Variazioni sul mito con “Anfitrione” scritto e diretto da Teresa Ludovico (produzione Teatri di Bari) – in cartellone domenica 24 marzo alle 20 all’AMA di Arzachena, martedì 26 marzo alle 21 al Teatro Tonio Dei di Lanusei e infine giovedì 28 marzo alle 21 al Padiglione Tamuli delle Ex Caserme Mura di Macomer per la Stagione 2018-2019 de La Grande Prosa organizzata dal CeDAC nell’ambito del Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo in Sardegna. Focus sul tema del doppio con l’intrigante moderna rilettura della celebre commedia di Plauto in cui si racconta la beffa crudele inflitta al protagonista ad opera di Giove, che assunte le sue sembianze approfitta della sua assenza per giacere con sua moglie Alcmena, ignara dell’inganno e convinta che il divino amante sia davvero suo marito. Una trama maliziosa e un complicato gioco degli equivoci per un testo teatrale che conserva dopo oltre duemila anni la capacità di coinvolgere e divertire il pubblico: il dramma del signore di Tebe, vittima dell’inconsapevole tradimento della sposa o meglio dell’esuberanza erotica del re degli dèi, fa pendant alla comica confusione del servo Sosia che ritrova davanti un altro se stesso identico – Mercurio – in veste di guardiano e complice degli amori adulterini del padre.

Sotto i riflettori Michele Cipriani, Irene Grasso, Demi Licata, Alessandro Lussiana, Mario Cangiano e Giovanni Serratore che prestano volto e voce ai personaggi, in una versione corale della storia sulla colonna sonora eseguita dal vivo da Francesco Ludovico, con coreografia di Elisabetta Di Terlizzi, costumi di Cristina Bari e Teresa Ludovico, spazio scenico e luci di Vincent Longuemare. La “tragicommedia” plautina, più volte ripresa e reinterpretata da autori come Molière, cui si deve l’ironica definizione dell’ospite amabile e generoso per antonomasia, segna l’incontro fra due mondi – umano e divino. Sul confine che divide i mortali prigionieri del tempo, il cui scorrere inesorabile misura i loro giorni e le antiche divinità capricciose e volubili, ora benigne ora nefaste, pronte a interferire con i destini degli umani prende forma un nuovo genere drammatico – in cui si fondono “il comico e il tremendo” – le figure mitologiche e gli argomenti seri propri della tragedia e gli elementi farseschi e tipicamente “terreni” e il gusto per le battute salavi e pungenti della commedia latina.

Nell’ “Anfitrione” di Teresa Ludovico si intrecciano differenti piani narrativi, da quello più ludico e in certo modo distante degli dèi, sicuramente amorale, in cui l’infatuazione di Giove per la moglie d’un altro si risolve con una folle messinscena, in una variazione più gentile sul tema della seduzione violenta ad opera del re dell’Olimpo, a quello concreto e realistico in cui si muovono Anfitrione e Sosia – semplicemente umani e vittime di uno scherzo che li induce a interrogarsi su quale sia davvero la loro identità dopo essersi riflessi nello specchio deformante della loro proiezione divina.

La passione di Giove per Alcmena – da cui nascerà Eracle – irrompe nella casa del signore di Tebe e per aver più facile accesso alla donna, moglie casta e virtuosa, il dio non esita ad assumere le sembianze del marito lontano – un singolare espediente che offre diverse chiavi di lettura: l’innocenza di lei è comprovata ma nello stesso tempo, inconsapevolmente ella ha infranto i voti coniugali, infedele al marito senza però realmente tradirlo per tutta un’interminabile notte. Lo stupore della donna nel veder ritornare il consorte, appena congedatosi da lei, per quel che le risulta, crea nell’uomo un vortice di pensieri, egli si sente respinto ingiustamente, ne subisce la freddezza, non riesce a capacitarsi di quel che gli viene detto, quell’inattesa reazione quasi spegne l’ardore del trionfo. Il condottiero vittorioso ritorna a casa e improvvisamente non riconosce più se stesso e la moglie, si sente come un estraneo perfino davanti a se stesso, stordito, amareggiato e deluso.

