Il 4 settembre si è celebrata la Giornata Mondiale del Benessere Sessuale, ricorrenza nata per ricordare che la salute sessuale è uno stato di benessere fisico, emotivo, mentale e sociale, non semplicemente l’assenza di comportamenti considerati problematici. È una definizione utile proprio in un ambito dove il giudizio morale tende a sostituirsi troppo in fretta all’osservazione clinica: l’uso della pornografia.
La maggior parte delle persone che consuma contenuti pornografici non ha alcun disturbo. Ma esiste un sottoinsieme per cui la fruizione smette di rispondere al desiderio e comincia a rispondere a un bisogno di regolazione emotiva sempre più rigido – e distinguere le due situazioni è precisamente il lavoro che compie chi lavora come sessuologo in quest’area.
Una diagnosi che non esiste
Il primo equivoco da sciogliere riguarda il linguaggio. Nell’undicesima revisione della Classificazione Internazionale delle Malattie, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha introdotto il Disturbo da Comportamento Sessuale Compulsivo (CSBD), collocandolo tra i disturbi del controllo degli impulsi. “Dipendenza da pornografia“ non è una diagnosi riconosciuta.
Il piacere che diminuisce mentre la frequenza aumenta
Il meccanismo psicologico dietro l’uso problematico si comprende meglio attraverso la cornice della regolazione emotiva. La fruizione di contenuti pornografici, come altri comportamenti, produce un sollievo rapido da stati interni difficili da tollerare – ansia, noia, solitudine, tensione accumulata. Quando quel sollievo diventa la strategia principale per gestire quegli stati, il comportamento si stacca progressivamente dal desiderio sessuale in sé e si aggancia al bisogno di regolazione.
L’errore opposto: patologizzare senza motivo
Un aspetto che la letteratura discute con attenzione, e che vale la pena riportare per correttezza, riguarda le persone che si autodefiniscono “dipendenti dalla pornografia” senza presentare i criteri del disturbo. In una parte consistente di questi casi il disagio non nasce da una perdita di controllo comportamentale, ma da un conflitto tra il proprio comportamento e valori morali o religiosi interiorizzati – una condizione clinicamente diversa, che richiede un intervento diverso e che l’autodiagnosi, in quest’area particolarmente esposta al giudizio, tende sistematicamente a confondere con il disturbo vero e proprio.
Questa distinzione non è un dettaglio tecnico: definisce se il lavoro terapeutico debba concentrarsi sulla riduzione di un comportamento fuori controllo, oppure sulla revisione di un conflitto di valori che sta generando sofferenza sproporzionata rispetto al comportamento reale. È lo stesso motivo per cui, quando si parla di benefici, rischi e miti da sfatare sulla masturbazione, la letteratura invita a distinguere con cura la frequenza in sé, che non è mai patologica di per sé, dalla funzione che quel comportamento arriva a svolgere per la persona che lo mette in atto.
Cosa funziona
La stessa revisione del 2022 su Journal of Behavioral Addictions indica nella terapia cognitivo-comportamentale l’intervento con il maggiore supporto empirico per il trattamento del CSBD legato alla pornografia. Una revisione sullo stato dell’arte delle dipendenze comportamentali, pubblicata nel 2024 sull’American Journal of Psychiatry, colloca questi risultati nel quadro più ampio della ricerca clinica sul controllo degli impulsi, distinguendolo esplicitamente dai modelli di trattamento pensati per le dipendenze da sostanza.
- Treatments and interventions for compulsive sexual behavior disorder with a focus on problematic pornography use: A preregistered systematic review – Journal of Behavioral Addictions, 2022
- Compulsive sexual behavior disorder in 42 countries: Insights from the International Sex Survey and introduction of standardized assessment tools — Journal of Behavioral Addictions, 2023
- Prevalence of Distress Associated With Difficulty Controlling Sexual Urges, Feelings, and Behaviors in the United States – JAMA Network Open, 2018



































