Una vita tra i banchi di scuola, le quinte teatrali e i riflettori dei vari set. Con Mario Olivieri incontriamo il decano degli attori sassaresi anche se, scorrendo il suo curriculum, parlare soltanto di spettacolo sarebbe riduttivo: classe 1946, è difficile trovare un settore nel quale non abbia partecipato attivamente e sempre riscuotendo consensi e successi. Già assistente alla cattedra di tedesco all’Università di Sassari; guida alberghiera per percorsi turistici; collaboratore con varie testate per cronaca, cultura e arte; rappresentante italiano in Svezia, Polonia, Spagna, Francia, Ungheria e Romania in occasione degli incontri europei tra dirigenti scolastici. E questo è solo ciò che lo spazio disponibile ci permette di elencare. Ma tutto comincia nel centro storico di Sassari.

«Sono nato in una soffitta in via Moscatello, nel cuore della città vecchia», ci racconta. Siamo nella sede della Compagnia Teatrale La Quinta, da lui fondata nel 1999 con la scomparsa Eleonora Denurra. Sigaretta accesa, occhio vispo che ogni tanto si abbandona a uno sguardo verso ricordi lontani. «Mia madre se l’è portata via la tubercolosi. Aveva ventinove anni e io poco più di uno. Sono cresciuto con la seconda moglie di mio padre e con mio fratello, più grande di me di due anni e mezzo. Lui ha seguito le orme di nostro padre barbiere mentre io, “pecora nera” della famiglia, ho voluto studiare.»

 

 

Un percorso che l’ha portata lontano, se non dalla città e dall’isola alle quali è sempre rimasto legato, sicuramente nella carriera.

Diciamo che ho sempre svolto una vita double face, come le rotaie di un binario: da una parte l’attività professionale e dall’altra lo spettacolo. Quale delle due abbia prevalso non lo so, ho cercato di svolgere sempre onestamente entrambe. Io ricorro spesso a una battuta: dico che per hobby facevo il professore e preside, e di mestiere faccio l’attore. Però un hobby lo si fa con amore, quindi vuol dire che svolgevo con amore anche quella professione. Una professione che mi ha impegnato per 45 anni, fino alla pensione nel 2012. Tra l’altro studiavo, lavoravo e giovanissimo avevo già una mia famiglia. Posso dire di aver fatto tutta la trafila: sono entrato a scuola che avevo sei anni e ne sono uscito a sessantasei (ride, ndr).

Com’era la sua dirigenza scolastica?

Mi ritengo un antesignano di certe iniziative. Il giornale della scuola, per esempio: lo proposi già quando insegnavo come maestro alle elementari e ripetei l’esperienza in seguito, come preside, alle superiori. Qui ho introdotto anche l’annuario, che raccoglieva le classi e gli studenti; e poi “Mister e Miss Istituto”, che venivano eletti a fine anno tra i ragazzi che volevano mettersi in gioco. Quando non mi sono potuto occupare personalmente di queste attività le ho sempre incoraggiate, con la collaborazione di insegnanti capaci. È importante, per un educatore, entrare in sintonia con quelli che potrebbero essere i suoi figli. A volte dicevo ai colleghi: «Perché mi portate i ragazzi solo per punirli e non anche per lodarli?» Ma su alcune cose ero feroce: gli episodi di bullismo, per esempio. E ricordo una circolare dei primi anni 2000 dove vietavo l‘ingresso a scuola, nel periodo primaverile, con un abbigliamento non consono. Una circolare che oggi farebbe scalpore, come ogni tanto si sente, in effetti, nei telegiornali.

 

 

Passiamo al teatro. Come nascono le sue commedie?

Nascono per un’esigenza. Quando la compagnia La Quinta era fresca di fondazione, portavamo in scena commedie di Nino Fois, di Salvino Pischedda e anche altri ma a un certo momento non riuscivamo più a trovare testi, così ho deciso di scrivermeli io. Scrivere una commedia richiede molto tempo, è come lavorare a un romanzo e in più è importante la continua ricerca del divertimento perché, diciamolo, il sassarese va a teatro per divertirsi. Sono nate così commedie che hanno avuto un grande successo e che replico spesso. Inoltre, replicare i miei lavori conviene: non mi sono mai iscritto alla Siae apposta per evitare questioni sui diritti.

C’è un aneddoto della sua lunga carriera artistica che ricorda con maggior piacere?

Tantissimi, e riguardano me o artisti che hanno lavorato con me, anche grandi nomi. Ecco, ricordo con molto piacere le mie prime esperienze di un certo livello: i film televisivi La notte delle bambole e Opinioni di un clown, del regista sassarese Giuseppe Sechi noto Sechipe. Più di recente mi è successo al cinema con Perfidia, del regista sassarese Bonifacio Angius: un film che ha partecipato al Festival di Locarno nel 2014 e che mi ha regalato, in quella sede, l’opportunità di conoscere grandi nomi come Morgan Freeman o Giancarlo Giannini. Inoltre, mentre mi intervistava, il giornalista di una televisione svizzera mi ha detto: «Lei è la rivelazione del Festival di Locarno.» Episodi come questo fanno un gran piacere anche perché, purtroppo, a differenza del teatro per me il cinema è arrivato tardi. E infine, ancora una curiosità: io ho l’abitudine di raccogliere tutti gli articoli e le cose che parlano della mia carriera e non solo. A casa conservo tutti i fascicoli, anno per anno, degli eventi importanti sul fronte personale, familiare e artistico. Un’agenda che curo e aggiorno dal 1969. È una bella cosa. Rivivi un pochino l’esistenza.

Il ruolo di Peppino, padre maneggione e assente in Perfidia, come è arrivato?

Provenivo già da altri ruoli drammatici ma per questo film la produzione cercava altrove. Inizialmente, a me avevano proposto la parte più marginale del capocantiere. Dopo alcuni casting senza successo ho insistito per avere una prova sulla parte e per fortuna li ho convinti. Io forse non lo vedrò ma credo che Bonifacio diventerà un grande regista. Perché ha le capacità, la fibra necessaria per poter andare avanti. È cattivo sul set, molto cattivo. Però riesce, con questa cattiveria, a tirare fuori il meglio da tutti.

 

 

Quali sono i prossimi progetti?

Intanto una puntata della fiction con Gianni Morandi, ambientata in Sardegna, che andrà in onda in primavera su Canale 5 e dove interpreto un pastore incendiario. Poi vorrei scrivere altre commedie e finalmente pubblicarle tutte in un cofanetto: è un mio pallino e un progetto al quale sto lavorando, così come stiamo lavorando su altri film che vorremmo fare con Bonifacio. C’è ancora un’aspirazione, però, che coltivo come un sogno, ed è che un giorno Sassari, città che già mi ha omaggiato nel 2004 con una targa per i quarant’anni dell’attività artistica, mi possa premiare con il Candeliere d’Oro. Per un sassarese questo riconoscimento è più importante dell’Oscar.

Un consiglio, come un flash, per chi volesse intraprendere la carriera di attore?

Guardate. Osservate. Rubate a chi è più bravo. È un consiglio che dava il grande Eduardo De Filippo.