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Kristina Jacobsen: dal New Mexico alla Sardegna tra songwriting e ricerca antropologica

di Nike Gagliardi
25 Luglio 2017
in Musica
🕓 7 MINUTI DI LETTURA
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Kristina Jacobsen è un’antropologa statunitense, docente di etnomusicologia, studi nativi americani, antropologia culturale e linguistica all’Università di Albuquerque, in New Mexico, e cantautrice country – honky tonk: cresciuta in un’area rurale nella parte ovest del Massachusetts, è suo padre a impartirle le prime lezioni di chitarra. Quest’ultimo, di origine danese, ha vissuto in Norvegia e qui ha appreso alcune melodie, che trasmette alla figlia e che ne costituiranno la prima parte dell’eredità multiculturale.

Dopo la laurea e il dottorato, la giovane Kristina decide di dedicare la sua attività di ricerca alla musica e alla cultura Navajo, trasferendosi nella riserva del New Mexico in cui vive e lavora da quasi vent’anni e imparando a padroneggiare la lingua nativa (Diné); attività a cui ha presto affiancato una feconda carriera come songwriter (il suo album Three Roses si è aggiudicato tre nomination al New Mexico Music Awards): accompagnandosi con la chitarra e avvalendosi di uno stile dalle influenze schiettamente country, la voce dell’artista, dalle notevoli capacità espressive e grazie alle sfumature emotive affidate a un raffinatissimo yodeling, dà forma e sostanza a un composito bagaglio di canzoni, le cui liriche si muovono dalle esperienze nella riserva a pezzi di natura più intimistica e, intrecciandosi ai suoi interessi in campo etnomusicologico, a un repertorio plurilinguistico e multiculturale che oltre all’americano abbraccia altri idiomi: il norvegese, l’italiano, la lingua Navajo. Ogni brano è diretta evocazione di un determinato volto, paesaggio, esperienza, collaborazione.

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La Sardegna è recentemente divenuta per lei importante motivo di interesse antropologico e musicale da quando, invitata dall’Università di Cagliari per parlare del suo libro The Sound of Navajo Country, vi è giunta per la prima volta sei mesi fa. Colpita dai numerosi punti di contatto tra la cultura Navajo e quella sarda (dall’economia originaria di stampo agro-pastorale alla perdita dei codici linguistici ed estetici identitari, soppiantati da altri arbitrariamente imposti) e dalla ricchezza del patrimonio musicale tradizionale e contemporaneo presente sul territorio isolano, ha deciso di tornarvi: occasione che si è ben presto realizzata grazie a un tour di concerti organizzato dall’etichetta discografica sarda Talk About Records.

Tra un live e l’altro, ha contattato numerosi cantautori provenienti da diversi centri sardi, coinvolgendoli in un fruttuoso co-writing e raccogliendo materiali e spunti di riflessione in previsione di un soggiorno di più ampio respiro durante il quale dar vita a un vero e proprio progetto di ricerca sul campo.

In attesa delle ultime due performance che chiuderanno la permanenza di Kristina sull’isola, previste per giovedì 27 luglio all’Abetone Music Bar di Sassari e il 4 agosto al Centro Servizi Culturali U.N.L.A. (all’interno del Summer Outdoor Music Festival) di Oristano, abbiamo intervistato l’artista statunitense.

Kristina Jacobsen. Foto: Carlos Querel [Albuquerque The Magazine]

Come e fino a che punto entrano in contatto il tuo lavoro di antropologa ed etnomusicologa e il tuo modo di scrivere canzoni, di vivere l’esperienza compositiva e performativa?

Penso che sia davvero interessante trovare analogie fra antropologia e songwriting, entrambi hanno alla base il racconto e così com’è possibile formulare storie attraverso le canzoni, anche l’etnografia si presta a essere veicolo di narrazioni. Una delle connessioni più forti che riesco a individuare tra i due tipi di esperienza è che entrambe permettono di “umanizzare”, di rendere più vicine in termini simpatetici le altre comunità, comunità delle quali probabilmente non ci cureremmo o che riteniamo troppo distanti da noi. E il motore principale di quest’“umanizzazione” di qualcuno è entrare in contatto con la sua storia individuale: una volta che la nostra attenzione si focalizza su un particolare individuo abbiamo infatti la capacità – non sempre, ma spesso – di estendere tale coinvolgimento ad altre persone che appartengono alla sua stessa comunità.

La connessione, l’intreccio tra storie differenti costituisce indubbiamente la più intima radice di ogni storytelling. Sia l’etnografia che il cantautorato hanno l’incredibile capacità di permetterci di percepire comunità e società altre, differenti dalla nostra, come più vicine a noi, di umanizzarle, appunto. Questa è una delle maggiori e più proficue relazioni che avverto tra i due ambiti.

