta in Sardegna, vive in Valsesia in una casa ai confini del bosco con il compagno, i due figli e il suo cane Ohm. Le sue più grandi passioni sono la scrittura, il mare, la pittura e il cinema. Tutto è possibile è il mantra che si ripete ogni giorno.

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