La Presidente della Regione Sardegna, Alessandra Todde, ha diffuso un messaggio diretto ai cittadini e alle cittadine attraverso un reel pubblicato sui propri canali social, affrontando la questione dell’uso dei tre istituti penitenziari sardi di Uta, Bancali e Badu ‘e Carros come strutture destinate al regime del 41 bis.
Nel video, la Presidente ripercorre le iniziative istituzionali intraprese negli ultimi mesi. Ricorda di aver inviato nel giugno 2025 una nota al Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, per chiedere chiarimenti sull’ipotesi di destinare le carceri dell’isola al regime duro. A quella comunicazione seguì un incontro nel mese di settembre durante il quale, racconta Todde, «il ministro aveva assicurato che nessuna decisione sarebbe stata assunta senza il coinvolgimento delle istituzioni regionali».
Secondo la Presidente, tale coinvolgimento non si sarebbe poi concretizzato. La Todde richiama il verbale della Conferenza Stato-Regioni del 18 dicembre, in cui il Sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, ha fornito un’informativa che, a suo giudizio, confermerebbe l’esistenza di una pianificazione già definita. Nel documento si parla infatti di sette carceri destinate al 41 bis in Italia, localizzate preferibilmente in aree insulari, e tra queste sarebbero indicate le strutture sarde di Badu ‘e Carros, Bancali e Uta.
Un ulteriore elemento riguarda il numero dei detenuti previsti: dai 192 posti iniziali si passerebbe a circa 240, pari a oltre un terzo della popolazione complessiva sottoposta in Italia a questo regime.
Alessandra Todde mette in evidenza le conseguenze che una decisione del genere potrebbe comportare per la Sardegna, citando l’impatto su economia, sicurezza, sistema sanitario e gestione penitenziaria. «Parliamo di un impatto diretto sull’economia, sulla sicurezza dei territori, sulla sanità pubblica finanziata dai sardi e sull’esecuzione penale ordinaria, perché i detenuti sardi sarebbero costretti a scontare la pena fuori dalla Sardegna», afferma.
Nel suo intervento, la Presidente respinge inoltre le accuse di strumentalizzazione ricevute nei mesi scorsi, sostenendo che i documenti ufficiali rendono legittime le preoccupazioni espresse dalla Regione. «Non possiamo accettare che la Sardegna venga trasformata in un’isola carcere», dichiara, lanciando un appello alla partecipazione collettiva: «Chiedo ai sardi e alle sarde di far sentire la propria voce insieme a me, per dire con forza che la Sardegna non ci sta e che vuole scegliere da sola il proprio destino».






