Naturalmente, pur condividendo questa caratteristica, l’approccio è completamente diverso: lo studio antropologico non può prescindere da una rigorosa descrizione dei fatti poiché si è investiti dell’enorme responsabilità di descrivere un popolo, un uso, un costume senza restituirne una visione soggettiva. Nel racconto portato avanti attraverso la pratica del songwriting l’interpretazione è invece fondamentale ed è certamente molto più libera.

Per rispondere alla tua domanda in un altro modo, io scrivo canzoni ormai da quasi quindici anni e i miei primi brani erano fortemente incentrati sull’esperienza di vita all’interno della riserva; più in generale il luogo e la situazione secondo cui un pezzo prende vita e che cerco di evocare attraverso le parole occupano una posizione rilevante nel mio modo di scrivere e di intendere la musica. Vivendo nella riserva per quasi vent’anni, studiando l’allevamento del bestiame nella comunità Navajo e divenendo io stessa pastore per un periodo, lavorando in una stazione radio della riserva, insegnando nelle scuole superiori e al college della comunità tribale, apprendendo la lingua diné, ciò che è accaduto, soprattutto negli ultimi quattro anni, è che il mio lavoro di antropologa e la mia attività di cantautrice si sono completamente fusi tra loro come due differenti aspetti della stessa ricerca, due interessi che si completano a vicenda e di cui non sono più in grado di scindere i rispettivi confini e mi piace che sia così perché mi fa sentire più “integra” come persona rispetto a una rigida divisione tra categorie conoscitive.

Questo è probabilmente dovuto anche al particolare modo in cui mi pongo innanzi al lavoro di ricerca sul campo, che non si limita all’osservazione ma è anche partecipativo: lavorare come pastore, cucinare cibo nuovo, scrivere canzoni sono tutti modi per immergermi profondamente in una determinata cultura e andare più a fondo possibile nel suo studio.

Oltre alla riserva, più recentemente, ci sono stati altri luoghi significativi: la Scandinavia costituisce un’importante parte di molte canzoni e, in questo momento, al centro dei miei pezzi c’è la terra sarda. Quella in Sardegna si sta rivelando un’esperienza in cui ogni cosa si manifesta in modo molto intenso, offrendomi continuamente stimoli in senso antropologico e musicale.

Ci sono degli artisti che ti hanno particolarmente ispirato o hanno lasciato una traccia sulla tua musica?

Mi piacciono moltissimo tre cantautrici americane che in questo momento stanno portando avanti un tour intitolato Three Women and The Truth: si tratta di Mary Gauthier, della quale in passato ho seguito alcuni workshop, Gretchen Peters ed Eliza Gylkison; le prime due provengono dalla scena di Nashville mentre Eliza vive a Austin, Texas. Ciò che amo in loro è il modo in cui riescono a trasmettere le storie che raccontano, ispirate alla propria vita, la maniera schietta, estremamente diretta e senza filtri, affidata alle sole voce e chitarra, con cui riescono a comunicare con il pubblico.

Quali sono le ragioni che ti hanno portato in Sardegna per la prima volta e che ti hanno poi spinto a tornare e visitare l’isola più a lungo?

Sono giunta nell’isola per la prima volta sei mesi fa, per una settimana, invitata dall’Università di Cagliari e da Ignazio Macchiarella, docente di etnomusicologia divenuto poi il mio mentore qui in Sardegna: in quell’occasione ho tenuto una lezione-conferenza riguardo agli argomenti trattati nel mio libro, The Sound of Navajo Country, e in seguito ho avuto la possibilità di cantare accompagnata da un grande maestro della chitarra sarda, Ignazio Cadeddu.

Kristina Jacobsen. Foto: Kent Corley

In qualità di antropologa, e anche grazie al dialogo con gli studenti e con le persone che ho avuto modo di incontrare durante quel breve soggiorno, ho notato delle incredibili coincidenze tra la Sardegna e il popolo Navajo riguardo alle problematiche e alle implicazioni relative a una progressiva perdita d’identità e all’innestarsi su una cultura materiale di stampo tradizionale legata, come nel caso dei Navajo, alla pastorizia, di elementi provenienti da una cultura altra che finiscono per soppiantarne le caratteristiche originali. Tutte caratteristiche che, unite alla particolare bellezza di questa terra, mi hanno colpito moltissimo.

