Passeggiando per le campagne di Sardegna, immersi nella macchia mediterranea tra gli arbusti di lentischio e mirto smossi dal vento d’autunno, può capitare di andare indietro con la mente ai secoli del medioevo e chiedersi cosa succedesse allora su quelle stesse terre, chi le attraversasse e come funzionasse quel mondo arcaico, oggi così ricco di fascino. Ce lo siamo chiesto anche noi e proveremo a rispondere considerando il lasso di tempo a cavallo tra la metà del 1300 e i primissimi anni del 1400. Sono gli anni in cui avremmo potuto incontrare Eleonora d’Arborea.

Nata in Catalogna (quel versante mediterraneo della Spagna che si estende a sud dai Pirenei), più precisamente a Molins de Rei, Eleonora era figlia del giudice oristanese Mariano IV de Bas-Serra e della nobile catalana Timbora di Roccaberti. La futura giudicessa d’Arborea era ultima di tre figli: aveva infatti anche un fratello, Ugone III, e una sorella, Beatrice. Trascorse la sua infanzia sull’isola tra la zona di Oristano e il Goceano fino a quando, nel 1347, suo padre venne eletto giudice del Giudicato di Arborea da parte della Corona De Logu (Istituto che allora comprendeva la Corte di Giustizia, i rappresentanti dei distretti amministrativi e le alte cariche del clero). Non esente dalle regole dell’epoca, che imponevano matrimoni combinati alle casate di prestigio, Eleonora sposò in quegli anni Brancaleone Doria, abile uomo politico e ricco possidente con proprietà soprattutto nel nord Sardegna. È possibile, infatti, che il matrimonio tra Eleonora e Brancaleone sia stato celebrato in quel di Sorso. Ad ogni modo, dopo le nozze la coppia visse tra Genova e la Sardegna, con un periodo di residenza anche a Castelsardo (a quel tempo chiamato Castelgenovese). Federico e Mariano furono i nomi dei loro due figli.

Eleonora dimostrò, negli anni della maturità, doti politiche e strategiche molto alte: prestò una forte somma di denaro al doge di Genova con la clausola che, nell’eventualità di un’insolvenza, Federico avrebbe sposato a tempo debito sua figlia Bianchina; e lottò perché, alla morte del fratello Ugone III che nel frattempo era salito al potere, le terre del giudicato fossero assegnate anch’esse al suo primogenito. La tempra di Eleonora venne saggiata più volte, in un intrico di lotte per il governo e tattiche di corte volte a ottenere il consenso del sovrano d’Aragona e della sua consorte finché, per uscire dall’impasse, si autoproclamò giudicessa del Giudicato di Arborea. Con lei al comando le terre un tempo governate dal padre vennero riunificate e vide la luce la punta di diamante della legislazione sarda: la nuova versione della Carta De Logu. Tra le altre cose, questa riconosceva il diritto alla donna violentata di evitare le nozze riparatrici, ed evitava la confisca delle terre alla moglie e ai figli di un uomo riconosciuto come “traditore”. Il suo giudicato si spese più volte anche per reprimere le periodiche invasioni aragonesi.

Per quanto la sua figura sia oggi ricordata e innalzata spesso a simbolo dell’emancipazione femminile, di Eleonora d’Arborea non esiste un ritratto certo. Esistono alcune raffigurazioni ma sono tutte di fantasia: in altre parole non conosciamo i lineamenti del suo volto e neppure la sua fisicità. Presso il Palazzo Campus Colonna di Oristano esiste un dipinto che raffigura la giudicessa proprio nell’atto di scrivere la famosa Carta; si tratta, tuttavia, di un lavoro ottocentesco ricavato a sua volta da una fonte seicentesca che, recentemente, è stato appurato ritraesse Giovanna di Castiglia e Aragona.

Negli ultimi decenni, la storia di Eleonora è stata raccontata anche sullo schermo: anzitutto con il lavoro del regista arburese Salvatore Sardu, che ne ha realizzato un film nel 1995 poi digitalizzato nel 2009; e successivamente dal regista Claver Salizzato, che è riuscito a scritturare l’attrice Caterina Murino per il ruolo della protagonista. Due opere che non hanno avuto forse la visibilità sperata ma cha costituiscono un punto di partenza consigliato per conoscere e approfondire la storia della giudicessa di Sardegna.