Un pareggio e due sconfitte: un mese di febbraio che per il Cagliari può tranquillamente esser definito nero. Eppure, dopo la vittoria alla Sardegna Arena sulla Spal, tutto sembrava esser iniziato sotto i migliori auspici. Un 2-0 che aveva permesso ai rossoblù di allontanarsi dalle sabbie mobili della classifica. Gli isolani però si sono fermati proprio sul più bello e quando la corsa salvezza sembrava oramai essere in discesa. Lo 0-0 in casa del Sassuolo, soporifero e privo di emozioni, era stato una sorta di campanello di allarme, che però in pochi avevano sentito. Forse perché, in fondo, un pareggio fuori casa contro una diretta concorrente non è poi un risultato da buttare. Ma ecco che, a metà mese, ossia il 17 febbraio, arriva quella sconfitta che non ti aspetti e che ti costringe a ridisegnare i tuoi piani: il Cagliari cade in casa del Chievo, che non vinceva addirittura da novembre. Un 2-1 firmato dal redivivo Giaccherini e da Inglese, promesso sposo del Napoli, ma, quantomeno per ora, trascinatore e bomber dei clivensi. Inutile il gol del solito Pavoletti.

Forse è quasi un esercizio inutile parlare della sfida che ha chiuso, nel peggior modo possibile, febbraio, ossia quella con il Napoli capolista di Maurizio Sarri. Uno 0-5 che non ammette davvero alcun tipo di replica e che non permette nessuna particolare analisi dal punto di vista tattico. Troppo forti gli azzurri e troppo poco concentrati e in partita, nonostante un buon avvio, gli uomini di Diego Lopez. Ed ecco che la classifica, visti soprattutto i risultati delle avversarie per la salvezza, torna a fare paura. Il 14esimo posto, con soli quattro punti di vantaggio sul Crotone terzultimo, non può infatti lasciar tranquilli. A preoccupare ancor di più però sono le prestazioni scialbe e poco convincenti. A mancare sono gioco, idee offensive, equilibrio e solidità difensiva. Insomma, tutto ciò che serve per ottenere tranquillità e continuità di risultati. In più a deludere sono anche alcuni singoli. Il primo nome che viene in mente è quello di Joao Pedro. Il brasiliano ex Palermo sembra aver perso brillantezza e lucidità. E al Cagliari le sue giocate, i suoi gol e le sue qualità sembrano terribilmente mancare. La speranza è che il fantasista verdeoro possa uscire da questo periodo buio, riprendendosi la squadra sulle spalle. Il calendario ha però un sapore fortemente agrodolce. I rossoblù avranno due gare casalinghe, ma contro Lazio e Torino. I biancocelesti sono in piena corsa Champions e difficilmente vorranno perdere punti alla Sardegna Arena. Discorso molto simile per i granata, tornati in lotta per un posto in Europa League. In mezzo la sfida in quel di Benevento. I campani, ultimi in classifica e oramai con più di un piede in Serie B, stanno dimostrando di voler onorare fino alla fine questa stagione. Insomma, sarà tutto fuorché una passeggiata. La classifica però piange e non sono ammessi ulteriori passi falsi. Prima che la paura diventi terribilmente realtà.

Ma ci sono drammi che fanno passare tutto in secondo piano. Il 4 marzo, giorno in cui era in programma Genoa-Cagliari, poi rinviata, è morto Davide Astori. Il capitano della Fiorentina ha indossato la maglia rossoblù per ben 6 stagioni, dal 2008 al 2014, collezionando 179 presenze e realizzando tre reti, di cui una meravigliosa contro l’Inter. La notizia ha sconvolto l’ambiente del Cagliari, come dimostra il lieve malore di Diego Lopez e i tanti messaggi di cordoglio e di ricordo. Con la maglia dei sardi il buon Davide è definitivamente esploso, facendosi conoscere nel calcio che conta e conquistandosi la Nazionale, con cui ha disputato la Confederations Cup del 2013, chiusa al terzo posto, e le attenzioni di numerosi top club. Molto toccante il ricordo della società isolana, postata nel giorno del decesso su tutti i profili social della società: “Con la nostra maglia hai realizzato i tuoi sogni, hai fatto gol in Nazionale, sei stato il nostro capitano coraggioso. Ti sei fatto amare dalla nostra gente e hai amato la nostra terra. Ciao Davide”. Perché, dinnanzi a certe tragedie, tutto passa inevitabilmente in secondo piano. Perché la morte non ha colore.