In questi giorni alterno i live durante il weekend a diversi tipi di ricerca sul campo: sto cercando di apprendere il più possibile riguardo al mestiere del pastore e, inoltre, sto collaborando con diversi bravissimi cantautori sardi e credo che quest’ultima sia una delle cose che hanno maggiormente contribuito a rendere così speciale questo secondo e più lungo soggiorno in Sardegna. Ho scritto un brano con Matteo Carta della band bluegrass The Saddle of The Devils, sto collaborando col cantautore cagliaritano Enrico Spanu (aka The Heart and The Void) e col cantautore sassarese Beeside. Sto inoltre scrivendo un brano musicale assieme a un amico, un pastore di Santu Lussurgiu, su questo paese e sulla visione che egli ne vuole trasmettere.

Soprattutto, quello che vorrei fare è piantare dei semi che possano maturare al mio ritorno qui: due mesi non sono infatti sufficienti per approfondire i molti spunti che ho trovato e mi piacerebbe tornare in Sardegna per un periodo più lungo, magari in occasione del mio anno sabbatico, e dar vita a un lavoro di ricerca sul campo di più ampio respiro per quanto concerne la lingua e la musica sarda contemporanea.

Tags: countryKristina JacobsenmusicaSardegna
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  • 👹 Sos Colonganos, il respiro antico del Carnevale di Austis

Nel cuore della Sardegna, ad Austis, ogni anno il Carnevale si trasforma in qualcosa di ancestrale. Non ci sono coriandoli né allegria sfrenata: qui il tempo rallenta, e dalle vie del borgo emergono figure avvolte nel mistero. Sono Sos Colonganos, maschere silenziose vestite di pelli di pecora, pellami di volpe e martora, con ossa d’animale legate sulla schiena e volti coperti da maschere di sughero intrecciate a rami di corbezzolo. 🌿

⚫ Il loro nome deriva dal greco “kolos” — colui che veste di pelli — e la loro presenza comunica penitenza, sacrificio e legame profondo con la terra. A differenza di altre maschere sarde, Sos Colonganos non portano campanacci, ma ossa: simbolo potente di morte e resurrezione che attraversa i secoli. 

🐗 Il rito si arricchisce con l’apparizione di s’Urtzu, figura dal volto nero di carbone e una testa di cinghiale completa di zanne, che cerca disperatamente di sfuggire a Sos Bardianos, guardiani avvolti in cappotti neri di orbace che lo percuotono con bastoni fino a “ucciderlo”. È un dramma collettivo che racconta la ciclicità della vita, il sacrificio rituale, la rinascita comunitaria. 

📜 Le radici di questa tradizione affondano almeno nel 1700, come testimonia la poesia del neonelese Bonaventura Licheri. Grazie all’Associazione culturale Sos Colonganos e a testimonianze orali preziose — come quella di Franziscangela Meloni, classe 1907 — oggi il rito continua a vivere, custodendo memorie che parlano di identità, memoria e appartenenza. 

La storia completa, tra simboli antichi e voci del passato, la trovi nell’articolo di Chiara Medinas su SHmag.it 🔗

📸 ©Associazione Culturale Sos Colonganos
  • 🏔️ Nel cuore della Sardegna più autentica, a 750 metri di altitudine, Orune si erge come un libro di pietra aperto sul passato. Il suo nome potrebbe derivare dal greco oros, “montagna”, e già questo racconta molto: un paese che domina vallate, boschi e formazioni rocciose tra Barbagia, Baronia, Logudoro e Gallura. 🌿

📜 Ma Orune non è solo paesaggio. È memoria viva di un’epoca in cui il banditismo sardo segnava la cronaca: qui nacquero figure leggendarie come Dionigi Mariani e Giovanni Moni Goddi. Eppure, accanto a loro, il borgo ha dato i natali anche a Margherita Sanna, tra le prime donne sindaco d’Italia, e ad Antonio Pigliaru, filosofo e giurista di grande rilievo. 

⚡Oggi Orune custodisce tesori che vanno oltre i nuraghi: Casa Murgia, palazzotto signorile dei primi del Novecento con un antico mulino ancora visibile nel giardino, racconta la storia dell’energia che illuminò per prima il paese. 

🌳 E poi ci sono le sugherete secolari, maestose e silenziose, fonte di vita economica e meta di studiosi da tutta Europa. Il sughero estratto qui diventa tappi, pannelli isolanti, arte artigianale. 

In tavola, Orune regala sapori intensi: i maccarones de ordascia, pasta d’orzo lavorata a mano, e sas montecadas, dolci fritti a forma di alveare che accompagnano il Carnevale barbaricino di metà febbraio. 🍯🎭

Un borgo che non dimentica, che resiste, che continua a vivere.