Il vero gioco di specchi si realizza tra Sosia e Mercurio perché il servo incontra il suo alter ego, si vede come sdoppiato, e qui la giostra gira ancora più vertiginosamente, con effetti esilaranti e grotteschi – ma anche tragici perché è facile perdere la regione e entrare nei territori della follia – rendendo reale quella che è solo metafisica illusione.

Le fatidiche domande – «Chi sono io se non sono io? Quando guardo il mio uguale a me, vedo il mio aspetto, tale e quale, non c’è nulla di più simile a me! Io sono quello che sono sempre stato? Dov’è che sono morto? Dove l’ho perduta la mia persona? Il mio me può essere che io l’abbia lasciato? Che io mi sia dimenticato? Chi è più disgraziato di me? Nessuno mi riconosce più, e tutti mi sbeffeggiano a piacere. Non so più chi sono!» rimandano allo stato di confusione del povero servitore, costretto con la forza da quell’altro (da) sé ad ammettere di aver torto e rinnegare la propria identità. Anfitrione al contrario capovolge l’assioma del marito geloso, una volta scoperto l’intrigo sceglie saggiamente di perdonare e se non proprio dimenticare, far buon viso a cattivo gioco, quasi concedendosi il dubbio che avere in sposa una donna amata da Giove possa apparire come un onore invece che un’onta – tanto più che il dio per conquistarla ha dovuto assumere l’aspetto del rivale.

Un finale ambiguo – seppur lieto come è lecito aspettarsi dalla “tragicommedia” – che affronta un tema centrale e attualissimo nell’epoca dei furti d’identità e della realtà virtuale, facile schermo dietro cui è possibile nascondersi e recitare una parte, creare dei legami e perfino svanire nel nulla – altra consuetudine del Giove seduttore – abbandonando e ferendo coloro che pur consci del pericolo si siano lasciati attrarre e conquistare.

Sottolinea la regista Teresa Ludovico: «Il doppio, la costruzione di un’identità fittizia, il furto dell’identità, la perdita dell’identità garantita da un ruolo sociale, sono i temi che Plauto ci consegna in una forma nuova, da lui definita tragicommedia, perché gli accadimenti riguardano dèi, padroni e schiavi. In essa il sommo Giove, dopo essersi trasformato nelle più svariate forme animali, vegetali, naturali, decide, per la prima volta, di camuffarsi da uomo. Assume le sembianze di Anfitrione, lontano da casa, per potersi accoppiare con sua moglie, la bella Alcmena, e generare con lei il semidio Ercole. Giove-Anfitrione durante la notte d’amore, lunga come tre notti, racconta ad Alcmena, come se li avesse vissuti personalmente, episodi del viaggio di Anfitrione. Durante il racconto il dio provò, per la prima volta, un’ilarità che poi si premurò di lasciare in dono agli uomini. “Abbandonato il regno delle metamorfosi, si entrava in quello della contraffazione” Incipit Comoedia (R. Calasso), ovvero “Aprite gli occhi spettatori, ne vale la pena: Giove e Mercurio fanno la commedia, qui” come ricorda lo stesso Plauto.

Da quel momento nelle rappresentazioni teatrali il comico e il tremendo avrebbero convissuto e avrebbero specchiato le nostre vite mortali ed imperfette. Dopo Plauto in tanti hanno riscritto l’Anfitrione e ciascuno l’ha fatto cercando di ascoltare gli stimoli e le inquietudini del proprio tempo. Ho provato a farlo anch’io. Realtà e finzione, verità e illusione, l’uno e il doppio, la moltiplicazione del sé, l’altro da sé e il riflesso di sé, si alterneranno in un continuo gioco di rimandi, attraverso la plasticità dei corpi degli attori, le sequenze di movimento, i dialoghi serrati e comici».