Immaginate di percorrere un sentiero e di perdere la via senza accorgervene. Non trovare più le tracce del vostro gruppo, non riuscire a tornare al campo. Magari dentro un bosco fitto, magari all’imbrunire. Che cosa fareste?

Lancereste la vostra voce il più lontano possibile, sperando di essere sentiti.

La parte incorporea di voi raggiungerebbe allora l’orecchio dei vostri amici, anche se a distanza, anche se fuori dal campo visivo. Per un attimo voi sareste lì, presenti alla loro attenzione.

Quanta importanza abbia la voce lo abbiamo ben scoperto durante il lockdown: un suono umano e solo umano, capace di portare all’esterno ciò che è aggrappato nel profondo, e che da semplice manifestazione di onde sonore diviene arte e miracolo, preghiera laica o litania, cascata di narrazioni fantastiche quando non invece eco di memoria storica, pozzo di ricordi che mai si prosciuga. Segreto di sciamani, di curandere, panacea per curare i nostri fratelli e le nostre madri, e dai primordi della storia arriva ancora come fonte di benessere, dimensione salvifica in cui rifugiarci quando vogliamo sentirci di nuovo al sicuro.

E se il solo ascolto è in grado di riacciuffare disperazioni, la sua esecuzione espande la nostra umana finitezza schiudendola come un bocciolo vincendo le distanze e combattendo il tempo, riconsegnando una parte della nostra energia vitale all’Universo.

È a questo che ho pensato, ascoltando la Polifonica in azione.

Dal 1945 il Santa Cecilia congiunge il mondo spirituale a quello ordinario tangibile, e dalla sua fondazione, voluta da don Gino Porcheddu proprio in una zona all’epoca svantaggiata del centro storico di Sassari, continua a spaziare dalla polifonia rinascimentale all’elaborazione di canti popolari e musica contemporanea, portando le grandi opere sinfonico-corali e le opere liriche anche al pubblico più semplice dall’orecchio meno educato. La più longeva in Sardegna, ha spinto la propria attività negli ambienti colti di Europa e America riscuotendo importanti riconoscimenti durante le tournée e grazie alle collaborazioni con musicisti di risalto come il beneamato Paolo Fresu, per citare un nostrano, o il gruppo cileno degli Inti-Illimani, arrivando a incidere nel 2013 per l’etichetta Soul Note la prima esecuzione del Jazz Te Deum con l’Orchestra Jazz della Sardegna diretta da Giorgio Gaslini, con partiture scritte di suo pugno insieme a Gabriele Verdinelli e Giulio Tommaso. L’inno alla SS. Trinità si arricchisce quindi di componenti laiche, sia grazie ai tre punti di vista differenti degli autori, sia grazie al libretto composto da poeti sardi che ben radicano nella nostra cultura l’originalità del progetto.

Durante la sua attività la Polifonica Santa Cecilia dunque non solo ha brillato nell’ambiente colto del genere, ma ha rappresentato per i giovani un punto di riferimento da una parte affiancando una sezione di voci bianche a quella degli adulti così da scoprire i cantori in erba, dando loro l’opportunità di collaborare anche nella Stagione lirica sassarese, e dall’altra portando fuori dalle chiese la propria energia.

Il coro infatti ogni cinque anni organizza a Sassari il festival internazionale Voci nella Città: evento arrivato alla sua quarta edizione, che celebra quest’anno i settantacinque anni di attività del Santa Cecilia.

Dall’8 al 12 settembre 2020 la città accoglierà importanti formazioni corali internazionali, nazionali e del territorio sardo, ospitandoli nelle più svariate location: nei balconi e la Sala Convegni Ersu, con l’esibizione del prestigioso sestetto tedesco Singer Pur, oppure ai Giardini pubblici con il concerto delle voci bianche a conclusione del workshop con Tullio Visioli (compositore, flautista, cantante e direttore di coro), o ancora nel chiostro di Santa Maria di Betlem il complesso vocale giovanile a voci pari Genova Vocal Ensemble, o nella Chiesa di S. Pietro in Silki la sezione maschile del Complesso Vocale di Nuoro. Ma potrebbe capitarvi anche di incontrarli per caso, durante lo spettacolo itinerante dei Joyful Soul, oppure sentire il Coro Polifonico Turritano dalla Chiesa di San Francesco mentre siete seduti sotto un frondoso pino.

Il Festival dunque solletica l’interesse su più fronti, concludendosi sabato con tre differenti concerti a partire dalla mattina: Gruppo Vocale dell’Associazione Corale L. Canepa, il Coro Femminile Eufonia di Gavoi e i Tenores di Bitti -Remunnu ‘e Locu.

Per il programma completo si può consultare la pagina Facebook della Polifonica Santa Cecilia o il sito internet.

Tutti i concerti rispettano le regolamentazioni vigenti tramite la prenotazione gratuita e obbligatoria ed ogni spettacolo andrà quindi prenotato attraverso l’APP heartofsardinia.com. Si potranno inoltre prenotare i posti rimasti presso l’infopoint della Polifonica Santa Cecilia nei luoghi degli eventi un’ora prima di ogni concerto.

Abbiamo raggiunto il direttore artistico Maestro Matteo Taras, cercando di carpire il segreto del loro successo: “Gli aspetti che secondo me contraddistinguono la Polifonica lungo tutta la sua attività sono l’attenzione all’aspetto sociale del canto e l’originalità dei repertori. Il segno che cerco di dare è quello di un costante lavoro sulla vocalità e sulla prassi: puntare sulla formazione tecnico musicale del corista, lavorare su diversi repertori; cercare di creare una dimensione umana accogliente e stimolante: bisogna far sì che si lavori sul fronte musicale e su quello umano e cercare di svilupparli entrambi.”

Assolutamente d’accordo con te, Matteo! Ci vediamo al Festival!