👉 Un viaggio tra archeologia, tradizioni e identità, l’articolo di Raffaella Piras continua su SHmag.it

📷 Nuraghe Nunnale: ©️Regione Autonoma della Sardegna
📷 Su Tempiesu: ©️Nurnet | Nicola Castangia e Nuraviganne
📷 Santa Maria Maggiore: ©️ales&ales
📷 Veduta di Orune: ©️trolvag
  • 🕯️ Nel cuore del quartiere Castello di Cagliari si cela un passaggio che da secoli sussurra segreti. Via Alberto Lamarmora, antica ruga Mercatorum dei mercanti pisani, dimora di nobili e argentieri, nasconde tra i suoi vicoli stretti il Portico delle Anime.

🌙 Un tunnel angusto illuminato solo da una lampada fioca, dove l’effige della Madonna delle Grazie veglia su un mistero inquietante. Gli abitanti raccontano di aver udito lamenti di anime in pena davanti al quadro sacro. Ombre che si muovono, voci indistinte che emergono dal buio.

⚔️ Si narra che durante un Giovedì Santo, Sant’Efisio apparve minaccioso nel portico a un sabotatore intenzionato ad avvelenare le acquasantiere delle chiese cagliaritane. Il santo lo fermò sul nascere. Da allora, ogni anno, il suo simulacro sosta davanti alla Vergine in processione. Una tradizione che unisce fede e leggenda, viva ancora oggi.

🏛️ Tra palazzi segnati dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e archi gotico-catalani, il Portico conserva un fascino che sfida il tempo. Cagliari di giorno è luce, ma di notte Castello rivela il suo volto enigmatico.

👉 La storia completa di Raffaella Piras, con tutti i dettagli delle leggende e della storia del luogo, ti aspetta su SHmag.it 📰
  • 👹 Maschere nere, corna di cervo, pelli di montone e campanacci: a Lula, il Carnevale rivive ogni anno nel rito arcaico di Su Battileddu, la vittima sacrificale che incarna il ciclo eterno di morte e rinascita. Una tradizione intensa, misteriosa e profondamente legata alla terra e alla comunità.

👩🏻‍🍼👶🏻 Accanto a lui, le lugubri Sos Battileddos Gattias intonano canti funebri e mettono in scena gesti rituali che mantengono viva una memoria collettiva radicata nel mito e nell’identità della Baronia.

🔗 Nell’articolo su SHmag.it, Chiara Medinas ci guida alla scoperta della storia, del simbolismo e del fascino di uno dei Carnevali più enigmatici della Sardegna.

📷 Silvia Dengo
  • ✨ Cenerentola in Sardegna 🔥
Tra falò d’inverno e fiabe sussurrate accanto al fuoco, la magia della ragazza dal cuore puro rivive anche nell’Isola. 

🏰 Molto prima del castello Disney, esisteva Rodopi: una fanciulla dell’Antico Egitto, destinata a diventare la prima “Cenerentola” della storia.
Dalle corti europee arriva in Sardegna, dove la fiaba trova nuove voci e nuovi nomi. E lì, tra montagne e mare, cambia per sempre volto.

🐦‍⬛🌾 Nel cuore del Campidano vive Maria Chisjnera, la più piccola di tre sorelle. Dalla gentilezza verso un uccello magico nascono noci, mandorle e prodigi. ✨
In ogni frutto, un incantesimo: abiti splendenti 👗, fate e servitori. E come nella fiaba, sarà una scarpetta 👠 a rivelare la verità.

👑 Il giovane che la sceglie non è un principe qualunque, ma l’uccello mediano, liberato dal suo incantesimo grazie a un gesto di bontà 💖.

Ogni versione di Cenerentola racconta la stessa verità: la gentilezza salva, e persino la sventura può diventare luce. 🌟

Dal mito egizio ai nuraghi, la fiaba di Cenerentola continua a vivere nei racconti di Sardegna.

🔗 Scopri la storia completa nell’articolo di Raffaella Piras su shmag.it
  • 🎄 “Marley era morto”. Così inizia il “Canto di Natale” di Charles Dickens, pubblicato nel 1843 e sold out in pochi giorni. Da quel capolavoro nascono oltre un secolo di adattamenti cinematografici: dal muto del 1901 con Scrooge di Walter R. Booth, al musical del 1970 con Albert Finney, fino a “S.O.S. Fantasmi” con Bill Murray e la CGI di Robert Zemeckis con Jim Carrey. ❄️

🎞️🍿 Classici hollywoodiani, Muppet irresistibili e l’horror con Johnny Depp in arrivo nel 2026. Quale Scrooge è il tuo preferito? Scopri la guida completa di Lorella Costa 👇🏻
  • 🪨 Scolpita nella roccia di Capo Sant’Elia, la Grotta di San Bartolomeo racconta una pagina poco nota della preistoria cagliaritana.
 

