L’intreccio di un filo che racconta la vita e un telaio, una macchina che come un cervello comanda e attorciglia: questa è l’arte matura di Maria Lai, artista sarda nata nell’ogliastrina Ulassai. Lo scorso 27 settembre avrebbe compiuto 100 anni.

La piccola Maria viene al mondo quando esso è ancora dominato da uomini. Le donne non hanno il diritto di voto, per loro è più difficile studiare e vincere i pregiudizi per costruirsi una carriera. La futura artista, di salute cagionevole, trascorre la sua infanzia tra Ulassai e Gairo, paesino in cui passa gli inverni per sfuggire ai malanni di stagione. In parziale isolamento, accolta nella casa gairese dagli zii, scopre il suo talento per il disegno.

La Stazione dell’Arte. Ph. Arasolè. Courtesy Fondazione Stazione dell’arte

Giunta a Cagliari per frequentare le scuole superiori, conosce il poeta Salvatore Cambosu, suo maestro di italiano, che diventerà l’amico di una vita. Cambosu si accorge per primo delle sue potenzialità artistiche e la guida in un viaggio alla scoperta del senso delle parole che culminerà materialmente nei racconti sottesi dei suoi Telai. La giovane prosegue gli studi all’Accademia delle Belle Arti di Venezia, faticando per farsi accettare come artista donna. Dopo la guerra, tornata in Sardegna, espone i suoi disegni a Cagliari e a Roma. I riconoscimenti non tardano ad arrivare, ma la Lai si ritira per 10 anni dalla scena artistica. Non sono anni infruttuosi. Nelle sue radici, tra le sue montagne verdi, nello spirito tradizionale della sua isola, ritrova l’estro e, immergendosi più concretamente nella dimensione e sensibilità femminile, sperimenta nuovi materiali e tecniche per dare vita alle sue poesie tattili.

Giocavo con grande serietà, a un certo punto i miei giochi li hanno chiamati arte.

Veduta allestimento Maria Lai – Pane quotidiano | Foto Arasolè, courtesy Fondazione Stazione dell’arte

Negli anni ’70 l’artista ritrova la forza di giocare, di ricongiungere il genio alla fantasia ed è così che i Pani e i Telai vedono la luce, consacrandola al successo. La panificazione e la tessitura sono lavori tipicamente al femminile che scandiscono il passare del tempo tra le donne dell’isola, facendo da ponte tra il pubblico e il privato, tra la quotidianità e l’euforia delle feste. I Pani della Lai sono capaci di raccontare. La farina, il lievito, il sale si impastano per dare voce e corpo a una storia come quella del “Pupo di pane”. Si tratta di un’opera attraverso cui Maria Lai fa vivere le leggende sarde di “Miele amaro” di Cambosu, ricreando un bambino di pane con il cordone ombelicale ben visibile. Qui il pane non è solo un alimento, ma è essenza, cibo primario, è il sacrificio di una madre, il frutto di una terra. Miele amaro, infatti, narra il gesto estremo di Maria Pietra che, impastando il pane con le sue lacrime, spera di far risorgere il suo defunto figlio consegnandosi alla morte.

Maria Lai – Invito a tavola, 2004 (detail) | Foto Arasolè, courtesy Fondazione Stazione dell’arte

I famosi Telai narrano storie in fili, cuciono i ricordi ai sogni, mostrando segmenti del mondo agropastorale sardo, dalle “storie dei nonni” ai miti delle fate. L’arte della tela di Maria Lai si arricchisce con gli anni di libri cuciti, fantasiose scritture illeggibili e geografie di stoffe. Tra gli interventi ambientali spicca il progetto “Legarsi alla montagna”: una vera e propria performance, drammatizzata nel 1981. La Lai decide di trarre ispirazione da una leggenda locale e legare con un filo azzurro tutte le case della cittadina una all’altra e poi le case alla montagna. Dove non c’era affetto il nastro passava dritto. L’amicizia era invece sancita con un nodo e l’amore con un fiocco. Nel 2017 il video di “Legarsi alla montagna” è stato ospitato nel Padiglione dello Spazio Comune, della Biennale di Venezia, dove sono riuniti gli artisti che lavorano sulla comunità e sul concetto di collettività.

Nel 1993, dopo costanti cambi di dimora tra la penisola e la Sardegna, Maria Lai si trasferisce a Cardedu, nuova frazione della sua Gairo. Qui era nata simbolicamente l’artista e qui vi morì nel 2013. Non a caso il nome Gairo (di derivazione greca) significa “terra che scorre”: un destino di una donna scolpito nel nome del suo paese. I suoi fili scorrono leggeri sulle tele, tra le case, tra i parchi e tra i musei. Un vero e proprio ponte tra le cose: tra la tradizione e il presente, tra la natura e l’uomo, tra la realtà e la fantasia.

Marcello Maloberti, CUORE MIO, 2019 | Foto T-Space Studio, courtesy Marcello Maloberti Studio, Fondazione Stazione dell’Arte, Fondazione di Sardegna

A mantenere vivo il ricordo dell’arte di Maria Lai ci pensano l’Archivio Maria Lai, nato nel 2016, e i musei e le mostre a lei dedicate. Proprio in occasione del centenario, il Museo nazionale delle arti del XXI secolo di Roma dedica una mostra a Maria Lai intitolata “Tenendo per mano il sole”. Le opere, per lo più inedite, saranno esposte al MAXXI fino al 12 gennaio 2020.

Una nota particolare va al Museo La Stazione dell’Arte di Ulassai, che rappresenta il punto d’arrivo di un progetto artistico che – iniziato con “Legarsi alla montagna” – ha alla base il concetto di relazione, ma anche quelli di sensibilità, tradizione e linguaggio globale. Ulassai da simbolo dell’isolamento della Sardegna barbaricina è diventato un luogo di ritrovo di voci diverse, il cui centro animatore è proprio il museo. Alla Stazione dell’arte ad oggi non staziona soltanto il travolgente “treno” Maria Lai, ma sullo stesso binario si incontrano svariate arti moderne, comprese il teatro e la musica.

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