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Addio ad Abdullah Ibrahim, morto a 91 anni il pianista che trasformò il jazz in voce libertà contro apartheid

di Redazione
16 Giugno 2026
in Musica
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(Adnkronos) – Morto a 91 anni Abdullah Ibrahim, pianista, compositore e simbolo della cultura sudafricana, che ha contribuito a definire un linguaggio musicale unico, capace di fondere le tradizioni africane con il jazz internazionale. Il decesso a Monaco di Baviera, in Germania, dove viveva da tempo. La notizia della scomparsa è stata annunciata dalla famiglia, che ha comunicato che “l’artista si è spento serenamente, circondato dai suoi cari, dopo una breve malattia”. La sua carriera ha accompagnato alcune delle pagine più importanti della storia del Sudafrica, diventando una colonna sonora della resistenza contro l’apartheid e un simbolo di identità culturale per intere generazioni. 

Nato a Città del Capo il 9 ottobre 1934 con il nome di Adolph Johannes Brand, il futuro Abdullah Ibrahim crebbe in un ambiente ricco di stimoli musicali. Fin da bambino fu immerso in un universo sonoro composto da musica tradizionale africana, inni cristiani, gospel, spiritual e jazz americano. A soli sette anni iniziò a suonare il pianoforte, mostrando un talento precoce che lo portò a diventare musicista professionista già all’età di quindici anni. La varietà delle influenze che caratterizzarono la sua formazione avrebbe segnato per sempre il suo stile. Nelle sue composizioni convivevano infatti il sacro e il profano, l’Africa e l’Occidente, la tradizione e la modernità. Da questo straordinario crogiolo culturale nacque un linguaggio musicale inconfondibile, riconosciuto in tutto il mondo e spesso considerato una delle espressioni più autentiche del jazz africano. 

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Un momento decisivo della sua crescita artistica arrivò nel 1959, quando incontrò il sassofonista Kippie Moeketsi, figura centrale della scena jazz sudafricana. Fu proprio Moeketsi a convincerlo a dedicarsi completamente alla musica. Nello stesso periodo Ibrahim conobbe anche la cantante Sathima Bea Benjamin, che sarebbe diventata la sua compagna di vita e una collaboratrice fondamentale del suo percorso artistico. Dalla loro unione nacque nel 1976 Jean Grae, destinata a diventare una delle rapper più apprezzate della scena statunitense. 

Negli anni Cinquanta e Sessanta il giovane musicista iniziò a farsi conoscere sotto il nome d’arte di Dollar Brand. Suonò in diverse formazioni, dai gruppi swing ai piccoli ensemble jazz, fino a entrare nei Jazz Epistles, una delle band più importanti della storia musicale sudafricana. Tra i membri figurava anche Hugh Masekela, destinato a diventare un’altra leggenda del jazz africano. 

Ma mentre il talento di questi musicisti cresceva, il Sudafrica sprofondava sempre più nel sistema dell’apartheid, il regime di segregazione razziale imposto ufficialmente dal governo bianco a partire dal 1948. In quel contesto il jazz veniva spesso considerato una forma di espressione sovversiva. La sua capacità di unire persone di diversa provenienza etnica e culturale contrastava apertamente con l’ideologia segregazionista del regime. La crescente repressione politica contribuì allo scioglimento dei Jazz Epistles e spinse Ibrahim a lasciare il Paese. Prima si trasferì in Svizzera e successivamente negli Stati Uniti, dove avrebbe trovato un ambiente più favorevole alla propria crescita artistica. La svolta internazionale arrivò grazie a un incontro destinato a cambiare la sua vita. Durante un soggiorno europeo fu infatti ascoltato dal leggendario Duke Ellington, uno dei più grandi protagonisti della storia del jazz. Colpito dal talento del giovane pianista sudafricano, Ellington lo aiutò a entrare nel circuito musicale statunitense, aprendo le porte di una carriera internazionale. 

Fu negli anni dell’esilio che Abdullah Ibrahim sviluppò pienamente il suo stile. Le sue composizioni iniziarono a evocare sempre più chiaramente i paesaggi sonori della sua terra natale: le melodie delle township, le armonie della tradizione corale africana, i ritmi urbani di Città del Capo e la libertà espressiva dell’improvvisazione jazzistica. Il risultato fu una musica profondamente personale e immediatamente riconoscibile. Nel 1968 la sua vita conobbe anche una trasformazione spirituale. Convertitosi all’Islam, abbandonò il nome artistico Dollar Brand per assumere quello di Abdullah Ibrahim, con il quale sarebbe diventato celebre in tutto il mondo. 

Tra le sue numerose composizioni, una occupa un posto speciale nella memoria collettiva sudafricana: “Mannenberg”, registrata nel 1974. Il brano, caratterizzato da una melodia semplice ma potentemente evocativa, divenne negli anni uno degli inni non ufficiali della lotta contro l’apartheid. Per milioni di sudafricani rappresentò una forma di resistenza culturale e una speranza di libertà in un periodo segnato da discriminazioni e violenze. Nonostante la lunga permanenza all’estero, Ibrahim non dimenticò mai le proprie radici. Continuò a mantenere un forte legame con il Sudafrica, tornando regolarmente nel paese per esibirsi, registrare nuova musica e sostenere la formazione delle giovani generazioni di musicisti. 

Nel 1999 fondò a Città del Capo una scuola di musica, convinto che l’educazione artistica fosse uno strumento fondamentale per la crescita culturale e sociale del paese. Oltre a essere un grande interprete e compositore, fu infatti anche un appassionato insegnante, impegnato a trasmettere il proprio patrimonio musicale ai giovani. La sua ultima apparizione pubblica risale a meno di tre mesi fa, quando salì sul palco del Cape Town International Jazz Festival. Anche in quell’occasione riuscì a conquistare il pubblico con l’eleganza del suo pianismo, la profondità delle sue composizioni e la straordinaria sensibilità artistica che lo aveva reso celebre. 

Numerosi i messaggi di cordoglio giunti da tutto il mondo. Il presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha ricordato come le sue opere abbiano saputo celebrare il Sudafrica che aveva alimentato il suo impegno politico e la sua genialità musicale. “Ha arricchito le nostre vite con i suoi doni musicali e con il suo contributo alla costruzione di un mondo migliore”, ha dichiarato il capo dello Stato. Particolarmente toccanti anche le parole della compagna Marina Umari, che ha sottolineato come Ibrahim abbia portato il Sudafrica nel cuore fino all’ultimo giorno della sua vita. “Il suo amore per il suo Paese non è mai venuto meno, ovunque si trovasse nel mondo”, ha affermato. (di Paolo Martini) 

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