Tra frane, scavi ottocenteschi e indizi sparsi nel terreno, qui sono emersi frammenti di vasi, punte di lancia, resti animali e tracce di antiche capanne: tasselli di una storia che va dal Neolitico all’età nuragica, passando per la misteriosa cultura di Monte Claro.

🌊 Accanto alla grotta, la Domus de Janas ancora visibile custodisce il silenzio di un passato in parte perduto, mentre gli archeologi cercano di ricostruire l’abitato che un tempo dialogava con il mare di Marina Piccola e il colle di Sant’Elia.
 
Una vicenda fatta di scoperte, scomparse e domande ancora aperte, che ridisegna le origini più remote di Cagliari.

La storia continua nell’articolo di @medinolasss su SHmag.it: leggila per entrare nel cuore nascosto di San Bartolomeo 🔍📖
  • 🎨 A Oliena nasce il Museo Diffuso Liliana Cano, un percorso che intreccia arte, memoria e comunità. Un progetto che trasforma il paese in un museo a cielo aperto, dove i murales, le sculture e i cicli pittorici dell’artista dialogano con le strade, le chiese e le piazze. 🏛️✨

Promosso dal Comune di Oliena, in collaborazione con l’Archivio Liliana Cano, il Presidio Turistico Oliena Galaveras e la Parrocchia di Oliena, il Museo Diffuso propone otto tappe e oltre cinquanta opere che raccontano quarant’anni di ricerca artistica e di dialogo con il territorio.

📍 Dal “Monumento alla donna” del 1985, una delle prime sculture pubbliche in Sardegna dedicate alla figura femminile, fino ai murales religiosi e civili che costellano il centro storico, ogni tappa rivela un frammento del rapporto profondo tra Liliana Cano e la comunità che l’ha accolta.

👣 Un itinerario da percorrere lentamente, tra arte, tecnologia e memoria collettiva.

Scopri tutti i dettagli e la storia completa del Museo Diffuso Liliana Cano su 👉 SHmag.it
  • ✨ La cattedrale di “Notre Dame de Paris” si prepara a illuminare anche il cielo della Sardegna. 
La celebre opera popolare moderna con musiche di Riccardo Cocciante, tratta dal romanzo di Victor Hugo, torna in Italia dal 26 febbraio 2026 con una nuova grande tournée che attraverserà il Paese fino al 6 gennaio 2027. 🇮🇹

🎭 Dopo oltre vent’anni di repliche e milioni di spettatori, lo spettacolo si conferma un classico contemporaneo capace di raccontare emarginazione, paura del diverso, desiderio d’amore e ricerca di giustizia attraverso musica, danza e teatro. 
Una combinazione di linguaggi che ha trasformato “Notre Dame de Paris” in un punto di riferimento della scena live internazionale. 🌍

🌊 Tra le tappe annunciate spicca una data che interessa da vicino il pubblico sardo: dal 6 all’8 agosto 2026 lo show arriverà all’Olbia Arena, portando sull’isola uno degli eventi più attesi della prossima stagione estiva. 
Dietro le quinte, la produzione firmata Clemente Zard e Vivo Concerti conferma l’ambizione di una tournée che ripercorre la storia di un titolo diventato simbolo del teatro musicale.

👉 L’approfondimento completo, con tutte le città della tournée e i dettagli sulla tappa di Olbia, continua su SHmag.it

📸 Attilio Cusani
  • 🌅🎤 Dopo il successo del tour europeo e l’annuncio della quarta edizione di “Tutti Per Uno”, Il Volo svela le nuove tappe del World Tour 2026-2027, prodotto da Friends & Partners. Tra le date attese c’è anche quella del 9 agosto 2026 ad Alghero, quando il trio si esibirà all’Alguer Summer Festival. 

🎫 Le prevendite per il fanclub sono già aperte, mentre da domani i biglietti saranno disponibili su Ticketone. 

🌎 Il nuovo anno porterà Il Volo oltreoceano: prima in America Latina, poi negli Stati Uniti, per un calendario di live che anticiperà i concerti estivi e la nuova edizione di “Tutti Per Uno”, in programma a settembre a Mantova. 

Un viaggio musicale che abbraccia continenti, pubblico e tradizione, confermando l’energia di un trio ormai simbolo della musica italiana nel mondo. 🇮🇹💫

👉 Leggi l’articolo completo su SHmag.it per scoprire tutte le date e i dettagli del tour!
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