Tra i romanzi scritti da Jane Austen, “Ragione e Sentimento”, pubblicato nel 1811, non è certo uno dei titoli più saccheggiati dal cinema, ma l’adattamento del 1995 diretto da Ang Lee, con Emma Thompson nel doppio ruolo di sceneggiatrice e attrice protagonista -insieme a Kate Winslet-, ha lasciato un segno indelebile negli appassionati di Period Drama, anche grazie alle interpretazioni di Alan Rickman e Hugh Grant; la regista Georgia Oakley e la sceneggiatrice Diana Reid, scrittrice di bestseller come “Love & Virtue”, hanno raccolto la non semplice sfida di offrire alle giovani generazioni una nuova versione cinematografica di questo romanzo di Austen, che arriverà nelle sale il prossimo 22 ottobre.
Com’è consuetudine per i romanzi di questa amatissima scrittrice, il fulcro della vicenda risiede, in particolare, nella narrazione della condizione femminile nella prima metà dell’Ottocento, declinata attraverso una serie di personaggi appartenenti a differenti estrazioni sociali e culturali; come ben sanno i lettori e le lettrici dell’opera austeniana, tuttavia, confinarne il significato profondo entro i termini cronologici del 19° secolo -o peggio ancora in quelli di “letteratura sentimentale”- sarebbe non solo errato, ma profondamente ingiusto.
Austen, infatti, ha una voce che parla al presente; non è un caso, dunque, che proprio “Ragione e Sentimento” sia stato scelto per un nuovo adattamento: le protagoniste, Elinor e Marianne Dashwood, si fanno portatrici di temi attuali, quali l’autodeterminazione, la sorellanza e la pressione sociale, che rappresentano una sfida quotidiana per le donne anche, e forse soprattutto, ai tempi dei social network.
Alla morte del loro amato padre, Mr. Dashwood, le tre sorelle Elinor (Daisy Edgar-Jones), Marianne (Esmé Creed-Miles) e la piccola Margaret (Bodhi Rae Breathnach) sono costrette a lasciare la loro confortevole dimora nobiliare, Noland Park, insieme alla loro madre (Caitríona Balfe); l’asse ereditario, infatti privilegia il figlio maschio di primo letto di Mr. Dashwood, di fatto escludendo le figlie femmine, che sono lasciate alla mercé della scarsa generosità del fratellastro e di sua moglie.
Le quattro donne sono così costrette a trasferirsi in un piccolo cottage nel Devonshire e a cambiare improvvisamente il loro tenore di vita, nella speranza che, prima o poi, il matrimonio fortunato delle figlie in età da marito risollevi le sorti della famiglia. Mentre Elinor custodisce con discrezione la speranza di rincontrare Edward Ferrars (George MacKay), cognato del suo fratellastro, Marianne si innamora perdutamente di John Willoughby (Frank Dillane), con il quale instaura un rapporto aperto, sincero e anticonvenzionale, soprattutto per l’epoca.
Un sentimento del genere può vincere contro l’ambizione di accaparrarsi una generosa dote? Ma soprattutto, le sorelle Dashwood riusciranno a sopravvivere agli smaniosi tentativi della vulcanica Mrs. Jennings (Fiona Shaw) di farle sposare con uno degli scapoli più promettenti di Londra? L’amore, come spesso succede, trova strade inattese per manifestarsi e forse anche lo schivo Colonnello Brandon (Herbert Nordrum) avrà la sua occasione di dimostrare il suo affetto per una delle sorelle Dashwood.
L’intreccio amoroso, brioso e ricco di colpi di scena, è un efficace pretesto per raccontare il peso delle convenzioni sociali: se la sceneggiatura di Emma Thompson, che vinse l’Oscar proprio per l’adattamento del 1995, tocca con discrezione questi temi, Diana Reid vi ha posto l’accento, anche per i personaggi maschili come Edward Ferrars e John Willoughby, e ha approfondito il ruolo della madre di Elinor e Marianne, evidenziando la necessità per una giovane vedova con figlie non sposate di occuparsi del loro matrimonio come fosse una questione economica.
E dunque, vincerà la ragione o trionferà il sentimento? Il film di Georgia Oakley affronta il tema con un approccio fresco e attuale, anche grazie ad un adattamento linguistico agile, e pone al centro della vicenda non tanto le storie d’amore delle protagoniste, ma il loro rapporto di sorelle: Elinor -saggia e paziente- e Marianne -volubile e passionale- sono caratterialmente diverse, ma trovano il modo di sostenersi e comprendersi, trovando l’una nell’altra lo specchio in cui indagare se stesse e i propri desideri, oltre le apparenze e le aspettative della società e della loro stessa famiglia.
E dopotutto, questa consapevolezza è molto più preziosa di quel romantico lieto fine che, comunque, continua a scaldarci il cuore.


































